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Poco glamour

Clooney? No party
George non ha più il tocco magico

Il divo a Milano per "Monuments men". E a cena invece delle showgirl sceglie Lapo

George Clooney

George Clooney

Clooney sembra che non abbia più tanta voglia di fare festa, o party, come recitava il famoso spot. O almeno pare.  Una performance da Fabio Fazio, domenica sera, per nulla indimenticabile; il secondo posto nella classifica Usa e non la vetta (Monuments men è stato battuto dai Lego); recensioni non entusiasmanti; accoglienza tiepida a Berlino; un sorriso in conferenza stampa che si è presto trasformato in fredda gentilezza; pochi fan accorsi al Principe di Savoia (complice la pioggia a dirotto); nessuna giovane fidanzata da sfoggiare. 

George sposta da Roma a Milano (ieri sera a Pioltello) la presentazione del suo quinto film da regista perché il capoluogo milanese è strettamente legato alla vicenda: la pellicola  (anche scritta, prodotta e interpretata da lui) racconta delle opere d’arte salvate dalla furia nazista durante la Seconda Guerra e in una scena appare «L’ultima cena», l’opera di Leonardo che ieri ha visitato insieme a tutto il cast e al produttore.  

Un film è tratto da una storia vera raccontata nell’omonimo libro di  Robert M. Edsel del 2009. Un volume che il produttore Grant Heslow ha comprato in aeroporto, lo ha letto e lo ha proposto a Clooney, suo amico da 31 anni. «Si sa, Hollywood gira tanti film sulla Seconda Guerra Mondiale», spiega la star, «ma questa storia non era nota quindi era una grande opportunità per chi fa cinema. Abbiamo cercato di rendere la vicenda divertente, fare intrattenimento, non una lezione di educazione civica».  La vicenda: sette soldati, non più giovani e non più  in forma, tra cui  direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell’arte, raggiungono le linee del fronte per recuperare i capolavori artistici trafugati dai nazisti e restituirli ai legittimi proprietari. Un film di nobili intenti, interessante, ma non molto avvincente. Qualcuno l’ha definito «melassa patriottica». 

La pellicola, in uscita nelle sale giovedì prossimo in 400 copie circa distribuite da 20th Century Fox, sottolinea l’importanza della cultura. Osserva Clooney: «L’arte ci dice chi siamo. Prima della tv e del cinema imparavamo  dall’arte. Noi non ci siamo curati tanto della cultura che andava perduta dopo i bombardamenti a Baghdad. Hitler voleva distruggere la   cultura:  bruciando le opere d’arte voleva cancellare le storie delle persone». 

Nessuno dei protagonisti del film, tutti presenti a Milano, conosceva la storia dei Monumens men (uno di loro, Harry Ettlinger, era presente in conferenza stampa). L’unico personaggio di fantasia è quello interpretato dal francese Jean Dujardin, premio Oscar per The artist: «Sapevo solo che Hitler era un pittore frustrato e voleva realizzare il Museo del Führer». Matt Damon interpreta il direttore del Met, che rischia la vita per andare al fronte: «Il film si pone una domanda: quale significato ha l’arte nella nostra vita?». Ruba la scena a tutti Bill Murray,  improvvisatore, showman assoluto della conferenza. Versa un bicchiere d’acqua in testa al florido John Goodman, e alla domanda sulla differenza tra un regista come Wes Anderson (con cui ha fatto Moonrise Kingdom) e uno come Clooney, risponde con humor: «Wes si strafoga di cibo come se dovesse morire domani e beve come un matto, Clooney è un tipo morigerato». George e Matt Damon sono molto amici, hanno girato sei film insieme. Scherza Murray: «Clooney ha fatto lavorare Matt a stretto contatto con Kate (Blanchett, ndr), che ha messo in ombra la sua recitazione: se questa è amicizia...!». «George», aggiunge Damon ridendo, «mi si avvicinava sul set e mi chiedeva: perché non sei bravo come tutti gli altri?». Farete un altro film tutti insieme? «Con questi tizi qui: naaaa!», chiude Clooney. 

Gli chiediamo un ricordo umano e non professionale di Philip Seymour Hoffman, l’attore recentemente scomparso che lui aveva diretto due anni fa in Le idi di marzo , e Clooney, a sorpresa, è molto formale:  «Noi siamo una comunità, un   gruppo di attori e cineasti, e Philip Seymour Hoffman è stato una   grande parte di questa comunità. La sua morte è un fatto estremamente triste  per tutti noi, perchè lui era come il cuore della nostra comunità».

Qualche sfizio mondano il George in «versione spending review» comunque se l’è concessa. Domenica sera, dopo l’intervista con Fabio Fazio a Che tempo che fa su Raitre (ospitata gratuita o con cachet? Chi lo sa, sull’argomento il direttore di rete Andrea Vianello non ci ha risposto), è uscito a cena con Lapo Elkann e tutti gli attori di Monuments men. E anche dopo l’affollata prima italiana di ieri sera a Pioltello, nel milanese, non resta che una riflessione: una volta c’era la Canalis, oggi c’è Lapo. 

di Alessandra Menzani

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Commenti all'articolo

  • ENYATZ

    11 Febbraio 2014 - 19:07

    ma, ignorare che è affascinante è impossibile.

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