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Addio al mito dandy

Tom Wolfe è morto, i radical chic no

17 Maggio 2018

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Tom Wolfe è morto, i radical chic no

«Radical chic» fu la bomba H semantica. Senza il suo neologismo, coniato sulla languida terrazza newyorkese di Leonard Bernstein (nel party/raccolta fondi dei ricchi liberal per le Black Panther), probabilmente non esisterebbero nemmeno gli stilosi abitatori delle terrazze romane. Chissà, forse non esisterebbe neanche il Pd della cerchia milanese dei Navigli.
Eppure Tom Wolfe, morto in un lussuoso ospedale di Manhattan a 88 anni, era molto di più del critico conservatore virginiano che fustigava l' ipocrisa del politicamente corretto, apprezzato dalla famiglia Bush e odiato, in egual misura, dai progressisti americani. Wolfe, sempre biancovestito, aguzzo e avvolto in un dandysmo invincibile, fu soprattutto un pioniere. Come Mark Twain, EE Cummings o Scott Fitzgerald, Wolfe impose uno stile di scrittura che divenne vero e proprio genere: quel new journalism che rivestiva la nuda cronaca di dettagli romanzeschi e consentiva all' autore di diventare parte vivente del racconto.
STILE ESPLOSIVO Punteggiatura dinamitarda, linguaggio pop e uso spregiudicato dell' idea del grande romanzo sociale: questo era l' armamentario culturale che consentiva a Wolfe di attaccare il minimalismo e lo sperimentalismo letterario -quello di Carver, Calvino, Marquez- soprattutto sul finire degli anni 80, dalle colonne di grandi magazine come Harper' s Bazaar. Scriveva Tom, forte della sua idea di reazione da vecchio gentliuomo del sud: «Il politicamente corretto, da me soprannominato PC - "polizia cittadina"- è nato dall' idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro». E gli attacchi contro il politically correct si dipanano dal 1970 -anno della serata sull' attico dei Bernstein a Park Avenue- del reportage pubblicato sul New York Magazine, in una spirale di humour e drammaturgia, fino alla pubblicazione del Falò delle vanità del 1987, romanzo di denuncia dell' edonimo americano.
Dal Falò fu tratto anche un film con Tom Hanks diretto da Brian De Palma, ma non riuscì a trasporre l' atmosfera sontuosamente decandente delle giovani volpi di Wall Street. A dir la verità a Wolfe non andavano bene nemmeno gli anni 70 ; era sua anche l' espressione «The 'Me' Decade» con la quale aveva schedato quel decennio come un' epoca egocentrica e individualista. Nel 1965 con il titolo La baby aerodinamica kolor karamella (Feltrinelli, 1969, poi Castelvecchi, 2011) descrisse, con l' acutezza e molta più ironia di un Roland Barthes, fenomeni come le tette rifatte delle matrone, la personalizzazione delle auto, la moda dei ricchi di imitare le classi meno abbienti.
CONTRO IL '68 Nel '68, anno dell' estrema contestazione, produsse, in controtendenza, L' Acid Test al rinfresko elettriko (Feltrinelli, 1970, Mondadori, 2014), reportage satirico sulle nequizie dell' ambiente underground perennemente alla ricerca delle botta creativa attraverso l' uso diversificato degli allucinogeni. Nel '73 fu la volta di Radical chic, appunto, cui seguirono La stoffa giusta (Sperling & Kupfer, 1981, Mondadori, 2011), Un uomo vero (Mondadori, 1999), e Le ragioni del sangue (Mondadori, 2013). Quest' ultimo libro venne accompagnato da un documentario che seguiva l' autore nelle sue minuziose indagini preliminari fino alla stesura del testo. Però, probabilmente, al di là dei romanzi -mai troppo bene accolti dalla critica, almeno agli inizi- fu grande la capacità di Tom Wolfe di intarsiare reportage a colpire i lettori. Uno per tutti: Io sono Charlotte Simmons (Mondadori, 2005), storia di una ragazza di campagna che per meriti di studio arriva a scoprire lo sfrenato bordello della vita universitaria.
Per scriverlo Wolfe si era fatto dei mesi -i primi in incognito- nel North Carolina; e aveva trasformato il suo report quasi in un epicedio contro la globalizzazione.
Il suo ultimo successo fu Il regno della parola (Giunti, 2017), ossia un violento attacco all' idea linguistica di Noam Chomsky.
Per Wolfe il linguaggio era un' arte fatta di spirito e istinto, e non poteva essere inquadrata in un processo biologico. Era l' eredità estrema di un raffinato funambolo della scrittura sempra dalla nostra parte della barricata...

di Francesco Specchia

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