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Nel mirino

Vittorio Feltri: gli algoritmi, il nuovo dittatore che ci comanda. Quando sento la parola metto mano alla pistola

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Vittorio Feltri

Quando sento nominare gli algoritmi metto mano alla pistola. Lo so, lo diceva Goebbels a proposito della cultura. È l’unico programma nazista che condivido, ma io non porto, purtroppo, il revolver, perché temo mi scappi un colpo nelle mutande. Algoritmo è la versione azzimata e postmoderna di cultura, e a differenza di quest’ultima, che ha sempre l’aria di avere un parruccone in testa, è riverita da qualsiasi stronzetto su internet. Se uno dicesse: «Applicando il mio algoritmo, che adesso non vi spiego perché non ci capireste niente, e non ho qui la lavagna, il cancro sarà debellato», tutti lo prenderebbero sul serio. La colpa dei rimedi antichi e preventivi, quale il latte di capra dei pastori sardi o il tumore bollito di betulla dei kulaki russi, è quella di non avere il bollino fornito viceversa all’algoritmo: infatti esso è diventato ormai il dogma laico, sigillo della verità, garanzia di bene e persino di bellezza. È l’equivalente della prova del nove delle elementari della mia fanciullezza priva di alghe e algo.

So che avrei dovuto studiare gli algoritmi all’ultimo anno delle superiori. Occupano il capitolo sui libri di matematica che viene dopo le equazioni di secondo grado, per me già inarrivabili. Algoritmo, con quell’andamento sinuoso da abracadabra, mi spaventava sin da allora, e mi sono tenuto alla larga. Ma anche lui mi ha lasciato in pace per un numero esagerato di decenni: insomma non ci siamo più rotti reciprocamente i coglioni. D’improvviso, in questi primi pleniluni del millennio, è ricomparso. Ed è diventato una specie di drago sputafiamme al guinzaglio dei sapientoni per incantare la plebe e trasformarla in gregge ossequiente.

Una volta al cospetto di una proposizione di Aristotele, il mondo si inchinava recitando l’Ipse dixit. Il Rinascimento ha rivendicato la libertà di mettere in questione le certezze lapidarie. Adesso siamo ripiombati nel medioevo post-moderno, almeno quello ci aveva dato Dante e le cattedrali, che come dogmi di bellezza conservano il loro perché. Ora è vietato non inchinarsi a Saviano e a Fuksas, e anche nelle rubriche dedicate all’arte di pitturarsi le unghie di viola, l’esperto tronca la discussione sul come e il quando dello spennellamento dell’alluce citando l’algoritmo apposito, che dice di muovere la manina da destra a sinistra e mai viceversa, specie quando piove. Progresso dei lumi? Spero che presto chiudano il gas.

Una delle prime volte in cui si è fatto vivo nella mia trascurabile esistenza un algoritmo, e ho capito che mi odiava, è stato quando su Sky sport, Fabio Caressa ha spiegato che in Inghilterra ne erano stati elaborati un paio che dettavano il modo perfetto di battere i corner e tirare i rigori. Finché l’algocosa pretendeva di individuare il percorso delle comete prima ancora che nascessero, affari suoi, ma era insopportabile che si mettesse in mezzo e mi imponesse di piallare la mia già scarsa immaginazione, incapsulando persino la dea Eupalla in una formula che negava la possibilità di una traiettoria impensabile e vincente. Più di recente, un algoritmo (figlio di quell’erba zoccola e verdognola, con tendenza a marcire in fretta nel mare) ha stabilito che l’uomo più bello del mondo, in base a calcoli dirimenti, confermati ciberneticamente, è George Clooney, l’attore americano trapiantato sul lago di Como. Perfetta simmetria degli zigomi. Che noia la simmetria. Non c’è niente di così soffocante quanto le previsioni così sicure di sé che rendono impossibile la sorpresa e dunque la scommessa. L’algoritmo fa schifo per questo. Come scrisse Victor Hugo nei Miserabili «la disperazione sbadiglia».

La realtà per fortuna li confuta. Riprende la sua vigorosa fioritura a loro dispetto. La storia che ho appreso non è consolante, poiché i guai causati da chi ha inventato e applicato gli algoritmi più famosi e premiati della storia, si allungheranno ancora per chissà quanto. Ma almeno il loro fiasco ci ha consentito di sollevare un tombino dalla rete fognaria in cui ci avevano ingabbiato. E di respirare. Parlo della elaborazione meravigliosa delle formule matematiche, alla base della fabbrica di derivati e altri prodotti finanziari, che hanno gonfiato le tasche dei finanzieri, e che secondo gli economisti loro creatori avrebbero comportato un’espansione senza limiti e barriere: gli algoritmi della ricchezza, il denaro che genera denaro, l’albero degli zecchini d’oro del Gatto e della Volpe. Gli autori, con sede nella prestigiosa università di Harvard, hanno preso il Nobel. Hanno inventato la bomba atomica finanziaria che ci è scoppiata in testa. E ci stanno riprovando a rigonfiarla con nuovi algoritmi. Per questo metterei mano alla pistola, se l’avessi.

di Vittorio Feltri

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Commenti all'articolo

  • JamesCook

    29 Settembre 2017 - 10:10

    Ma basta!! sei un vecchio stizzoso e rincoglionito ma ti rileggi....... l'unico pistola qui sei tu!!

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  • cesare baldelli senior

    29 Settembre 2017 - 10:10

    Divertente. Se può consolarla ho dieci anni meno di lei e non ho ancora capito cosa serve Facebook.

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  • mauepicuro

    29 Settembre 2017 - 09:09

    Demoralizzante: è sufficiente scrivere un articolo nel quale non si parla di tette, grande fratello et similia e non si comprende più nulla, vero ?

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