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La voce di M2o

Provenzano Dj: "Vi dico io come uscire vivi dalla giungla della dance"

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Provenzano Dj: "Vi dico io come uscire vivi dalla giungla della dance"

Il sogno di lavorare in radio lo ha coronato a 20 anni. Oggi, che ne ha 44, è un'enciclopedia vivente della dance. "Nel '90 approdai ad RDS, le prime serate nel '92, il primo disco 2 anni dopo", spiega Provenzano Dj con inflessione romana fiera e inconfondibile. Dal 2002, la parola cambiamento assume per lui un significato particolare. Con la nascita di m2o, diventa un pezzo importante della squadra sin dal primo giorno. E ancora oggi cavalca il successo del network con il Provenzano Dj Show. Da qualche settimana la soddisfazione è doppia: con la bella Ain't No Sunshine, traccia che apre un nuovo interessante capitolo a livello discografico, il suo nome sta facendo il giro del mondo.

Vivi il cambiamento come una sfida o come una necessità? 
"Fa parte del mio lavoro, non mi spaventa. Ho iniziato a programmare EDM in radio prima che diventasse un fenomeno mondiale. Così come ho intuito in anticipo che il genere fosse arrivato al capolinea. In radio una bella melodia e un cantato funzionano sempre. Oggi punto sulla house. Anche nelle produzioni. Ain't No Sunshine, il mio singolo con Nello Simioli, va in questa direzione. L'esplosione della Future House ha reso possibili collaborazioni tra dj con stili un tempo diversi. E' una sfida stuzzicante, continueremo su questa scia". 
Come si resiste al cambiamento? 
"Evolvendo il proprio suono in maniera credibile. Un pezzo di Hardwell lo percepisco diversamente rispetto a 6 mesi fa. E non lo suono, perché fa parte di un universo sonoro che ha già detto tutto. Vedo bene Axwell/\Ingrosso, Oliver Heldens o Don Diablo, uno che lavora sodo da anni, non una meteora".
Il pubblico come recepisce tutto questo? 
"Il pubblico non è mai pronto al cambiamento. I nostalgici ci saranno sempre. Non bisogna perdere d'occhio il contesto. Molti pezzi house sembrano versioni rimasterizzate dei successi anni '90, hanno un suono di maggiore impatto. Il limite della produzione analogica di quel periodo non c'è più".
A proposito di successi: sei l'artista perfetto per sfatare il mito degli italiani che non fanno squadra. 
"Nei 2000, quando la tecnologia digitale è diventata alla portata di tutti, la quantità di dischi mediocri è aumentata. Il periodo dei pezzi in italiano, spesso prodotti male, ci ha dato una gran mazzata. Dall'estero hanno iniziato a considerarci una squadra di serie B. Nei '90 facevi fatica a pubblicare un disco. Oggi, col digitale, tutti sono sul mercato con una qualità bassissima. E gli olandesi e gli svedesi si sono presi le fette più grosse".
Sulla qualità, però, capita a tutti di toppare, anche agli olandesi che avanzano senza sosta. 
"Se hai solo 6000 fan su Facebook o più di 26 anni, non c'è bomba che tenga: con etichette come Spinnin' Records non lavori. Esistono dei paletti. Da una parte è giusto, dall'altra può risultare esagerato. Un ritorno in termini di serate non è garantito: non tutti i loro dischi vengono supportati con la stessa intensità".
Come si emerge in una giungla così fitta? 
"Col talento. E con investimenti economici importanti. Tra i giovani, non ho ancora individuato nessun italiano che sia in grado di fare differenza. Ci servirebbe una nuova Satisfaction. Non un successo alla Aron Chupa ma qualcosa di veramente bello, di qualità. Con dei forti connotati nazionalistici. Un disco così farebbe da traino".
Un mea culpa per gli addetti ai lavori? 
"Si guarda troppo alle playlist delle radio internazionali, alle classifiche di iTunes e a quelle che rilevano i passaggi di altre radio. Se pubblichi una canzone, le radio italiane non la passano perché c'è il tuo nome. Non è un problema di oggi. Ti sei mai chiesto quanti successi non siano mai andati in onda negli anni d'oro su Deejay?".
Chi potrebbe essere il nuovo Pete Tong? 
"Un vero Pete Tong non esiste più nemmeno in Inghilterra. Chi muove qualcosa sono le etichette come Spinnin' e tanti top dj che supportano il tuo pezzo. Pete Tong ha supportato un mio singolo, ma non è cambiato molto. Non è così influente come un tempo. Anche su BBC Radio 1 non è più l'attore principale".
Molleresti la radio per i festival? 
"Mi affascinano. Li ritengo la Champions League dei dj. Dovrei prendermi come minimo un anno sabbatico. Ma il Provenzano Dj Show poi chi lo fa?".  
C'è sempre Manuela Doriani: come speaker fa la differenza. 
"E' veloce, simpatica, tecnica. Sdrammatizza il contesto, ma la sostanza musicale resta intatta. Ha alzato l'asticella del programma. Col tempo, ci siamo avvicinati a una dimensione radiofonica più normale".
E' un'evoluzione che ha riguardato tutta m2o, a onor del vero. 
"Parliamo tanto. Non siamo più 'musica allo stato puro' e basta. Ci siamo ingranditi, diventando più simili agli altri. Però la vocazione iniziale non è stata tradita. La radio è cresciuta, più che cambiata".
Maturazione spontanea o il solito problema degli ascolti? 
"Le maturazioni non sono mai totalmente spontanee. Sono subentrate delle esigenze editoriali. Ci sono state delle richieste, le abbiamo assecondate a modo nostro, siamo soddisfatti".
C'è chi vi considera la Radio Deejay degli anni '90, sei d'accordo? 
"No, non ci sono gli stessi investimenti. E non siamo l'unica radio del gruppo. Con più frequenze, sì che potremmo avere dei numeri più vicini a quelli di Deejay nei '90".
Il paragone non ti fa impazzire. 
"E' un paragone difficile. Siamo un network nazionale che fa 1 milione e 700mila ascoltatori con poche risorse. Non lo senti perché facciamo una radio bella e di qualità".
Il vostro competitor più feroce oggi chi è? 
"Lo streaming, che comunque dovrà fornire il 100% della musica disponibile sul mercato su un'unica piattaforma: è impensabile che uno debba avere 3 o 4 abbonamenti. Le radio non propongono nulla di nuovo. Dovranno fornire contenuti unici, specifici. Altrimenti moriranno".

di Leonardo Filomeno
@l_filomeno

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