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L'intervista

Nathalie Aarts, con i Soundlovers e oltre: "Avevo paura della fama, poi arrivò Surrender"

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Nathalie Aarts, con i Soundlovers e oltre: "Avevo paura della fama, poi arrivò Surrender"

"Surrender non ho nemmeno più bisogno di cantarla, fa tutto il pubblico". Credere alle parole di Nathalie Aarts non è difficile. Quello che cita è tra i pochi successi dance anni '90 che in tanti riconoscono anche solo dal nome. Origini olandesi, voce magnetica, classe '69, ha interpretato qualcosa come 330 canzoni. Tra le più famose, quelle con i Soundlovers tra tv, radio e discoteche di mezza Europa. Oltre a Surrender, vanno assolutamente ricordate Walking, Living In Your Head, Mirando El Mar, Abracadabra e Wonderful Life. Erano produzioni dalle sonorità definite, con ritornelli infallibili e costruzioni ben congegnate, a partire dal puntuale controcanto dell'argentino German Leguizamon. In radio le riconoscevi immediatamente, e oggi in discoteca funzionano ancora alla grande, come tanta dance dell'epoca. Ce le siamo fatte raccontare da Nathalie in persona.

Partiamo dall'inizio, nel '91 ti trasferisci a Milano per lavorare con i fratelli La Bionda. 
"Fui assunta negli uffici dei loro Logic Studios. Sapevano che fossi una cantante e ogni tanto mi proponevano dei jingle, da lì a poco nacque un singolo da solista, Change, una cover di Lisa Stansfield. I primi 21 anni della mia vita, invece, li ho trascorsi a Breda, dove sono nata: insegnavo danza jazz e a 15 anni entrai a far parte della band The Fuse. In Italia ho studiato alla Civica di Jazz e ho messo su una rock band. Che poi abbia iniziato a fare la turnista per progetti dance è stato un caso. Prestare la mia immagine per i Soundlovers all'inizio mi terrorizzava". 
Perché? 
"Nell'84 recitai nel film Picking Up The Pieces, che uscì quando avevo 16 anni. Riscosse grande successo in Olanda, ma quella popolarità non mi piacque. La gente mi fermava per strada, quello della privacy diventò un problema. Quando il progetto The Soundlovers iniziò a decollare pensai: Ci risiamo. Diventare famosa era la cosa che meno desideravo. Il grande momento che viveva la dance negli anni '90 ti permetteva di diventare celebre anche solo con un disco". 
Molti cercavano esattamente questo. 
"Io invece avevo un aspetto diverso in ogni lavoro dei Soundlovers, facevo di tutto per non farmi riconoscere. Dal '96 al '99, ho lavorato come segretaria per le licenze dall'estero della Do It Yourself, che pubblicava i Soundlovers. Volevo percepire un fisso a tutti i costi: di giorno lavoravo in questa casa discografica, di notte facevo le serate. La musica l'ho sempre concepita come un hobby". 
Col successo di Surrender scegliere fu inevitabile. 
"Le serate erano diventate tante, per avere più tempo libero scelsi la musica. Ma vivere di musica è per pochi". 
Le serate come Soundlovers sono ancora oggi tante. 
"La gente non è stanca di quel periodo, ogni show è un meraviglioso tuffo nel passato. Resto però dell'idea che tutto ciò che è stato fatto con i Soundlovers per adesso possa bastare. Il motivo? Nel 2013 abbiamo investito parecchie risorse sul ritorno con Be My Man, un brano che nelle atmosfere malinconiche mi ha fatto rivivere le emozioni degli esordi di questo progetto. I commenti della gente furono entusiasti, c'era chi chiedeva addirittura la pubblicazione di un cd singolo o delle versioni più 90's, cosa che non avrebbe avuto molto senso. La delusione più grossa arrivò dalle radio. Pochissime decisero di supportarlo, nonostante fosse in linea con le produzioni dell'epoca. Credo che oggi questo non sia solo un problema dei Soundlovers". 
Ossia? 
"La qualità e le belle melodie nella dance sono tornate. Sono certa che molti produttori italiani, vecchi e nuovi, sarebbero ancora in grado di produrre ad alti livelli. Ma se il tuo disco non va bene a nessuna radio, che senso ha passare ore in studio?". 
Allora è solo una questione di spazi? 
"Sentire in radio tutta la bella musica oggi in circolazione è impossibile, troppi  puntano sui dischi del passato, e si parla tanto. Non ho la pretesa che un mio brano venga supportato da tutti, ma in Italia siamo arrivati a livelli di preclusione paradossali. Il web non basta per far arrivare la propria musica a chiunque. Internet ha portato dei progressi, ma non ha semplificato la vita di noi artisti". 
L'anno più significativo per i Soundlovers? 
"Il '97, quando uscì People, la mia preferita. Da lì a pochi mesi mi ritrovai tra i primi 10 posti della classifica olandese. Sapere che i miei parenti potevano assistere al tour nelle emittenti più importanti del mio paese fu straordinario".  
Surrender vi riservo una sorpresa dopo l'altra. 
"Rispetto ai singoli precedenti, l'arrangiamento era molto diverso, più energico, sorprese anche me. Accadde qualcosa di curioso per quel che riguarda Radio Deejay. Fino al dicembre del '98, Surrender fu completamente ignorata da questo network, mentre le altre radio ci supportavano in blocco. Ad Albertino iniziò a piacere molto dopo, tant'è che alla fine la supportò pure lui, e nel periodo natalizio arrivò al numero 1 della Deejay Parade, restandoci parecchie settimane. Fu proprio grazie a Deejay che il successo della canzone si protrasse quasi fino all'estate del '99". 
Oltre alle serate oggi che fai? 
"Ogni tanto faccio la speaker e presto la mia voce per spot televisivi. Scrivo anche canzoni, ma ci lavoro sopra solo se ci credo davvero. Non ho più la necessità di pubblicare per forza nuovi dischi". 
Hai detto: "Non ho mai guadagnato le cifre stratosferiche che si attribuiscono agli artisti degli anni '90". 
"Semmai hanno guadagnato di più i produttori e la mia ex agenzia, questo l'ho capito con gli anni. Con i live oggi guadagno quasi più di allora. Nonostante tutto, se guardo indietro, sono felice di tutte le cose fatte, delle soddisfazioni e di tutti i bei momenti, che certo non sono mancati". 
A sistemare le priorità ci ha pensato il tempo. 
"Adesso ci sono mia figlia, che ha 8 anni, e il mio compagno, che fa l'osteopata. Cerco di aiutare anche gli animali in difficoltà, abbiamo cani e gatti in giro per casa. Questi sono stati traguardi importanti. Per anni ho avuto solo il lavoro, alle volte ho sofferto la lontananza della mia famiglia. Oggi non vivo più l'essere artista al 100%. Nella mia vita la musica è tornata ad essere l'hobby più bello".

di Leonardo Filomeno
@l_filomeno

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