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Il ritorno dei dinosauri

D’Alema guida i ribelli: "Il Pd sta morendo, riprendiamocelo"

D’Alema guida i ribelli: "Il Pd sta morendo, riprendiamocelo"

Tregua? Macché. «Noi dobbiamo essere il Pd, una minoranza deve aspirare a diventare una maggioranza». La riunione della minoranza Pd in programma per ieri a Roma non è stata sottotono come molti immaginavano. Nessuno schiacciamento sul premier, niente marcia indietro tattica in vista delle Europee, anzi. Hanno raccolto l’invito di Gianni Cuperlo e si sono presentati al Teatro Ghione, a due passi dal Vaticano, tutti i pezzi grossi dem: Guglielmo Epifani, Stefano Fassina, Francesco Boccia, Pier Luigi Bersani e, soprattutto, Massimo D'Alema. «Oggi è una bella giornata per la politica e la discussione, per l’avvio di una campagna elettorale importante», ha detto, aprendo la convention, l'ex sfidante di Matteo Renzi. Ma, infilza Cuperlo, «non è che le norme della destra diventano giuste se a proporle siamo noi del Pd».
Proprio mentre il segretario democratico, che è anche premier, apriva la campagna elettorale per le Europee e le Amministrative, lanciava la corsa di Sergio Chiamparino a presidente del Piemonte e, da Torino, parlava di riforme e programmi, nella Capitale si ritrovavano sotto lo stesso tetto (quasi) tutti i suoi critici. A dare voce al dissenso - netto - è stato Massimo D’Alema. Sarà che la sua poltrona di prossimo commissario europeo traballa, che sembra sempre più concreta l’ipotesi che a Bruxelles vada Enrico Letta, col quale il premier vuol fare pace, fatto sta che “baffino” è andato piatto e lanciato la sua contro-opa sul partito: «Noi dobbiamo essere il Pd, una minoranza deve aspirare a diventare una maggioranza», è il suo grido di battaglia. Ma l’ex premier e ministro degli Esteri non si è limitato alla chiamata alle armi, anzi. «Non possiamo accettare che il Pd diventi un'altra cosa, che si spenga», ha aggiunto. Secondo lui, che è stato segretario dei Democratici di sinistra, il Pd «vive oggi «un processo di impoverimento che può prendere una piega drammatica». É evidente a tutti la critica alla gestione dell’ex sindaco di Firenze: «Il Pd è il punto debole vero della visione della maggioranza, che lo ha considerato più un peso e un ostacolo che una straordinaria opportunità», ha aggiunto, tra gli applausi.
L’idea di partito che la minoranza - che aspira a tornare maggioranza ha in mente - è molto diversa da quella del premier, definita «un partito-comitato elettorale del leader». Precisamente, dice D’Alema: «Questo partito lo dobbiamo far funzionare noi, dobbiamo aprire i circoli e fare il tesseramento anche se non si stampano piu tessere. Sarebbe importante se la minoranza stampasse le tessere del Pd». L’intenzione dell’ex leader diessino, che per settimane era sembrato spalleggiare l’iniziativa del premier, è quella di costituire un partito dentro ad un altro partito evidentemente. O si fa così, mette in guardia, o il Pd «diventa un’altra cosa, si spegne e muore». Il fronte più caldo resta quello delle riforme costituzionali e della legge elettorale. «Ci sono sette-otto cose da correggere», ha detto provocando una risata dalla platea, Pierluigi Bersani. L’ex candidato premier, ripresosi dal malore avuto mesi fa, è tornato sulla scena più tosto di prima. «L’accordo sulla riforma del Senato va trovato», premette, «ma Matteo non deve dire che chi obietta lo fa per conservare gli emolumenti». Il concetto è staro ribadito anche da D’Alema: «Il premier deve capire che sulle riforme il Parlamento ha i suoi diritti di discutere e correggere». Di più: «La legge elettorale l'ha scritta Denis Verdini, non veniva fuori da un circolo di riformatori illuminati, ed è giusto rivederla». Per lui l’Italicum è «di scarso buonsenso» e presenta aspetti di «dubbia costituzionalità». Al Senato, come è noto, la maggioranza che sorregge il governo non avrebbe i numeri senza i voti della minoranza Pd e di Forza Italia. La scommessa è far fallire il premier proprio sulle riforme, cioè l’argomento sul quale si è speso di più.
Esattamente in mezzo tra l’agguerrita minoranza dem e il premier c’è il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Già sostenitore di Cuperlo, poi promosso Guardasigilli dal neo segretario, ha partecipato alla convention al Teatro Ghione, ma ha chiesto responsabilità ai compagni di strada: «Una logica da Aventino o da “revanche” non può che penalizzarci». Il fallimento di Renzi, avvisa il ministro, può trasformarsi nel fallimento del centrosinistra. Di lì l’appello a non esagerare: «Possiamo giocare un ruolo ma non dobbiamo apparire come recriminatori», ha ammonito.
A giudicare dai loro commenti, nessuno dei renziani si aspettava questi toni. «D’Alema mi ha lasciato allibito, il suo non mi è sembrato un intervento di buongusto», ha commentato il deputato Marco Di Stefano. «C’è chi va avanti con riforme, jobs act, tetto agli stipendi e chi si è fermato alle primarie...», ha commentato acido o il senatore Andrea Marcucci. La sfida è appena cominciata.

di Paolo Emilio Russo

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Commenti all'articolo

  • marcopezzi

    13 Aprile 2014 - 21:09

    D'alema, Epifani, Bersani...siete patatetici nella vostra ingordigia, fate schifo come politici e anche come esseri umani: volete solo coltivare i vostri sporchi interessi. Mettevi in un partito: NON PRENDERETE UN VOTO pagliacci. Levatevi dalle palle una volta per tutte.

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  • Argonauta

    13 Aprile 2014 - 20:08

    Baffin lader azzanna solo quando c'è ciccia, di lui aveva paura persino suo padre'

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  • routier

    13 Aprile 2014 - 15:03

    D'Alema chi ? Quello della guerra nell'ex iugoslavia ? Quello della disastrosa missione arcobaleno ? Quello del governo D'Alema uno (1998/99) ? Quello del governo D'Alema due (1999/2000) ? Ma di quale D'alema stiamo parlando ?

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