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Il libro

Bowie, Barrett, gli Who: tra droghe e schizofrenia, la pazzia nel rock inglese

In pochi mesi, all'inizio degli anni Settanta, escono album fondamentali di musicisti straordinari. Tutti caratterizzati da creatività e malattie mentali...

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Bowie, Barrett, gli Who: tra droghe e schizofrenia, la pazzia nel rock inglese

«La via dell’Eccesso porta al Palazzo della Saggezza?», si domanda il critico musicale Riccardo Bertoncelli nella prefazione di All The Madmen. Il lato oscuro del rock britannico di Clinton Heylin (Odoya, pp. 248, euro 20). Il volume traccia un filo che collega l’abuso di droghe (tipico degli anni ’60 e ’70), la malattia mentale e il rock inglese, attraverso l’analisi di alcuni album fondamentali e la ricostruzione delle esistenze (spesso dannate). Al Festivaletteratura di Mantova abbiamo incontrato Heylin (che sarà anche alla Feltrinelli di Milano, il 10 settembre, per presentare il libro con Bertoncelli), impegnato a spiegare come la pazzia sia da sempre un carattere distintivo degli inglesi, sin dai tempi di Shakespeare, e come questa venga raccontata, descritta, sublimata dall’arte e dalla musica. 

Come mai ha scritto un libro sul rock anni ’70 e la follia? Qual è il nesso? 
«Il nucleo centrale del libro sono cinque album con cui sono cresciuto: Pink Moon di Nick Drake, Quadrophenia degli Who, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, Ziggy Stardust di David Bowie e Muswell Hillbillies dei Kinks. Tutti straordinari, pieni di intuizioni geniali. Nel tempo mi sono reso conto che in realtà parlavano tutti e cinque della stessa cosa, ovvero la pazzia, raccontata dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona o di chi ha avuto a che fare molto da vicino con qualcuno che era affetto da questo disturbo. A esempio, The Dark Side of the Moon riflette in ogni sua parte la malattia mentale che aveva colpito l’ex membro dei Pink Floyd, Syd Barrett, che all’epoca dell’esordio della band era stata la mente più creativa del gruppo; al contrario nel disco di Drake (cantautore folk della contea di Warwickshire, si è tolto la vita a 26 anni, ndr) o degli Who la follia era reale, Quadrophenia è un album sullo sdoppiamento della personalità e questo riflette appieno la condizione vissuta allora da Pete Townshend».  
C’è anche un legame temporale tra questi album...
«Sì, sono stati pubblicati tutti nel giro di 18 mesi tra il ’72 e il ’73, e questo è molto importante, perché significa che tutta questa creatività si è concentrata in un lasso di tempo brevissimo, eppure ancora oggi siamo ancora qui a parlarne». 
Quando si è delineato questo profilo “folle” nel rock britannico?
«Direi che Syd Barrett è un po’ il collante di tutta la storia (l’ex cantante dei Pink Floyd, principale autore dei primi lavori della band, ha portato avanti per lungo tempo una dieta a base di Lsd e marijuana perdendo totalmente il controllo, ndr). Infatti, anche il personaggio creato da Bowie - Ziggy Stardust - è in gran parte modellato sulla figura di Barrett. Un’altra fonte d’ispirazione per Bowie è stata l’esperienza vissuta da suo fratello, rinchiuso per anni in un centro perché affetto da schizofrenia. Penso che la creazione di diversi alter ego a Bowie sia servita per non impazzire del tutto, è stato un modo per tenere il controllo sul crinale pericoloso che separa la pazzia incurabile dall’eccentricità. Anche Pete Townshend è rimasto molto colpito dal tracollo di Barrett e, considerato che nemmeno lui stava benissimo, ha dato vita ai personaggi stravaganti che popolano Quadrophenia».
È possibile che Barrett sia entrato così tanto nell’immaginario dell’epoca perché vittima - prima degli altri - della micidiale triade droga-rock-pazzia?
«Assolutamente, con il suo crollo mentale si è capito che la linea di demarcazione tra creatività e pazzia è molto labile e che se non stai attento rischi di giocarti tutto, come ha fatto lui. All’epoca l’uso di droghe era molto in voga e non ci si rendeva conto degli effetti che questo poteva causare. Allo stesso tempo si dibatteva parecchio sui disturbi mentali e, al di là delle posizioni ortodosse della maggior parte degli psichiatri, circolavano idee alternative come quelle di Richard Laing, che si opponeva alla visione della pazzia come malattia mentale, anzi riteneva che lo schizofrenico conclamato avesse attraversato la follia e fosse giunto dall’altra parte, ovvero a una conoscenza più profonda delle cose. Gli esempi di menti eccellenti andate in fumo, nel pop inglese dell’epoca, sono innumerevoli». 
Nel libro ha aggiunto un capitolo in cui compie un excursus «attraverso quattrocento anni di male inglese». Vuol dire che la malattia mentale è parte integrante del tessuto sociale inglese?
«Come dicevo, in Inghilterra la linea che separa l’eccentrico dal matto è molto sottile e gli inglesi amano le persone bizzarre. Sin dai tempi di Chaucer, la pazzia ha un ruolo fondamentale nell’arte. Basta pensare a personaggi come Ofelia o Macbeth. Tornando ai tempi d’oro del rock, un musicista come Ray Davies (leader dei Kinks, ndr) non veniva percepito dai suoi compagni o dal suo manager come “malato”, eppure soffriva di un evidente crollo nervoso. All’epoca si pensava che una certa “stranezza” fosse parte integrante del processo creativo, per cui gli veniva detto di non preoccuparsi e di scrivere, scrivere continuamente, così da incanalare quel disturbo nella sua arte. Ma la sofferenza di Davies, come quella degli altri protagonisti del mio libro, era reale». 
Anche negli Usa c’erano personaggi del genere, a esempio Brian Wilson dei Beach Boys...
«I disturbi mentali dei musicisti americani hanno più a che fare con la paranoia, mentre quelli degli inglesi con la schizofrenia. Barrett, Drake, il fratello di Bowie fanno tutti parte di una stessa storia e il filo conduttore è la schizofrenia. Anche le personalità multiple messe in scena da Bowie hanno a che fare con questo, ma la sublimazione artistica gli ha permesso di mantenere il controllo sulla propria psiche, così da non soccombere alla malattia come molti dei suoi familiari».

di Barbara Tomasino

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