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Il ritratto

Addio Tommaso Labranca: il nostro Truman Capote emarginato dai salotti chic

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Addio Tommaso Labranca: il nostro Truman Capote emarginato dai salotti chic

I funerali di Tommaso Labranca si terranno mercoledì 31 agosto alle 15 alla Casa funeraria di piazza Mistral 9 a Milano.

L’immagine più illuminata di Tommaso Labranca - e la meno aderente al suo outfit ordinario, fatto di girocollo blasé e borselli anni ’80, è una che troneggiava su Wikipedia: cravatta nera elegantissima e occhiali pesanti in contrasto con la levità di pensiero. Una citazione vivente di Truman Capote.

Anzi, a pensarci bene, Labranca, morto ieri a 54 anni, avvolgendo il mondo della letteratura, questo giornale e chi scrive in un lutto spiazzante e doloroso, è stato davvero il Truman Capote italiano. Stessa educazione e gentilezza ai limiti dell’imbarazzo. Stessa spietatezza intellettuale. Stessa tendenza a mescolare l’alto col basso, Proust con Michael Jackson, la critica musicale con la cronaca giornalistica. Stessa, mostruosa, capacità di scrittura che lo rendeva in grado di annusare i movimenti di popolo sotto la pelle del mondo e di danzare, con le parole, dai saggi di antropologia culturale, che snudavano il pop (Andy Warhol era un coatto, Estasi del pecoreccio, Chaltron Hescon su tutti) e inventavano il trash, ai reportage tra il museo di Brera e le feste della salsiccia alla periferia di Quarto Oggiaro; dalle performance artistiche e dai movimenti filosofico- letterari come il Nevroromanticismo e i Cannibali (che lui contribuì a ideare nel 1997 assieme ad Aldo Nove, Isabella Santacroce e Nicolò Ammaniti) agli show goliardici improvvisati tipo Ansi Sæmur, il progetto musicale filo-islandese del 2008, in cui Tommaso si esibiva per pochi intimi vestito di lana per richiamare finte origini islandesi, leggendo, suonando uno xilofono ed emettendo vocalizzi.

Tommaso Labranca era un irrequieto traversatore della cultura. Passava dai libri su Warhol - di cui era uno dei massimi esperti mondiali - a quelli sui miti del pop, da Jackson a Skin, che gli assicuravano la pagnotta; inventava riviste d’arte; scriveva testi per la tv, Rai e La7, Mtv e All Music. Labranca era straordinario anche come conduttore su Radio 24. Ma dai salotti di Milano, dai grandi divi del piccolo schermo e dagli editori che contano era considerato un allegro rompicoglioni, da invitare alle feste ma da tener lontano dai palinsesti. Lui lo sapeva e rispondeva con il disincanto dei folli e dei sognatori.

Aveva fondato, con Luca Rossi una casa editrice per «giovani, capaci, fuori dal coro, che non passerebbero mai in Mondadori...», la 20090, con cui pubblicava saggi come Vraghinaròda. Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte, una gettata d’acido in faccia all’arte degna, appunto, del miglior Capote di Harper’s Bazaar. «Sai, l’ho scritto e pubblicato da solo perché non me l’avrebbe accettata nessuno», mi confidava, con uno sbuffo di cruccio per l’eremitaggio culturale, davanti ai terribili caffè che gli offrivamo alla macchinetta della redazione. Qualsiasi nostra altra pregiata firma avrebbe rifiutato il caffè con sdegno, mentre Labranca l’ingollava come la cicuta di Socrate.

Labranca aveva scritto per le migliori riviste italiane di tendenza; tradotto i migliori autori americani contemporanei - da Lisa Goldstein a Oliver James e Flocker Michael, che introdusse la teoria sociale del metrosexual; prodotto le miglior opere di narrativa mordi-e fuggi come ll fagiano Jonathan Livingston. Manifesto contro la New Age o Kaori non sei unica. La prima antologia di letteratura spot. Era, insomma, un genio polimorfo.

Era la nostra ciliegina sulla torta, era il miglior collaboratore delle pagine culturali di Libero, che l’aveva recuperato, oltre che al giornalismo di costume, anche al suo vecchio pallino, la critica d’arte. Labranca era il più veloce tra quelli bravi e il più bravo fra quelli veloci. Naturalmente quando lo si mandava a recensire una mostra, curatori e galleristi velavano lo sguardo di fiero terrore; e lui - autore pensoso a ritmo annuale per Einaudi e a scansione settimanale per l’Anima mia di Fabio Fazio - mandava, nei tempi ristretti del quotidiano, il pezzo perfetto, senza un refuso o una sbavatura, così denso di notizie e d’ironia che ti veniva subito voglia di affidargliene un altro.

Dicevo della macchinetta del caffè. Per Tommaso era una sorta di confessionale laico. Lì si confidava. S’immalinconiva per lo stato pietoso in cui i divi pop oggetto dei suoi libri avevano gettato la lingua italiana; si divertiva a ricordare di quando inventava neologismi tipo «neoproletariato» o di quando stroncava i libri di Alberoni satireggiandone il testo come se fosse una nuova versione delle Osterie.

Ieri la sua morte era tra i trend topic di Twitter, tra le cose più lette nella Rete. Molti dei twittaroli che oggi lo piangono sono, ovviamente, gli intellettuali che lo avevano emarginato. Io, che ne ho invidiato la scrittura e il disincanto, ora ne piango l’umanità. C’erano così tanti progetti. Labranca, come Capote, non ha avuto il tempo di realizzarli...

di Francesco Specchia

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