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Caos rosso

Sinistra al voto: oggi le primarie Pd
Bersani teme che finiscano in rissa

Il segretario teme l'ondata di chi deciderà solo all'ultimo se andare a votare o no e le possibili denunce di brogli. Beppe Grillo, nel frattempo, attacca Renzi

Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersani

di Elisa Calessi

Nessuno azzarda pronostici, né previsioni. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché in tutti i comitati dei candidati alle primarie si sa che qualunque ragionamento potrà essere ribaltato dal numero (e dal tipo) di persone che oggi andranno a votare. Certo è che le code che ancora ieri si segnalavano in molti uffici elettorali (a Firenze hanno addirittura dovuto ristampare i moduli delle registrazioni perché erano finiti) lasciano pensare che si supererà la soglia dei tre milioni. Così come il fatto che si sia tagliata quota un milione e mezzo di iscritti. Anche se, secondo i bersaniani, almeno un milione di questi dovrebbero votare per il segretario. La macchina da guerra bersaniana, infatti, ha spinto nelle ultime settimane perché i militanti si registrassero prima. Diversamente dai renziani, che, per convincere il giro largo, da giorni puntano sul messaggio opposto: votare è semplice, votate domenica.  Tanto che ieri Renzi ha detto che lui stesso non si è registrato e lo farà solo oggi. E, invitando tutti a votare, ha aggiunto che «chi non vota, non conta, è inutile che poi si lamenti».      

La vera preoccupazione, al comitato organizzativo di via Tomacelli, non riguarda, quindi, i numeri, il rischio flop. Ma che tutto vada liscio: che le code non siano esagerate e che non ci siano scontri o accese contestazioni nei seggi tra i supporter di questo o quel candidato. O, peggio ancora, accuse di brogli che rovinino la festa. Guai se finisce in rissa.   

Al comitato Bersani si conta molto sul bottino del Sud, che alle scorse primarie fu deciso per farlo vincere: Campania, Calabria e Puglia (solo in Campania sono state fatte 146mila registrazioni). Ma hanno fiducia anche nel Nord. «Bersani andrà forte pure lì». Nel quartier generale renziano, invece, si scommette sul voto di opinione e su quell’onda che i sondaggi non riescono a individuare. Quella di chi è indeciso non tanto su chi votare, ma se andare a votare. «Se riusciamo a portarli», dicono, «votano Matteo». Il quale, ieri, ha detto: «Siamo già la maggioranza nel Paese». Il punto è convincere quella maggioranza ad andare ai seggi. 

Il favorito, in ogni caso, secondo i sondaggi un po’ di tutti, è Bersani. Ma è anche, tra i cinque, quello che rischia di più. Non a caso i suoi hanno smesso di parlare di una sua possibile vittoria al primo turno. Che alcuni sondaggi danno probabile. Ma, se non accadesse, poi sembrerebbe una sconfitta. Mentre, a logica, essendo cinque i candidati, è verosimile un secondo turno tra Bersani e Renzi. In quel caso le questioni decisive saranno due: se verranno riaperte le registrazioni, cioè se i renziani riusciranno a cambiare la regola per cui chi non ha votato al primo turno, non vota al secondo, e a chi andranno i voti degli esclusi. Sulla prima vicenda, i supporter del sindaco sono pronti a dare battaglia. Perché è chiaro che, in caso di ballottaggio, Renzi ha tutto da guadagnare. La partita si polarizza. Ma può farlo solo se le regole permettono che la platea si allarghi. Sulla seconda, gli elettori più corteggiati (anche perché più numerosi) saranno quelli di Vendola. Gli altri è scontato voteranno Bersani. Non è detto, invece, che tutti i vendoliani convergeranno sul segretario. Bersani cercherà di presentarsi come l’unico capace di tenere insieme i progressisti, come una garanzai per Sel. Ma Renzi potrebbe attirare gli elettori di Vendola per il suo netto rifiuto di un’alleanza con Casini e per il fatto di rappresentare un fattore di novità. Bersani, insomma, è il favorito. Ma è anche quello che si gioca di più. Perché deve uscire da queste primarie rafforzato. Anche perché, come ha ricordato ieri, «di avversari ne avremo un bel po', quando arriveremo sotto, c’è un sacco di gente che non ci vuole a noi, nei sottoscala, all’estero, all'interno». Il pensiero è già alle elezioni. E l’insidia si chiama Monti bis. Le primarie, se vinte bene, possono essere un trampolino di lancio molto importante. Per questo, se anche dovesse vincere, come primo atto cercherà di coinvolgere Renzi. Non con una poltrona, cosa che il sindaco ha escluso. Piuttosto chiedendogli una mano per la campagna elettorale, magari dividendo con lui il palco in un evento. 

Intanto queste primarie un risultato l’hanno già ottenuto. Il Pd è passato dal 25-26% al 30-32%. L’altro dato è che i due principali sfidanti si sono “contaminati”. Ieri Bersani, che era partito definendosi l’usato sicuro, ha detto che «senza cambiamento non può esserci governo». Allo stesso modo Renzi ha fatto suoi alcuni punti del programma del segretario: per esempio sui diritti civili, dove ha aperto a unioni gay e adozioni da parte dei gay.   

Intanto, mentre i candidati sparano gli ultimi fuochi (Bersani da Stella, terra di Pertini, Renzi da Siena, il baluardo dei Pci-Pds-Ds), un estraneo alla gara, Beppe Grillo, torna ad attaccare il Rottamatore. «Tra le facce di bronzo che si dilettano nello sport dell’arrampicatore istituzionale, quella di Renzi, l’ebetino di Firenze, è la più fenomenale, incredibile, paradigmatica». Tutta gloria, rispondono i renziani: è il segno che l’unico a spaventare il comico è “Matteo”. Così come, nella war room del Rottamatore, si legge l’annuncio della discesa in campo di Silvio Berlusconi come la scommessa che vincerà Bersani. E, di converso, la dimostrazione di come Renzi sia l’unico a poter voltare pagina. Nel centrosinistra come nel centrodestra. 

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