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Magna magna rosso

Al Grinzane c'era pure Ezio Mauro. Poteva non sapere dei soldi in nero?

Al Grinzane c'era pure Ezio Mauro. Poteva non sapere dei soldi in nero?

«Non poteva non sapere». Quante volte abbiamo letto sulle pagine di Repubblica questo sillogismo passepartout grazie al quale condannare - eticamente o, se è il caso, penalmente - avversari politici del giornalone di De Benedetti, a cominciare da Silvio Berlusconi? Il moralismo progressista ha in effetti abusato per anni della logica della complicità oggettiva. Ora, tuttavia, sembra che questo bizzarro meccanismo inquisitorio si sia inceppato. Guarda caso proprio nel momento in cui sarebbe tornato utile per andare dal direttore Ezio Mauro e chiedergli se lui, invece, poteva davvero non sapere del magna magna radical chic che girava attorno al Premio Grinzane. Ma sì, quel premio culturale che si è scoperto essere in realtà strumento «per compiacere il mondo politico e dello spettacolo» con regali, viaggi, feste e soldi in nero, secondo la deposizione spontanea rilasciata davanti alla Corte d’appello di Torino da Giuliano Soria, ex patron del Grinzane, condannato in primo grado a 14 anni e mezzo di reclusione.

Mangiatoia - Alla mangiatoia del culturame si sarebbero rifocillati, secondo Soria, politici come Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso, nonché scrittori come Corrado Augias, Alain Elkann e Philip Roth o attori come Michele Placido, Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli ed Isabella Ferrari. Sarà vero? Gli interessati hanno tutti smentito indignati, ovviamente, ma su come stiano le cose l’ultima parola la diranno i giudici. Intanto qualche cosa potrebbe forse dircela proprio Ezio Mauro, che nel castello di Grinzane Cavour è di casa. Dagospia ha infatti ricordato che il premio letterario italiano fondato nel 1982 da don Francesco Meotto e portato al successo proprio da Soria, ha visto il direttore di Repubblica presidente della giuria dal 1993 al 2000. Ma se davvero l’aspetto culturale era tutta una pantomima, se si trattava solo di pubbliche relazioni e clientele politiche, di ruote unte e rimborsi spese gonfiati, di fondi pubblici succhiati voracemente a fini occulti, come faceva il presidente della giuria a non sapere? Non parliamo dell’usciere o della donna delle pulizie, ma di una persona che su chi invitare, chi premiare e chi rimborsare doveva pur dire la sua. Possibile che negli otto anni passati seduto accanto a Soria neanche il più labile sospetto abbia attraversato la mente del più integerrimo dei giornalisti italiani? E se anche ora decidessimo di far valere a corrente alternata la logica del «poteva non sapere», resta comunque da chiedersi se la cosa non sia imbarazzante dal punto di vista professionale: ma come, un cronista si trova per anni in mezzo a un diabolico intreccio di potere, denaro e cultura, dentro a una macchina per ingrassare le tasche dei soliti noti, e non si accorge di nulla? Ma dai, è roba che come minimo fa sorgere qualche domanda. Magari dieci, secondo la tradizione di Repubblica.

Domande - A Ezio Mauro basterebbe rivolgerne un paio: «Come ha fatto, direttore, a trovarsi per otto anni in mezzo a un meccanismo per sottrarre illecitamente fondi pubblici senza avvertire il minimo sentore del marcio che covava sotto la coltre della bella kermesse culturale?». E ancora: «Perché rispetto a uno scandalo che è tanto più grave in quanto riguarda il bel mondo della cultura e non i soliti rozzi imprenditori senza scrupoli, un giornale come Repubblica, che fa della battaglia per l’etica civile un cavallo di battaglia, tratta la questione con un profilo basso, bassissimo, quasi imbarazzato?». A voler pensar male potrebbe venire in mente che tanta cautela - la notizia sprofondata nelle pagine interne, gli articoli scritti con eccessi di garantismo che un’olgettina qualsiasi si può scordare, con il punto di vista degli accusati da Soria sempre preponderante sull’accusa stessa - non sia affatto casuale. Del resto se Mauro era il presidente della giuria, un’altra penna di rilievo di Repubblica non è forse accusata da Soria di essere stato «assillante nei pagamenti in nero sfiorando l’indecenza»? Parliamo di Corrado Augias, che ha ovviamente respinto al mittente sdegnosamente le accuse ma su cui l’ex patron del Grinzane sembra certo: «Chiedeva 8mila, 10mila euro a evento, e ne avrà fatti una quindicina con noi, li voleva in nero». Magari erano a sua insaputa.

di Adriano Scianca

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Commenti all'articolo

  • gigset

    17 Aprile 2015 - 17:05

    Dove c'è sinistra c'è solo puzza di marcio!!!!!!!!!!

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  • gregio52

    21 Febbraio 2015 - 14:02

    Non è un problema abbiamo capito da tempo che un sinistroide è SEMPRE IGNARO quando si parla di soldi in nero. E' la specialità della sinistra Italiana. Questi quando si parla di corruzione, di soggetti Scilipodi , di aggiotaggio bancario sono come le tre scimmiette, non vedo, non sento, non parlo. Ma ci rendiamo conto che da quanto si desume dalla stampa il 50% degli italiani sono marci !

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  • futuro libero

    21 Febbraio 2015 - 11:11

    Certo che nn sapeva, è un comunista lui protetto dalla tessera N. 1 del PD. E' proprio per questo che continuerò a votare per Berlusconi, tutto l'accannimento nei suoi confronti da parte della magistraura è solo per allontannare dalla verità che potrebbe emergere del tutto ma che i coglioni non vedono o non vogliono vedere o sono costretti a non vedere.Pubblicare please

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  • antcarboni

    21 Febbraio 2015 - 10:10

    Noooooooooo!!!!!!!!! Vi sbagliate saranno scarpe . Nero Giardini! Uno come lui. Solo perché non aveva dichiarato "per errore" il vero valore dell'appartamento! Avete la fissa.

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