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Intervista al Tarantino dell'hip hop

Mondo Marcio, professione rapper: "Musica, sogni e politica, vi racconto chi sono"

Ha debuttato a soli 16 anni e adesso, 10 anni dopo, è in tour con il suo "Cose dell'altro mondo" successo di pubblico e critica Ecco cosa ci ha rivelato

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Mondo Marcio, rapper

Mondo Marcio, rapper

di Marta Macchi @LadyTibi

Se ce l'avessero raccontato probabilmente non ci avremmo creduto e invece Mondo Marcio, all'anagrafe Gian Marco Marcello, professione rapper è il ragazzo che tutti i papà vorrebbero per la propria figlia femmina, altro che Kakà. Sguardo sagace, modi di fare da vero gentleman e camicia linda: così ci ha accolto nella sua garçonnière musicale l'enfant prodige del hip hop made in Italy. "Marcio", nato a Milano nel 1986, ha esordito a soli 16 anni battendo sul ring della finale del TecnichePefette, manifestazione cult di freestyle nota tra gli appassionati e gli addetti ai lavori, il rivale Mc  Ensi. Una dialettica forbita ed elegante, un flow yankeeggiante e una metrica ricercata che lo rendono, tutt'oggi, uno degli esponenti più validi nel panorama hip hop italiano.

Sei album, cinque mixtapes, un MTV Hip Hop Awards, un disco d'oro, un tour da sold out con il suo ultimo album "Cose dell'altro mondo" (live il 17 maggio alla Fabbrica del Vapore a Milano) e il merito di aver riportato un genere musicale, troppo spesso denigrato, agli antichi splendori. Impossibile non apprezzare l'essenza dei suoi lavori, dai tratti quasi viscontiani, e quella forza che nei suoi testi trascende dalle parole poste in musica per divenire - in pieno spirito catartico - dottrina del vivere e viaggio artistico. Quella che il rapper racconta è una realtà capace di mutare pur restando sempre uguale a se stessa, un'esegesi kafkiana che però si nutre di speranza. Mondo Marcio esce dalla scatola e ci guida come un fil rouge in rima all'interno di un percorso di crescita, ai limiti dell'onirico, nelle sue più intime fantasie. Le sue tracce sono uno specchio, in cui tutti possono guardarsi e ritrovarsi, che riflette la realtà che l'artista percepisce anche quando questo significa disegnare un mondo crudo, scomodo, inclemente... Marcio insomma. Lo abbiamo interrogato, come una maestra con l'allievo indisciplinato, ed ecco cosa ci ha raccontato.



Partiamo dal presente e dal tuo brano Fight Rap, in cui citi molti dei tuoi colleghi. Il video si chiude con la frase: “I rapper non esistono, esistono delle persone che fanno rap. I veri protagonisti non sono quelli che stanno sul palco, ma quelli che, da sotto, gli danno la possibilità di starci. Credete in voi, non nelle favole”. E' una critica verso i tuoi colleghi?

No, assolutamente. Secondo me i rapper non devono dare il buon esempio anzi la maggior parte delle volte rappresentiamo proprio il cattivo. Questo genere di musica deve puntare il dito su delle situazioni scomode e interessanti. In questo caso volevo puntare il dito su chi ascoltava. Quello che noto è un certo tipo di atteggiamento troppo adulatorio, troppo devoto al primo scemo con un cappellino storto in testa. Non è rivolto ai miei colleghi ma a chi li trasforma in miti. Io stesso ho dei miti, ma adesso in quindici minuti chiunque è una celebrità. E' importante avere punti di riferimento però, queste persone, se lo devono meritare. Se invece si vive nell’era dei 15 minuti di fama per tutti, vedi i talent, poi non ha più senso niente e anche quelli che meritano passano in secondo piano. Bisogna ascoltare le canzoni e dargli un valore. Volevo sensibilizzare il pubblico. Poi non è detto che non ci siano persone che meritino di stare sul piedistallo più alto però devi pensarci un po’.

Alcuni rapper però giocano molto su questa cosa…

Tutti i rapper, anche io nelle canzoni mi gaso però è quello che fanno i rapper. Non siamo il buon esempio, siamo quello che tutti nella vita reale vorrebbero dire ma non possono e noi lo facciamo nelle canzoni.

Il tuo primo disco “Mondo Marcio” è uscito nel 2004 ma tu in realtà hai iniziato nel 2003 giusto?

Si, quest’anno Mondo Marcio fa 10 anni. Nel 2003 la prima release, avevo iniziato anche prima con un demo ma il 2003 è stato l’anno della coscienza, ho capito che questa era la mia strada e avrei fatto questo per un po’ di anni.

Sei molto cresciuto da allora sia vocalmente che a livello di suoni e di contenuti eppure c’è ancora tanto di quel Mondo Marcio nel tuo ultimo cd, cosa è rimasto uguale e cosa è cambiato?

