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L'Odissea di Domenico

La storia di Quirico tra fughe, bombe e umiliazioni

L'inviato della Stampa affida al suo giornale il racconto di 152 giorni di prigionia durante i quali ha subito due finte esecuzioni, ha provato a scappare ma è stato ripreso e picchiato

Domenico Quirico

Domenico Quirico

La storia di due cristiani nel mondo di Maometto, ma anche il confronto di due diversi fedi: quella semplice, che è darsi, è amore, dei prigionieri e la fede che è rito dei carcerieri. Il lungo racconto del sequestro che Domenico Quirico, appena liberato, scrive sulla Stampa di oggi si può sintetizzare così. Un racconto che parla di 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ma anche del probabile tradimento di uomini dell'Armata siriana libera, i bombardamenti dell'aviazione nelle case in cui era ostaggio insieme al belga Piccinin. E poi le percosse quotidiane, i tentativi di fuga, le due finte esecuzioni, il discorso 'origliato' sull'uso di gas. L'unico ''gesto di pieta' umana'' la telefonata di venti secondi a casa del 6 giugno. ''Lo dico forse in termini un po' troppo etici - scrive Quirico, - ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male; dove il Male trionfa, lavora, inturgidisce come gli acini dell'uva sotto il sole d'Oriente. E dispiega tutti i suoi stati; l'avidità, l'odio, il fanatismo, l'assenza di ogni misericordia, dove persino i bambini e i vecchi gioiscono ad essere cattivi. I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?''. 

Trattato senza pietà - Il giornalista della Stampa racconta la  sua Odissea in giro per la Siria, gli spostamenti sotto i bombardamenti insieme a cinquemila persona in fuga, e i vari passaggi da un'organizzazione islamica all'altra con la sorpresa di scoprire che quella che viene considerata dagli americani una organizzazione terroristica (la brigata di Jabat Al Nusra, l'AlQaeda siriana) è stata l'unica ad aver avuto rispetto per lui e il suo compagno di sventura. Le altre, quella del sedicente Abu Omar (un sedicente emiro che si faceva chiamare così) e ancor di più quella di Al Faruk (che fa parte del consiglio nazionale siriano e i suoi rappresentanti incontrano i governi europei), li hanno trattati come animali: "Ci tenevano costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati sui dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos'è l'umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire di no. Credo che c'era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l'occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero". 

Le punizioni - Quirico ricorda le due finte esecuzioni e i due tentativi di fuga finiti con una punizione che non dimenticherà mai: "Ci hanno chiuso in una specie di sgabuzzino con le mani legate dietro la schiena, quasi incaprettati e ci hanno tenuti così per tre giorni. Il nostro valore era quello della mercanzia. Non si può distruggere la mercanzia, se no si rischia di non ottenre più il suo prezzo. E ti senti veramente come un sacco di grano, un oggetto che vale in quanto vendibile. Ti possono prendere a calci ma non ti possono ammazzare perché se ti guastano troppo o definitivamente non ti possono più vendere". 

Banditi più che ribelli - Il gruppo che lo teneva prigioniero, descrive il giornalista della Stampa, "si professava islamico, ma in realtà è formato da giovani sbandati che sono entrati nella rivoluzione perché la rivoluzione ormai è di questi gruppi che sono a metà tra il banditismo e il fanatismo. Seguono chi gli promette un futuro, gli dà le armi, la forza, gli versa il denaro per comprarsi i telefonini, computer, vestiti". Sono tutti vestiti Adidas: scarpe, magliette... Non fanno nulla e passano la giornata sdraiati sui materassi a bere mate e fumare Malboro originali americane che fanno arrivare dalla Turchia. "Io", sottolinea Quirico, "sembravo più islamista di molti di loro perché non bevo e non fumo". "Ho imparato a mie spese", scrive Quirico, "che si tratta anche di un gruppo che rappresenta un fenomeno nuovo e allarmante della rivoluzione: l'emergenza di gruppo banditeschi di tipo somalo, che approfittano della vernice islamista e del contesto della rivoluzione per controllare parte del territorio, per taglieggiare la popolazione, fare sequestri e riempirsi le saccocce di denaro". 

La questione del gas usato dai ribelli - “E’ folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas”, ha precisato Quirico riguardo alle dichiarazioni del suocompagno di prigionia in Siria Pierre Piccinin che ha escluso categoricamente che il regime sia responsabile della strage del 21 agosto scorso. Quirico ricostruito ha così l’episodio di cui è stato protagonista con Piccinin in Siria, per sottolineare quali siano gli elementi di conoscenza a sua disposizione: “Eravamo all’oscuro di tutto quello che stava accadendo in Siria durante la nostra detenzione, e quindi anche dell’attacco con i gas a Damasco”, ha raccontato l’inviato de La Stampa.  “Un giorno peròdalla stanza in cui venivamo tenuti prigionieri, attraverso una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato a noi in precedenza come un generale dell’Esercito di liberazione siriano. Un secondo, che era con lui, era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla”. “In questa conversazione - prosegue la ricostruzione di Quirico - dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato”.  “Io non so - è il racconto di Domenico Quirico - se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta”.  “Bisogna tener presente - ha concluso Quirico - la condizione in cui eravamo e non dimenticare che eravamo prigionieri che ascoltavano cose attraverso le porte. Non ho elementi per giudicarle, sono abituato a parlare e a dare per certe le cose che ho verificato. In questo caso non ho potuto controllare niente. È folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas”.  

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Commenti all'articolo

  • tandolon

    11 Settembre 2013 - 14:02

    Capisco la fama,il prestigio e i soldi, ma è meglio che se ne stia a casa in quanto non si regge neanche in piedi, in giro per il mondo prenderà solo che botte se basta ! Poi di reporter così in giro per il mondo c'è un'inflazione !

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  • coruncanio

    11 Settembre 2013 - 11:11

    ai trogloditi ? Cavoli tuoi, quella gentaglia fa solo quello che è capace di fare : schifo !

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  • sparviero

    10 Settembre 2013 - 19:07

    Domanda umanitaria al giornalista: E di tutti i barconi di siriani in arrivo costante cosa ne dobbiamo fare? Non dirmi di interpellare la kyenge. Vorrei una tua risposta.

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  • babbone

    10 Settembre 2013 - 18:06

    Faccia una cosa torni sul luogo da lui tanto ammirato, tanto non è mancato a nessuno.

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