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Papponi di Stato

Romano Prodi, perché non avrebbe diritto alla pensione

29 Maggio 2015

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Romano Prodi

Per avere un’evidenza abbastanza chiara della sproporzione quantitativa tra i generosi vitalizi degli ex parlamentari e le pensioni dei comuni mortali basterebbe dare un’occhiata alle ultime rilevazioni diffuse dall’Inps. Secondo i dati snocciolati a fine aprile dal presidente Tito Boeri l’importo medio mensile erogato dalla cassa di previdenza, peraltro aumentato nel 2015 rispetto al 2012, si è attestato a 825 euro. Con il 64,3% delle pensioni che non riesce neanche a raggiungere i 750 euro al mese. Ovviamente assegni così bassi sono relativamente proporzionati, considerato che lo stock di trattamenti è ancora nel guado tra il sistema retributivo e quello contributivo, ai livelli degli stipendi e al conseguente flusso di contributi.

In quest’ottica, potrebbe sembrare normale che gli ex parlamentari, in considerazione dei loro elevati emolumenti, abbiano vitalizi molto generosi. In realtà, abbiamo dimostrato in questi giorni, che quegli assegni sono totalmente slegati dalla contribuzione effettuata in percentuale sulla retribuzione. Al punto da consentire agli ex parlamentari di realizzare laute plusvalenze nell’ordine di centinaia di migliaia di euro, con picchi che hanno già superato il milione di euro come differenza tra soldi incassati e contributi versati.

Per ottenere un quadro ancora più delineato di come potrebbe, o dovrebbe, essere la pensione se il parlamentare fosse trattato come tutti gli altri cittadini abbiamo chiesto al Centro studi Consulenti del lavoro di effettuare alcune simulazioni su alcuni casi emblematici che Libero ha preso in esame nei giorni scorsi. I risultati sono clamorosi.

Due casi su tutti spiccano. Si tratta di Romano Prodi e Gino Paoli. Il primo, con alle spalle una lunga carriera istituzionale sia in Italia sia in Europa, con la sua permanenza in Parlamento (XIII e XV legislatura) si è conquistato il diritto ad un vitalizio mensile di 2.864 euro. Assegno con il quale ha già intascato ad oggi una differenza tra contributi versati e trattemento ricevuto di circa 120mila euro. Come sarebbero andate le cose se, con lo stesso montante contributivo, Prodi si fosse presentato all’Inps per chiedere la pensione? Ebbene, sulla base delle nuove norme previste dalla legge Fornero, l’ex presidente del Consiglio potrebbe forse ambire ad un assegno sociale. La sua consistenza contributiva di 120.805 euro gli consentirebbe infatti di avere una pensione lorda annua di 6.885 euro, che su base mensile diventerebbe di 527 euro. Un valore, quest’ultimo, inferiore a quello limite di 1,5 volte l’assegno sociale (672,78 euro), che è richiesto per accedere al trattamento previdenziale ordinario.

Stesso discorso per Gino Paoli. Grazie al suo passaggio in Parlamento, sotto le insegne del Pci-Sinistra Indipendente, nella X legislatura il cantautore ha maturato il diritto ad un vitalizio di 2.019 euro al mese. Assegno che riceve da tempo, con un bilancio a suo favore tra versamenti e incassi di 496mila euro. Anche lui, però, bussando all’Inps riceverebbe una grande delusione. Tenendo conto di un montante di 60.403 euro, il suo assegno mensile calcolato con il metodo contributivo sarebbe di 263 euro. Cifra assai più bassa della soglia richiesta dall’istituto di previdenza per l’erogazione della pensione.

Se Paoli e Prodi resterebbero a bocca completamente asciutta, altri, abbassandosi al livello dei comuni cittadini, sarebbero invece costretti a decurtare di molto il loro assegno. L’ex segretario del Pci Achille Occhetto, ad esempio, che oggi prende un signor vitalizio di 5.860 euro al mese (che gli ha già procurato una plusvalenza di 261mila euro), sarebbe costretto a ridimensionare le sue pretese fino a 1.622,63 euro mensili. Il suo montante contributivo di 371.736 euro gli darebbe infatti diritto ad una pensione su base annua di 21.094,16 euro.

Come lui Vincenzo Visco. Al posto degli attuali 5.518 euro mensili (con uno sbilancio a suo favore ad oggi di 66mila euro), l’ex ministro delle Finanze, con 396.595 euro versati, dovrebbe accontentarsi di 22.504 euro l’anno, 1.731 euro al mese. Vitalizio ridotto ai minimi termini anche per l’ex premier Giuliano Amato. Le regole della Fornero trasformerebbero radicalmente il suo assegno da 5.170 euro lordi (con un bilancio positivo tra versato e incassato ad oggi di 809mila euro). Sulla base di una consistenza contributiva di 302.013 euro il suo trattamento pensionistico annuo sarebbe di 17.137,73 euro, vale a dire 1.318,29 euro al mese. Per quanto riguarda, infine, l’ex Garante della privacy, Stefano Rodotà, il suo vitalizio mensile di 4.684 (che gli ha fruttato finora 938mila euro di plusvalenza) si ridurrebbe a 1.054,63 euro. Frutto del calcolo contributivo sul montante di 241.610 euro, che permetterebbe a Boeri di erogare una pensione di 13.710,16 euro all’anno.

di Sandro Iacometti

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Commenti all'articolo

  • cuciz livio

    29 Maggio 2015 - 22:10

    Almeno incontrasse un Tir rumeno,quando va in giro in bici per i colli bolognesi!

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  • angelo41

    29 Maggio 2015 - 19:07

    Sono curioso di sapere quanto mi frutterebbe la pensione oggi, dopo 50 (cinquanta) anni di contributi versati dal 15 Ottobre 1958 al 30 Settembre 2008, come quadro statale. Posso chiedere all'INPS (che ha inglobato l'INPDAP) la revisione del conteggio?

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  • ROGIX

    29 Maggio 2015 - 18:06

    Renzi ridammi tutti i soldi della pensione che mi avete fregato.... togli i vitalizzi a questa gente .... togli lo stipendio da senatore a vita al sig .Monti. grazie.

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