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Allora vale tutto

Perché il Nobel a Bob Dylan umilia la letteratura

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Perché il Nobel a Bob Dylan umilia la letteratura

Allora, scusate, vale tutto. Se nel giorno incredibile in cui Philip Roth -ormai più lamentoso del suo Portnoy- perde per l’ennesima volta il Nobel alla Letteratura e il Premio finisce tra le dita a forma di plettro di Bob Dylan; be, allora, da quel momento, quello stesso riconoscimento lo si può assegnare a chiunque: arpisti che suonano Mogol, Battiato che canta le liriche di Sgalambro, registi alla Sorrentino che fanno della sceneggiatura un racconto alla Don De Lillo. Perfino a Bruce Springsteen che pure di Dylan affermò: «Bob ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo». La qual cosa, stirando il concetto, potrebbe aprire a “Bob” anche la strada al Nobel per la medicina, volendo.

Bob Dylan vince il Nobel. Era nell'aria. Già nel 2015 il premio fu assegnato alla bielorussa Svetlana Alexievich «per aver creato polifonie che rappresentano un monumento alla sofferenza». Il Nobel a Dylan era un venticello anarchico almeno dal '96, sostenuto allo spasmo da Allen Ginsberg e da un paio di accademici della Virginia ex fricchettoni. Ma solo oggi l'Accademia di Stoccolma ha sentenziato: a Bob per aver «creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana» ( boato degli astanti). Motivazione, ammettiamolo, un tantino eccentrica. Dylan è il primo vincitore americano dai tempi della scrittrice Toni Morrison nel 1993, e il suo nome, da oggi, s’insinua tra quelli dei giganti: Saul Bellow, John Steinbeck e Ernest Hemingway. Il che non fa altro che alimentarne la leggenda. La leggenda di Robert Allen Zimmerman dal Minnesota, classe ’41, l'Omero del XX secolo, il genio della musica che piegò le canzonette all’impegno civile. Negli anni 60/70 - quelli dell’assassinio di Kennedy, della crisi cubana, della Guerra Fredda- le sua canzoni di protesta con Joan Baez alimentarono lo spirito di ribellione e la difesa dei diritti umani; erano l’anima dei popoli (Blowin’ in the wind divenne la colonna sonora anti-Vietnam). La sua Hurricane, per esempio, raccontò la storia di un pugile che affrontò processi e pregiudizi razziali prima di ottenere giustizia. Quelle canzoni erano messaggi di pace. Ma allora, sarebbe stato meglio assegnargli il Nobel per la Pace, appunto.

Dylan stravolse il mondo stesso della musica; e gli stessi ritmi e armonie dei suoi brani, rendendoli capolavori in continuo divernire come un quadro di Pollock. È stato ineguagliato sperimentatore in ogni genere musicale: il rock, il country, il pop. La sua Like a Rolling Stone, il brano che inneggiava al cambiamento e alla capacità di accettarlo a braccia aperte, segnò la nascita del folk rock. Ma, allora, scusate, doveva vincere un ulteriore Grammy Awards, non il Nobel. Dylan di lauree honoris causa e di premi, tra l’altro, ne ha accumulati una caterva, compreso il Pulitzer nel 2008 e un Oscar per la canzone da Things Have Changed dal film Wonder Boys. Insomma, ci sta tutto. Tranne il Nobel per la Letteratura. È, ammettiamolo, ciò che pensano in molti ma sussurrano in pochi. Tra costoro spicca lo scrittore scozzese Irvine Welsh, quello di Trainspotting; il quale s’è sfogato in una serie di tweet: «Sono un fan di Dylan (lo siamo tutti, ndr) ma questo è un premio nostalgia mal concepito strappato dalla prostata rancida di vecchi hippies balbettanti. Se sei un appassionato di “musica”, cerca la parola nel dizionario. Poi cerca “letteratura”, quindi confronta le due cose».

In modo simile si è espresso Alessandro Baricco: «Che un drammaturgo vinca un premio alla letteratura ci sta, anche se in modo un pò sghembo. Ma premiare Bob Dylan con il Nobel per la Letteratura è come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perchè c’è una bella musicalità nella sua narrativa. Paradosso per paradosso, allora anche gli architetti possono essere considerati poeti...». Welsh e Baricco hanno ragione. Allora va va bene tutto. Una bella analisi - comprensiva dei difetti letterari- dell’opera omnia di Dylan la fa lo scrittore Tiziano Scarpa sulla rivista Il primo amore, dove non affronta il rapporto tra musica e parole, ma scrufulia nel tipo di poesie composte da Dylan: «Poesie destinate esclusivamente a un apparato amplificatore e riproduttore elettrico (dal vivo o registrato); poesie in forma esclusivamente di canzoni; poesie legate esclusivamente alla forza motrice musicale; poesie legate esclusivamente alla voce di Dylan».

Ma la poesia che richiede il necessario traino musicale e che prende forza e vibra soltanto nella voce di chi la compone, be’ esclude il carattere “aperto” e universale della poesia stessa. Per dire, Dante o Virgilio li può decantare chiunque, e senza l’accompagnamento delle cetra e del clavicembalo. L’Accademia di Stoccolma oggi premia «l’amplificazione tecnica della voce umana», «quel tipo di letteratura che cova un desiderio di inno». La letteratura che cova. Se ci pensate, una puttana. Dylan è musica, non poesia. La vera domanda è: perchè al Nobel diventano sempre più giocherelloni? La risposta blowin’in the wind, come sempre soffia nel vento...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • pippo666

    pippo666

    15 Ottobre 2016 - 06:06

    È uno schifo il Nobel a uno strano del genere! Ma poetà de che?

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  • maxdemax

    maxdemax

    14 Ottobre 2016 - 22:10

    IO sono ancora affascinato al permio Nobel per la Pace ad Obama - per le intenzioni - Io intendo risolvere il problema del AIDS nel mondo, garantire un piatto di pasta a tutti nel mondo e che l'inquinamento sparisca.. Mi merito un nombel per le intenzioni o no:: COGLIONI hanno totalmente demolito il senso del premio Nobel.. a questo punto me lo merito per davero.

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