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Venerdì via ai quarti

Mondiali, ode a Brasile 2014: fatica, orgoglio e destino, che lezione per i nostri figli

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Mondiali, ode a Brasile 2014: fatica, orgoglio e destino, che lezione per i nostri figli

L’altro giorno incrocio un mio amico. Non è che non lo vedessi da un po’. Un mese, due al massimo. Mi ha fatto impressione. Magro, pallido, la barba fatta male, due occhiaie così. Mi ha guardato e mi ha anticipato con eleganza, senza commettere falli. Ho capito dallo sguardo, mi ha detto, ma toglitelo dalla testa. (Insomma, glielo avevano già chiesto in cento o duecento, la risposta è sempre quella, la stessa che ha dato a me. Non è malato, la colpa è dei mondiali. Il fatto è che lui non è come Pif. Non è mica andato nel ritiro della nazionale a chiedere se fosse possibile modificare gli orari delle partite. Nossignore, lui, come ogni essere umano adoratore del pallone, si è inchinato al suo strapotere e ha adattato la sua vita, moglie, figli, lavoro, hobby, necessità alimentari e fisiologiche al mondiale dei mondiali.

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Dal quale, mi dice, per fortuna la nostra nazionale è uscita a passo di corsa. Be’, gli dico, proprio a passo di corsa… Chiede scusa. È uscita e morta lì. Non esiste termine per definire il ralenty del suo gioco. Concordo, però essere felici che sia uscita… Non è felicità la sua, mi segnala, realismo, puro realismo. Mi spiega. Metti che fosse passata… difficile anche solo immaginarlo, rispondo. Fa’ ’sta fatica, mi stimola, e metti che. Bon. Allora ? Ecco, immagina che per una serie di miracoli, compreso quello di aver centrato la porta con un retropassaggio degli avversari, i nostri fossero andati avanti. Ci toccava stare lì a penare con loro alla velocità della moviola, invecchiando tra la speranza di un passaggio e l’altra, sdoppiandoci per seguire da una parte del campo l’elogio della lentezza e dall’altra invece la frenesia di chi ha fame e non vuole far tardi a tavola.

 

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Con conseguenze difficilmente immaginabili sull'educazione dei nostri figli, poiché se quello è l'esempio dell’impegno che chiunque deve mettere per raggiungere un obbiettivo, potevamo tranquillamente farli smettere di studiare e dar loro la garanzia di un mantenimento per saecula saeculorum. Invece no. Via l’Italia del pallone, tutti noi fanatici ci siamo trovati liberi da ogni obbligo e nella piena libertà di scegliere una qualunque delle altre squadre che correvano e giocavano il doppio della nostra. O, forse, semplicemente correvano e giocavano. E in quella situazione chi ne sa di calcio e anche chi non ne sa, non vuole altro che vedere e si è finalmente trovato bene, a stretto contatto con l’epica del gioco. Che non è tanto il due a zero o il tre a uno. Ben altro invece. Lo sputo vischioso che il giocatore deve staccarsi a forza dalle labbra perché non ha più un centilitro di acqua in corpo e quell’altro che vomita, anche se nessun commentatore osa riferirlo per non urtare gli stomaci deboli, l’acqua bevuta con ingordigia e che il suo fisico rigetta come se ormai si fosse abituato a vivere senza.

 

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Oppure il sentirsi greco al novantatreesimo minuto con un rigore da battere per arrivare ai quarti di finale. Niente male anche l’ondata di simpatia e solidarietà che la Svizzera, tra le nazioni, e non solo quelle che partecipano al mondiale, una delle più vituperate nel terreno frequentatissimo del parlare per luoghi comuni, che la Svizzera, ha ripreso il socio, si è guadagnata dopo che il divino che governa il calcio ha forse così voluto vendicarsi per la sua neutralità ostinata: palo, che è altrettanto neutro perché non è dentro e non è nemmeno fuori e tragico rimbalzo, come se il Tell avesse infilzato la zucca e non la mela da quella sostenuta.

E il Cile minatore, dove lo vogliamo mettere?, mi ha chiesto ancora. Quel centimetro che è mancato al tiro di Pinilla e che finirà tatuato sulla pelle dello stesso non è forse una cicatrice che potrà raccontare la storia di come uno sogno si spezza contro una traversa ma non si piega? Per certi versi il divino è probabilmente davvero intervenuto affinché la predizione secondo la quale questo sarebbe stato il mondiale dei mondiali si avverasse. Per farlo ha dovuto far sì che abitudinari frequentatori delle domenicali vasche cittadine si illudessero di poter passeggiare anche da quelle parti, togliendoli di mezzo in fretta e fornendo loro tutte le scuse necessarie (il caldo, l’umidità, lo spogliatoio suddiviso in clan, l’età dei dirigenti) affinché chi crede ancora nell’epica del calcio possa, di questo mondiale dei mondiali, ricordare le cose che danno dignità a chi per mestiere corre dietro a una palla: la tenacia nonostante lo stesso caldo, la voglia di vincere anche contro la stessa umidità, l’umiltà di lasciar stare per una volta le magliette colorate delle province di provenienza e indossarne una sola buona per tutti, l’inutilità di fare ricorso all’anagrafe poiché i dirigenti, da che calcio è calcio, siedono in tribuna e non temono che il nostro calcio stia invecchiando come loro. 

Questo mi ha detto il socio, patito sì ma solo a causa dei supplementari, è ciò che si ricorderà del mondiale dei mondiali. Per il resto, dopo tanta enfasi, è caduto nel banale. Vinca il migliore, si è augurato al momento dei saluti. Ma si è ripreso immediatamente. Non potrà essere altrimenti, ha infatti aggiunto, poiché i peggiori sono di già tornati a casa. E noi con loro, tra i primi addirittura.

di Andrea Vitali

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