Quello che è cambiato sono gli interessi. Cè una visione più completa anche di certi problemi, adesso non è che li condono ma riesco ad andare più a fondo. Come con la famiglia, prima si riduceva tutto a dire “Fanculo. Odio tutti ” ora provo a capire da dove nascono quei problemi, cosa porta le persone a fare certe scelte: ho una visione più matura. Quello che è rimasto uguale è un’insoddisfazione nei confronti della società, cercare l’ulteriore step per poi metterlo nelle canzoni. La mia è sempre una ricerca, che sia personale o musicale. Ho sperimentato molto nel primo disco e così ho fatto nell’ultimo.

L’accusa maggiore che si fa ai rapper è quella di cantare sempre delle solite cose. Ma tu invece nei tuoi testi tocchi argomenti vari: dalla politica, alla società, ai fatti di cronaca. Credi che in Italia ci siano una sorta di pregiudizio nei confronti di questo tipo di musica o in fondo ci sia qualcosa di vero?

Da una parte l’Italia non sa cosa sia il genere hip hop e un po’ è ignoranza ma c’è anche il fatto che non si tratta di musica italiana ma di musica nera e dei neri, è loro di proprietà. L’hip hop non è di casa, lo abbiamo preso e importato e ci siamo messi a farlo parlando di altre cose quindi è normale che arrivi un po’ come un genere alieno. Adesso l’hip hop è diventato molto pop, sotto tanti punti di vista, quindi è diventato più facile da ascoltare ed ha molta più esposizione ma in ogni caso non appartiene a questo paese. Questa è la patria della canzone melodica, dell’amore mio torna da me. C’è un motivo per cui uno mette le parolacce nelle canzoni, questo però non arriva e si riduce tutto quanto a mettere la cultura in un cassetto di stereotipi che si, in parte esistono, ma non è tutto così. Forse è questa l’origine del misunderstanding. Poi si ci sono dei nomi rap che trattano sempre gli stessi argomenti però quella è la loro caratterizzazione. Io sono molto libero di pensiero su quello che uno scrive nelle canzoni, la censura mi sembra un’assurdità.

A proposito di censura, al tuo collega Fabri Fibra è stato vietato di salire sul palco del primo maggio per via dei suoi testi giudicati misogini. Tu hai mai avuto a che fare con qualche tipo di censura?

A me, nei video, ogni tanto è successo. In radio lo so già quindi spesso le mando già senza parolacce. Trovo che sia molto ipocrita come cosa. In tv ci sono ragazze con tette e culi fuori, in radio la mattina alle 11 ci sono dei conduttori che dicono “Cazzo e vaffanculo” e invece se lo fai con una musica sotto e dandogli una cadenza ritmata non lo puoi e magari stai anche parlando di cose importanti. Purtroppo è un sistema che si è creato, è un sistema bigotto. Mettere la censura la rap è come prendere un musicista che fa punk e dirgli: "Devi farla intonata" oppure andare da Kurt Cobain e dirgli "Guarda che hai la voce un po’ sporca dovresti cantare in modo più pulito". Assurdo.

Nel tuo ultimo lavoro ci sono molti featuring: Jax, Emis Killa, Danti, Vacca e nel passato hai collaborato con artisti come Tormento e Fibra. C’è qualcun altro con cui vorresti collaborare?

Al momento non ho particolari ambizioni. Ci sono molti musicisti che ascolto e molti generi. Non mi dispiace Cremonini però non so se ce lo vedrei nei miei dischi. Nei prossimi lavori vorrei concentrarmi di più sulla mia musica, voglio qualcosa che rimanga perché oggi tutto è troppo effimero. Oggi ci sono molti artisti che escono e che hanno una bella immagine, marketing ect e poi dopo arriva il disco. Io invece vorrei fare qualcosa che va oltre.

Tu sei un appassionato di cinema. Nei film di Tarantino c’è molto oltre a quello che la macchina da presa ci mostra come ad esempio l’influenza sul regista dei film considerati di serie B o la musica anni ’60. Anche il tuo ultimo cd è pervaso sia musicalmente che visivamente da correnti contrastanti. Ci sono richiami alla cinematografica passata e persino la tua faccia sulla copertina del disco sembra un dipinto impressionista. Cos’è che ti ispira? Possiamo definirti il Tarantino del rap?


Sarebbe un bel complimento per me lui è un maestro, sono un drogato di cinema quindi molti riferimenti sono dovuti proprio ad una passione che ho. Anni fa volevo fare un corso di recitazione poi un po’ per motivi di tempo, un po’ perché non sono tanto a mio agio a fingere ho rinunciato: non so quanto mi riuscirebbe. Comunque sono un fan del cinema e quindi è facile che molti riferimenti mi vengano. Quando scrivo magari penso ad un personaggio di un film, a qualcosa legato ad una storia e questo mi è di ispirazione. I film come le canzoni parlano di storie, di qualcuno che ti racconta qualcosa e questo ti fa sentire un po’ più partecipe del mondo in generale.

Quindi sei un po’ il Tarantino del rap, non fare il modesto...

(Ride) Si dai, sono un po’ il Tarantino del rap..

