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Il caso

Traini e Macerata, l'allarmismo da social network che farà vincere le destre

8 Febbraio 2018

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Traini e Macerata, l'allarmismo da social network che farà vincere le destre

“Mi spiace che nessuno si renda conto del pericolo che corriamo, il pericolo del Fascismo”, è solo uno dei tanti commenti a caldo (e ormai anche a freddo) che si leggono su Facebook in merito ai fatti di Macerata che, secondo l’area gauche del popolo della rete, è un fascista, manco un criminale o una persona socialmente disturbata, no! Un fascista, punto e basta. E non vale la pena contestare: “il Fascismo non è un’opinione, è un crimine” è la risposta tronfia di chi arriva a scomodare Matteotti pur di avere la ragione. Opinioni forzate di persone talvolta in buona fede, più spesso animate dal clima concorrenziale ed ad alto tasso adrenalinico che accompagna la campagna elettorale e poco importa che i leader dei maggiori partiti italiani abbiano tutti condannato il gesto di Luca Traini, perché l’  “emergenza fasci” si anniderebbe dietro i post di qualche anonimo internauta con la foto del Duce sul profilo o nelle dichiarazioni di piccole formazioni di destra, talmente poco incisive da essere sconosciute ai più. Pericoli inesistenti rilanciati, fra post e tweet, da un folto popolo di “partigiani del web” e “predicatori dell’accoglienza” tout court in attesa che qualcuno dia loro ragione. Ma…

Fondo perduto - Da almeno un trentennio a scuola e in parrocchia si raccolgono fondi per l’Africa che, insieme al Fondo Fiduciario UE, agli interventi del Governo italiano e alle somme e ai beni raccolti dagli enti caritatevoli formano una consistente base d’aiuto economico e alimentare. Soldi che gli italiani danno col cuore, domandandosi però come sia possibile che tanto denaro non sia riuscito, nei decenni, a sanare le deboli economie africane e a non fermare il crescente flusso migratorio verso l’Europa.

Cultura? - Donare per dare speranza, ok, ma anche per tendere la mano ad una “cultura dalla quale si devono imparare gioia e amore per la vita semplice”. Vi è mai capitato di sentirlo? Di solito accompagna la questua di alcuni sacerdoti in cerca di offerte per le missioni che riesco a farti sentire quasi in colpa perché tu non muori di fame. E’ brutto da dire, ma è così: c’è infatti chi pretende di farti credere che la persona che patisce in un villaggio senza acqua né cibo sia più felice di un occidentale. In verità una cultura africana non esiste, tantomeno una “comune cultura dell’ottimismo”: negli oltre 30 milioni di kmq del Continente vivono popoli assolutamente diversi fra loro e che, dalla decolonizzazione, si sono spesso scontrati in guerre etniche che hanno portato alla morte milioni di persone da Zanzibar al Ruanda (Okhello, Idi Amin Dada in Uganda, eccidio dei Watussi in Burundi).  In altre parole, coloro verso i quali dovremmo essere tolleranti e, addirittura, dai quali dovremmo imparare si uccidono per un niente: in Mauritania, ad esempio, nascere fra gli Harratini significa vivere da schiavi mentre in Nigeria essere albini espone alla cattura, all’uccisione e talvolta alla vendita degli arti per rituali magici. Quanto alla vita semplice c’è un’altra cosa che non torna: se non hai soldi per il cibo, come fai a pagarti il viaggio per l’Europa?

Borghesi - L’humor nero dei prelati (muori ma sei contento) non comprende certo i figli di quella borghesia africana che si è arricchita all’indomani del collasso degli imperi coloniali e che oggi cerca fortuna in Occidente. Sbarcano assetati e affamati dal lungo viaggio, ma con in tasca cellulari e con indosso abiti che difficilmente possono provenire dai magazzini delle missioni o dei campi profughi. No, non sono rifugiati e il primo ente che lo attesta è la commissione territoriale che rigetta la tua richiesta (al 70% dei richiedenti non è riconosciuto lo status di rifugiato). Nessun problema, però: fai il ricorso in tribunale foraggiato da associazione e cooperative che ti pagano un legale, l’ alloggio, tre pasti al giorno e un pocket money in attesa dei tempi previsti per la sentenza. Un anno un anno e mezzo, di solito, durante il quale vivi alla giornata spesso rovistando nei cassonetti in cerca di rame o dandoti all’accattonaggio. Non lo fanno tutti, ok, ma neanche sono pochi quelli che cercano o che chiedono l’elemosina.  Difficile che queste persone possano insegnarci qualcosa, prima fra tutti il rispetto, né che siano qui a pagare le nostre pensioni visto che non lavorano. A contribuire alle pensioni, semmai, sono quelli che vivono in Italia da anni, discreti e ben integrati, ma dei quali media e politica non si curano.   

Ignoranza - Nessun razzismo dunque, né pericoli di deriva xenofoba, sono consapevolezza da parte degli italiani che questa convivenza forzata, prima o poi, dovrà avere fine o per lo meno essere ridimensionata nel modo e nel numero. Il gesto di uno squilibrato, infatti, non può adombrare il vero problema: siamo soli, l’UE non ci aiuta, il lavoro manca e gli occhi di politici e alto clero sono ovunque eccetto che sulle esigenze primarie delle persone, sicurezza, salute, stabilità. Non possiamo morire per salvare l’Africa. Poi, se proprio di anti-fascismo non si può fare a meno, ci sono altre eredità del regime col quale prendersela: INPS, INAIL, comunità montane tutti enti made in 30s nei quali hanno lavorato (e lavorano) molti, accesi sostenitori del Fascismo male assoluto.  

di Marco Petrelli  

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