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Filippo Facci: il Codice tradito

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Filippo Facci: il Codice tradito

Il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, ha scritto una lettera a Repubblica in cui cerca di affrontare il tema delle violazioni del segreto istruttorio (soprattutto la pubblicazione delle intercettazioni) con un piglio che ci pare meno corporativo e più costruttivo. Il procuratore apre a nuove soluzioni legislative (quelle che fanno gridare «bavaglio» ai poveretti) e cerca di chiarire che certe violazioni, tuttavia, non sono violazioni per niente: tra queste gli interrogatori, gli ordini d' arresto, gli avvisi di garanzia e le intercettazioni depositate.

Pignatone fa chiarezza ed espone l' interpretazione di legge ricorrente e ormai accettata, e sta bene, ma una cosa però andrebbe ricordata: le intenzioni del legislatore erano diverse. Molto diverse.

Il Codice di procedura del 1989 voleva imporre il segreto su tutta la fase preliminare: punto e basta. Infatti magistrati e giornalisti, all' epoca, fecero volare stracci. Disse ugualmente il vicepresidente del Csm Giovanni Galloni nel 1992: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, l' avviso di garanzia deve essere segreto». E chiarì il professor Giandomenico Pisapia, relatore del Codice: «È il processo che è pubblico, non le indagini. Il segreto delle indagini c' è, e serve a tutelare l' indagato». Certo, questa ormai è archeologia: resta da capire se, in questo tradimento, solo i politici e i giornalisti abbiano avuto un ruolo.

di Filippo Facci

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