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L'intervista di Libero

Massaro sindaco, ora scende in campo: "I segreti su Silvio, Forza Italia e...Gullit"

Daniele Massaro

«Massaro sindaco». Lo striscione, auspicio e profezia, campeggiava in Curva Sud. I primi anni '90, i tempi del Milan che vinceva tutto e di Daniele Massaro che segnava sempre. Quando il Van Basten o il Papin di turno non bastavano ci pensava lui. Si alzava, entrava, faceva gol. Poi il ditino al cielo e la corsa sotto alla Fossa. Lo chiamavano Provvidenza: «Negli ultimi anni entravo cinque, dieci minuti, cercavo di cambiare le cose». Spesso ci riusciva. E il tifo rossonero uno così, affidabile come un sistema binario, lo aveva eletto a «sindaco» ideale. Ha chiuso con quattro scudetti, una Coppa Campioni e una Champions, un paio di Intercontinentali, un mondiale vinto da spettatore privilegiato (nel 1982 non scese mai in campo) e uno perso ai rigori. Maledetta Pasadena: «Tutti ricordano Baggio e Baresi, ma ho sbagliato pure io. È il rammarico più grande». Alla leggenda, però, lo hanno consegnato due fatti. Il primo, la doppietta nella finalissima col Barcellona del 1994, quello del compianto Cruijff che «tanto vinciamo noi». Il secondo, quel «Vaaai Massaro» di Teo Teocoli che, forse, fa scendere una lacrimuccia di nostalgia anche ai cugini interisti. «Ne è passato di tempo. Per 10 anni ho avuto la maglia del Milan tatuata sulla pelle e per altri 15 sono stato in società. Poi si cambia». Già, si cambia. Non farà il sindaco, ma la nuova partita è politica: Massaro si candida. In lista con Forza Italia, in corsa a Milano per Stefano Parisi. E per Berlusconi.

Il Cav come l’ha convinta?
«Mi sono proposto io al presidente. Ero al telefono con lui. Mi ha detto: “Ti ricordi quando San Siro ti voleva sindaco?”. E mi scatta la scintilla: “Presidente, ci sono, scendo in campo”. Ho pensato che potesse essere utile la mia esperienza imprenditoriale nello sport e il presidente, come lui sa fare, ha accolto la mia idea con entusiasmo. Lui con il Milan mi ha dato la possibilità di coronare il sogno di una vita. Gli devo qualcosa: ha fatto molto per me e la mia famiglia. È una persona speciale».

Aneddoto, prego…
«Ero a Roma, i nove mesi di esilio calcistico imposti da Arrigo Sacchi ('88-'89, ndr). Per Capodanno andai con la famiglia in un posto sperduto, verso Brunico, quelle parti lì. Non c’erano telefonini, Twitter, Instagram e balle varie. Neppure mia mamma aveva un numero per chiamarmi. Ma il 31, alle 7 di sera, suona il telefono in camera: “Abbiamo una chiamata per lei, le passo il Dottore”. Pensavo fosse uno scherzo, sai quanti me ne tiravano. Invece era lui. Restai allibito: come poteva sapere dove mi trovavo? Ecco, questo è Berlusconi».

Ma la politica la appassiona?
«Diciamo che in un qualche modo ce l’ho nel destino: io, Baresi e Maldini siamo stati i primi comuni mortali a sapere che il Dottore sarebbe sceso in campo. Sabato a Milanello, 1994, preparavamo una partita. Ci prese in disparte e disse: “Se mi va male vi carico in valigia tutte le bandiere, tanto vengono buone anche per il Mondiale”. Non capimmo di cosa parlasse, poi ci spiegò: erano le bandiere di Forza Italia. Alla fine se le è tenute: direi che non gli è andata per nulla male».

Il suo primo voto?
«I miei genitori votavano Dc, e a 18 anni la votai anch’io. Ma quella era una buona Dc».

Viene eletto: cosa farà in Consiglio comunale?
«Se mi permette, le cose le voglio fare in strada, nei quartieri. Sono cresciuto all'oratorio, mia madre sapeva che mi trovavo là ed era contenta. Ora gli adolescenti si rimbambiscono per ore davanti a tv e iPad. Ho girato Milano, gli spazi ci sono, ma il Comune non li mette a disposizione. Mi voglio impegnare in prima persona per ricreare quei centri d'aggregazione dove si fa sport, dove ci si diverte e dove si imparano i valori, quelli veri. Al Comune questi spazi non interessano? Allora facciamo come negli Usa: li gestiscano i quartieri».

Un parere su Pisapia?
«Negativo. Ho sempre vissuto a Milano e negli ultimi cinque anni ho visto una città poco attenta ai veri bisogni della gente, occupata a far cassa a suon di multe per far quadrare il bilancio, senza riuscirci».

Salvini?
(Ride). «È un grande tifoso del Milan: questo è ottimo».

Per lei Renzi assomiglia a Berlusconi?
«Semmai a mister Bean: è risaputo, no?».

Non le piace, insomma.
«Soltanto chiacchiere. Non ha mai lavorato e non lo ha eletto nessuno».

Senta, ma lei oggi non servirebbe più al Milan che alla politica?
«Ci ho passato una vita in rossonero, 25 anni. Conservo una lettera in cui Berlusconi mi ringrazia per tutto ciò che ho fatto. Certo, mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di tecnico, ma adesso è arrivato il tempo di una nuova sfida».

Sento un pizzico di nostalgia.
«Come non averne? Ma le ho detto: si cambia».

Forse cambia anche il Milan: si vende?
«Non posso pensare alla società senza Berlusconi. Ma ogni scelta sarà la migliore, per il club e per i tifosi».

