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Dopo le parlamentarie

I trombati delle primarie Pd
all'assalto del listino del capo

Sistemati i fedelissimi, coperta la società civile, Bersani deve scegliere altri 30-40 nomi: tra renziani ed ex popolari scoppia la guerra per un posto sicuro
Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersani

 

di Elisa Calessi

Il riposo delle feste, per Pier Luigi Bersani, è già finito. Da oggi all’Epifania, infatti, il segretario del Pd è alle prese con una grana non da poco: la composizione del listino, la famigerata quota di eletti sicuri che verranno scelti direttamente dal segretario. Si tratta di circa un centinaio di nomi su cui, come ovvio, si concentreranno le tensioni delle varie correnti del partito, molte delle quali sono uscite fortemente ridimensionate dalle primarie. La scivolosa questione, per Bersani, riguarderà, innanzitutto, il criterio da adottare. Chi deve andare di diritto nel listino? Di sicuro una parte, sembra almeno un terzo, verrà riservata a coloro che non sono politici di professione. Parliamo della famosa società civile: professori, avvocati, magistrati, intellettuali. Come l’ex magistrato Piero Grasso (probabile capolista in Lombardia) o Massimo Mucchetti, firma del Corriere della Sera. E come, è notizia di ieri, Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Un’altra quota, tra i 30 e i 35, spetterà alla “macchina” del partito: segretario, vice, tutta la segreteria, i responsabili del comitato Bersani per le primarie, il capo dell’organizzazione, ma anche chi ricopre alcuni ruoli di vertice: il presidente del partito, i vice, i capigruppo. E già qui potrebbero esserci dei problemi. Perché alcuni dei parlamentari uscenti che si trovano in questi ruoli si sono sottoposti alle primarie (vedi Rosy Bindi, Anna Finocchiaro o, per la segreteria, Matteo Orfini e Stefano Fassina), altri no (Dario Franceschini, Ivan Scalfarotto e la gran parte della segreteria).  È giusto, allora, è pronto ad obiettare qualche vincitore delle primarie, che chi ha faticato per conquistarsi i voti sia trattato allo stesso modo di chi è rimasto in panchina?  Altro problema: ciascuna regione avrà una quota di candidati che entrano nelle liste in quanto hanno vinto le primarie e una di indicati dal partito nazionale nella quota del listino. Chi, come Bindi, ha vinto le primarie ma entra nel listino in quanto presidente del partito, libera un posto per il miglior perdente delle primarie in Calabria o no?

Sembrano dettagli tecnici, ma su questi si sta già scatenando una guerra tra e dentro le stesse correnti. Anche perché la posta in gioco non è da poco: parliamo di seggi in Parlamento.   Sistemata la società civile e collocati i fedelissimi del segretario, rimarranno, comunque, tra i 30 e 40 seggi da assegnare. Ed è qui che si concentreranno tensioni ancora più aspre. Chi, come gli ex popolari, gran parte degli ex Margherita, ma anche i veltroniani, è uscito dimezzato dalle primarie insisterà con Bersani perché si utilizzi questi seggi per “riequilibrare” la rappresentanza. Nobile proposito dietro il quale si cercherà di ripescare anche molti sconfitti delle primarie. Come Sergio D’Antoni, sconfitto in Sicilia, o Oriano Giovanelli, fedelissimo di Bersani, tesoriere del comitato nazionale che ha coordinato la campagna delle primarie del segretario. Un altro uscente che potrebbe essere recuperato è Beppe Fioroni. Gira l’ipotesi che venga candidato come capolista in Sicilia, ma lui stesso e i suoi fedelissimi negano che ci sia alcun accordo in questo senso. Anche perché c’è anche chi lo dà in partenza per la lista Monti. È probabile, invece, che siano recuperati in questa quota alcuni nuovi innesti renziani, come Giuliano Da Empoli e Simona Bonafé, o altri parlamentari uscenti vicini al sindaco di Firenze e che, per via delle regole a misura di apparato, hanno deciso di non partecipare alle primarie, come Giorgio Tonini o il costituzionalista Stefano Ceccanti. 

Il problema, per Bersani, sarà individuare un criterio il meno arbitrario possibile. Diversamente, rischia di essere subissato da critiche. A cominciare dai suoi. I Giovani Democratici, per esempio, che da soli sono riusciti a eleggere otto candidati, tutti giovanissimi, in gran parte donne, sono pronti a combattere contro eventuali ripescaggi di sconfitti alle primarie. Come loro i Giovani Turchi di Orfini e Fassina o gli stessi renziani che si sono guadagnati una quarantina di eletti sul campo.   Intanto, tra oggi e domani, Bersani dovrà completare il puzzle dei capilista. Di sicuro dovrebbero esserci Fassina nel Lazio, Bindi in Calabria, Finocchiaro in Puglia, Grasso in Lombardia, Bersani in Emilia Romagna, Andrea Orlando in Liguria, Roberto Speranza in Basilicata, Alessandra Moretti in Veneto.

 

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Commenti all'articolo

  • encol

    03 Gennaio 2013 - 08:08

    I fannulloni storici ed incalliti all'assalto della poltrona che gli permette: vita lussuosa, niente lavoro, privilegi infiniti. In qualunque altro paese al mondo sarebbero sarebbero cacciati come appestati. VERGOGNA INFINITA

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  • dulbecco2

    02 Gennaio 2013 - 21:09

    finocchiaro e bindi fuori dai c,,,,

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