La situazione italiana in questo momento è tragica. Suicidi, gente che non arriva a fine mese e sempre meno spazio per i sogni. Tu invece hai una tua etichetta discografica, hai scritto un libro, farai una tua linea di abbigliamento… insomma ti sei tolto i guanti e hai iniziato a mangiare. Cosa ti senti di consigliare a chi in questo particolare momento storico si misura con i propri sogni?

Di essere concreti. Penso che i sogni si costruiscono. Io forse lo sono anche troppo, sono molto pragmatico. Ho sempre strategizzato molto le mie cose però alla fine mi sono messo e le ho fatte: sbagliando e facendo tante cazzate. Alla fine la prova del nove è quanto olio di gomito hai nel barattolino per andare avanti. Devi credere in te stesso perché sogno è una parola molto pericolosa: nel momento in cui dici “Ho questo sogno di…” stai già dicendo che è un sogno. Preferisco dire ho questa idea, voglio vedere cosa succede… è bello avere dei sogni però forse è meglio avere dei progetti.

In molti dei tuoi testi è presente la figura di tuo padre. Della tua storia personale si è molto parlato. Quanto ha influito la sua assenza sulla tua musica e sul tuo percorso di vita, se lui ci fosse stato magari non avresti fatto il rapper?

Ho sempre avuto un’inclinazione naturale verso la musica, verso l’arte, verso la parola scritta. L’ho poi messa in rima ed è diventato rap però sono sempre stato predisposto. Dalla mia situazione familiare ho cercato di prenderne il meglio. Mio padre c’è molto nei miei testi perché nella vita reale non c’è mai stato quindi ho cercato di compensare con le canzoni. Alla fine quello che non ti atterra ti fortifica. Mettere la mia storia in una canzone è stato positivo soprattutto per tanti ragazzi che stanno vivendo queste situazioni e magari mi scrivono “Mi sento di essere cresciuto con te, grazie alle tue canzoni ho superato momenti difficili” il fatto di parlare di cose personali, così intime, così spiacevoli è stato un bene per tanti che le vivono e che non hanno nessuno con cui confrontarsi. Questo è il vero potere, oltre al divertire, di questa musica.

Immaginiamo per un attimo che Mondo Marcio, o meglio Gian Marco Marcello, possa essere per una settimana presidente del Consiglio. Cosa faresti?

Licenzierei tutti. Il sistema è marcio, corrotto. Chi sta al potere è vecchio e ha un modo di operare che è sempre quello da 50 anni. Bisognerebbe fare piazza pulita e far ripartire il sistema cercando di metterci meno mele marcie di quelle che ci sono adesso. La vera truffa è che la gente crede di avere la possibilità di scegliere. Uno vede il Movimento 5 Stelle e lo vede come una soluzione, uno vede il Pd e lo vede come un’alternativa a Berlusconi. Questa è la vera fregatura della gente. La gente pensa davvero che votando un Bertinotti, un D’Alema, un Bersani quella sia l’alternativa allo schifo che c’è in Italia. La gente è in trappola e la maggior parte non se ne accorge. Peggio ancora quelli che hanno rivotato Berlusconi. Di tutti i crimini da ergastolo che ha fatto l’unico che non ha fatto è comprarsi i voti, o meglio un po’ l’avrà fatto ma non così tanto, la gente l’ha votato veramente. La gente ci crede. È una realtà bigotta ed anche il fatto di avere ancora il Vaticano in casa è una cosa che ci ha bloccato. Dalla mentalità che abbiamo al tipo di soluzioni per niente all’avanguardia che adottiamo su tutti i fronti: dall’energia, le piccole imprese, la giovane imprenditoria.

E io che pensavo mi dicessi subito legalizzazione…


Be’, quelle sono delle risorse. Legalizzando la marijuana si risolverebbero tante cose però non basta. Sarebbe una cosa moderna ma in Italia non succederà mai…

Ultima domanda: dove ti vedi tra dieci anni e soprattutto potremmo finalmente immaginare un Marcio e signora?


Ahahahahahah, grande. Bè, Marcio e signora anche fra un anno si tratta di trovare la persona giusta. Tra dieci anni mi vedo ancora legato a questo mondo, alla musica. Sto cercando di espandermi, sto collaborando con tante persone, musicisti, manager. Sto cercando di trovare il prossimo step, adesso c’è "Cose dell’altro mondo" che è l’ultimo cd e la linea di vestiti che curerò come il mio bambino negli anni a venire. Voglio dare alla gente l’idea che ci sono persone che fanno del business  e che si svegliano la mattina per fare qualcosa di bello e non solo per portare a casa la pagnotta e per fregargli i soldi. Voglio fare canzoni uniche, voglio riportare di moda il fatto di sbattersi per ottenere una cosa: questa è la mia mission. Ho un progetto in cantiere, non so quando uscirà, si chiama "La città fantasma" ed è un libro, di narrativa, che ho scritto:  a differenza della mia autobiografia io qui non ci sono ma ho molti punti in contatto con il protagonista che è un mio pseudo alter ego.

E adesso possiamo dirlo anche noi: "Dio mi è testimone: c'è un solo Marcio in queste strade"

 

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