Anche Brocchi è stata la scelta migliore?
«Diciamo che il Milan quest’anno non può mancare l’Europa. Poi, vediamo».

E la cacciata di Mihajlovic?
«Sinisa sarebbe dovuto entrare con un pochino più di umiltà, invece ha mostrato subito il suo spessore, con dichiarazioni molto forti. I risultati purtroppo non l’hanno aiutato ed è finita com'è finita. Quando giocavo io però era più semplice: ce le siamo dette, ce le siamo date, ma dallo spogliatoio non usciva mai nulla».

Eppure qualcosa uscì: era ancora il '94, scrissero che lei mise le mani addosso a Gullit. Conferma?
«Balla spaziale. Anche Bovolenta (giornalista della Gazzetta dello Sport che scrisse l'articolo, ndr) mi disse: “So che è falso, ma fa notizia”. Poi, mi scusi, se avessi tirato uno schiaffo a Gullit lui mi avrebbe mandato a casa a puntate, come Beautiful».

E allora cos'è successo?
«Ruud era andato alla Samp: sua moglie voleva vivere al mare… Poi però le mancava la vita di Milano e lui non ne poteva più di Genova. Voleva tornare e mi chiese di mettere una buona parola col Dottore. Lo feci, tornò. Un disastro: in campo non correva, non tornava. Capello era furioso. Così lo prendemmo in spogliatoio: “Ruud, ci metti in difficoltà, ti devi impegnare, vogliamo vedere il sudore”. Lui promise davanti a tutti che avrebbe cambiato registro. Ma il giorno dopo, il-giorno-dopo, troviamo quella roba sulla Gazzetta: “Milan contro Gullit, Massaro lo aggredisce”. Eravamo incazzati neri. Baresi gli chiese cosa fosse successo e lui ammise bellamente di avere inventato tutto. Lo presi a brutto muso: “Mi avevi chiesto di farti tornare, oggi vado dal presidente e gli dico che voglio essere ceduto. In squadra con uno che racconta queste balle non ci sto”. Risultato? Hanno venduto lui».

Gullit è il compagno di squadra più matto che abbia mai avuto?
«No, quello è Seba Rossi. Mi creda, è la persona più buona e dolce che conosco, ma in campo gli si chiudeva la vena. Anche in allenamento: una volta ci siamo presi, ci siamo anche attaccati alla traversa...»

I più grandi amici nel calcio?
«Van Basten, Tassotti e Donadoni. Con Marco gioco spesso a golf».

Il più forte?
«Sempre Marco. Roba mai vista».

Il più tosto?
«Cattaneo e Di Somma: uno ti alzava, l’altro ti rinviava. Forse non se li ricordano in molti, ma le botte più dure le ho prese da loro ad Avellino, un campo minato. Anche Bergomi però quando perdeva la testa entrava solo sulle caviglie, eh».

Il Leicester di Ranieri: la più grande impresa nella storia del calcio?
«Avevano fame, hanno fatto qualcosa di enorme: sapevano di non poter andare in campo a fare gli sboroni e hanno finito col fare la riga in mezzo a squadre che spendono 100 milioni a botta. Si è vista la passione, il sacrificio. Ma se mi chiede dell'impresa più grande, ecco, il Verona di Bagnoli…»

«Vaaai Massaro!». La prima volta che l'ha sentito?
«Ce l'ho stampata in testa. Entro a Milanello, Billy e Roberto mi guardano e sghignazzano. “Cosa avete da ridere?”. E quelli si mettono a gridare: “Vaaai Massaro!”. Facevano pure quel movimento lì, ha presente Teocoli (lo mima, ancheggiando sulla sedia, ndr)? Lo aveva fatto la prima volta in tv e me l’ero perso, non ne sapevo niente. Ho chiamato Teo e gli ho chiesto che razza di storia fosse. Lui mi disse: “Vedrai, sarà il tormentone dell’anno”».

Non sbagliava.
«Sì che si sbagliava: altro che anno, la gente me lo grida in strada anche oggi!»

Le dà fastidio essere ricordato con un tormentone?
«Tutt'altro: non ha idea del piacere che mi dà. Ci ho fatto anche l'account Twitter, sa? (Mostra lo smartphone, @VaiMassaro, ndr)».

La carriera la chiuse con un anno in Giappone: un incubo?
«Paese splendido, anno difficile. Non tanto perché ho subìto il peggior infortunio della carriera. Ma ero lontano da casa, i miei genitori erano anziani e non stavano troppo bene. Le lascio immaginare che pensieri avessi».

C'era anche sua figlia?
«Sì, aveva 7 anni ed andò alla scuola giapponese: era entusiasta, vedeva il monte Fuji dalla finestra in classe. In quel posto le hanno insegnato cosa fosse la disciplina».

Il ricordo più dolce come papà?
«Forse, più che un ricordo, un periodo. I suoi primi tre anni, non dormiva mai. Ho passato ogni notte sul divano: dormiva solo lì, sul mio petto. Ero stravolto, ma sono stati gli anni migliori della mia carriera. Però non creda che la viziassi, sono un padre attento e piuttosto severo. Anzi, tra poco la chiamo perché la devo cazziare…»

Perché?
«Scusi, ma questo non glielo dico».

di Andrea Tempestini
@anTempestini

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Commenti all'articolo

  • umberto2312

    10 Maggio 2016 - 08:08

    Silvio ha sempre avuto una predilezione per gli uomini (e donne) di pensiero.Calciatori ,showmen,stelline(ora si chiamano così).La tradizione continua.

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