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Sempre sulla cresta

Da Julio a Enrique Iglesias, il tormentone è di famiglia

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Da Julio a Enrique Iglesias, il tormentone è di famiglia

Era il 1968 e un vento di ribellione popolare di stampo politico soffiava a macchia di leopardo per la Terra. Tutto era diventato ideologia. Non pretendere un mondo nuovo che disintegrasse il vecchio status quo era considerato vergognoso. I Velvet Underground cantavano The gift - «il dono», storia di un fidanzato alla «Amore mio, sei tutto quello che di bello ho» che si faceva impacchettare e spedire alla fidanzata Marsha per farle una sorpresa e finiva pugnalato dalle forbici con le quali l’amica di Marsha sfondava il pacco, curiosa di sapere cosa contenesse, mentre Marsha le raccontava annoiata del tizio che si era fatta la sera precedente.

Questa declinazione cinica di contenuti romantici era l’aria nuova che portava quel vento, anche nelle canzoni. Ma lui, a tutto ciò indifferente, si presentò al Festival de la Canción de Benidorm con La vida sigue igual (da noi tradotta Se lei non c’è) e lo vinse. Sì, nel testo citava la libertà. Per sputarci su, però: «Libertà, che senso ha, se lei non c’è?». Se l’avesse cantato durante gli scontri a Valle Giulia lo avrebbero massacrato; a piazza Tienanmen, durante la protesta del 1989, usato come proiettile dei cannoni. Eppure, mentre le lotte sorte insieme a lui nei decenni successivi tramontavano, Julio Iglesias diventava l’obelisco di marmo della canzone sentimentale un po’ cheap.

Col suo look da gigolò, abbronzato come Carlo Conti, dentatura bianco puro RAL 9010 sempre in mostra in un sorriso ammiccante, abito elegante da Frank Sinatra delle favelas (mentre i rocker salivano sui palchi mezzi nudi, imbottiti marci di sostanze psicotrope e con code di cavallo attaccate al culo come Iggy Pop) e la genialata di cantare in più lingue possibile, nemmeno fosse stato l’indemoniata dell’Esorcista. Va riconosciuto: versi come «Dentro quella valigia / tutto il nostro passato / non ci può stare», rivolti alla donna che in Se mi lasci non vale se ne sta andando di casa (invece di una coltellata o due parolacce) sono poesia. Ma il resto dei suoi testi sfiorava spesso il non sense, per quanto cantabile.

Riflettiamo, appunto, sull’affermazione «se mi lasci non vale»: come «non vale»? Mica stavamo giocando a scacchi e hai mosso il cavallo a M anziché a L... Oppure l’altra: «Sono un pirata, sono un signore». Pensate se un seduttore tentasse oggi un rimorchio autodefinendosi così, quante borsette collezionerebbe. In faccia... Ciò nonostante Julio ha fatto impazzire, innamorare, orgasmare, sognare milioni di persone. Donne che si struggevano immaginando un marito o un amante come lui che ordinasse loro «Pensami / tanto tanto intensamente / con il cuore e con la mente» (perché precisare l’ovvio? Forse d’abitudine si pensa coi piedi?). Uomini che s’ispiravano al suo stile bandito/gentiluomo, in cerca di una liana a cui attaccarsi per fuggire dalla giungla femminista che li castrava. Concetti semplici, forse troppo, cristallizzati in rime da seconda elementare come «Bacia tutta la mia pelle / si può arrivare alle stelle», ma amati. Ha venduto qualcosa come 300 milioni di dischi. Poco meno di Madonna, tanti come i Led Zeppelin, che però si sono dovuti fare un mazzo cosmico per infarcire le loro canzoni di ben altri messaggi e non parliamo della ricerca musicale. Secondo Wikipedia è il settimo artista più venduto della storia e anche se i dati fossero approssimati, sono successoni incancellabili conosciuti anche dagli alberi. Uno dice: «Vabbè, l’età lo zittirà. La Natura è inappellabile. Quasi ottuagenario che vuoi cantare ancora, tumidissimo, Pensami? Casomai, Massaggiami la schiena, ché ho un dolore...». Ma quando tutti credevamo di poter finalmente archiviare per sempre il sentimentalismo scemo di canzoni dlin dlon a marchio Iglesias, irrompe sui palchi Enrique, il figlio. Allora sempre quello di prima dice: «Vabbè, sarà un figlio diametralmente opposto come lo è Corrado di Paolo Guzzanti! Canterà lirica! Political songs! Lunari e sofisticate nenie con Bjork! Le canzoni del Signore degli Anelli!».

No. Clone del padre, canta testi ancora più elementari su melodie, però, più da sculettamento che da lento stantuffo. La sua hit più nota è Bailando (quella precedente Bailamos). Prendiamoci un minuto di raccoglimento per immaginare cosa accadrebbe a Sanremo, dove spesso la semplicità pur estrema è di casa, se un giovane italiano sconosciuto si presentasse a cantare la canzone Ballando, i cui concetti chiave, per di più, sono: «Voglio stare con te / vivere con te / ballare con te / oh oh oh oh». Sempre quello di prima dice: «Vabbè, un tormentone estivo di nessuna rilevanza. Ma poi, chi è Enrique Iglesias? Chi lo conosce?». Infatti: a 40 anni ha già venduto cento milioni di dischi. Bailando, con 8 dischi di platino, è stato il singolo più venduto il Italia nel 2014. Di nuovo quello di prima insiste: «Vabbè, ne ha presa una, due, lo dimenticheremo presto...». Invece anche questa settimana Enrique, che è stato in tournée perfino con Bruce Springsteen, è in cima alle classifiche con El perdon. Una piccola lagna, il cui video su Youtube è stato visualizzato 45 milioni di volte, che fa: «E anche se tuo padre non approvava questa relazione / ti stavo cercando / sulla strada gridando / questo mi sta uccidendo oh no». Deve avere una mania per i gerundi e gli «oh». E poi, l’inclusione del padre di lei, del suocero ostile che fa tanto Romeo e Giulietta, è ilare, sì, ma emblema di un’antichità sentimentale (il placet genitoriale come nel Medioevo) che ci fa comprendere che Lou Reed nel 1968 avrebbe potuto far circolare coi suoi Velvet testi ancora più crudeli, ma quel sentimiento che dà senso a toda la vida e che llamiamo «amor» gli Iglesias lo saprebbero difendere anche dagli Ufo.

Un ultimo pensiero. Julio, da perfetto maschione - c’è un meme su Internet nel quale, rivolto a Chistian Grey delle 50 sfumature, dice: «In tre romanzi hai copulato solo con una. Sei una cacca!» - ha procreato otto figli. Se, oltre a Enrique (e a Julio Iglesias Jr, classe 1973, che ha avuto un barlume di celebrità nel 2008) si mettono a cantare anche tutti gli altri, cosa faremo?

di Gemma Gaetani 
@gemmagaetani

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