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Il bilancio dopo 113 giorni

Governo, le pagelle di Renzi: dagli 80 euro all'Italicum, promossi e bocciati

Governo, le pagelle di Renzi: dagli 80 euro all'Italicum, promossi e bocciati

Bastano 113 giorni per promuovere o bocciare un governo? Generalmente la risposta è negativa, ma se il governo è quello di Matteo Renzi, arrivato a Palazzo Chigi sull'onda dello slogan "Facciamo presto", forse sì. Anche perché qualche numero parla già chiaro: a fronte degli 80 euro in busta paga per 10 milioni di lavoratori dipendenti e 15mila assunzioni previste nel pubblico impiego nei prossimi anni, pesano le incertezze sul Pil (-0,1 nel primo trimestre, "appena" +0,6 per il 2014 secondo le previsioni Istat e della Commissione europea, +0,8 secondo l'esecutivo), una disoccupazione schizzata al 12,6% e senza grandi segnali di controtendenza. Ma a gettare una luce sinistra sull'operato del premier è proprio il percorso delle tanto annunciate riforme: timing serrato, risultati a singhiozzo.

 

 

Bonus 80 euro e nomine: sì - Finora gli unici risultati incassati sono stati quelli "obbligati". Il primo è il bonus Irpef di 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti: Renzi ci ha scommesso tutto, tanto da far passare la misura presso gli avversari come una "mancetta elettorale". Il sospetto è lecito, perché lo spot è stato lanciato alla vigilia delle trionfali elezioni europee e, soprattutto, non ha alle spalle una copertura finanziaria solida. Per il 2014 i soldi ci sono, per il 2015 bisognerà trovarli. Con la difficoltà dell'ulteriore promessa di estendere il bonus anche a chi è stato escluso, incapienti e pensionati su tutti. Per i meno maligni (o scafati) la scommessa del governo è chiara: dare 80 euro per far ripartire i consumi. Ammesso e non concesso che bastino, con che spirito un italiano che guadagna al massimo 25mila euro lordi all'anno spenderà quei soldi sapendo che poi, tra 6 mesi, potrebbe tornare al "vecchio" regime di busta paga? Dunque, promozione sì, ma con riserva: se il bonus resterà una una tantum, arriverà la bocciatura più pesante. Tra i risultati incassati da Renzi ci sono anche le nomine: prima le grandi partecipate, da Finmeccanica a Enel, quindi quelle fresche fresche all'Agenzia delle Entrate, Istat, Enit, Agenzia del Demanio. Come suo solito, Renzi ha puntato tutto sull'appeal femminile: più donne al comando, è questo per ora l'unico "cambio di verso", insieme alla promessa mantenuta (tra critiche e polemiche) di porre un tetto allo stipendio dei manager pubblici: 240mila euro lordi l'anno.

Lavoro e pagamenti P.A.: forse - La riforma del lavoro messa a punto dal ministro Poletti è a metà del guado. Il decreto legge che allunga da uno a tre anni la durata dei contratti a termine senza causale è passato, ma il disegno di legge delega che obbligherà l'esecutivo a riformare gli ammortizzatori sociali e introdurre il contratto di inserimento a tutele progressive avrà tempi lunghi: un anno. Servirà per trovare le coperture alla cassintegrazione in deroga, che al momento non ci sono: occorre un miliardo, Renzi e Padoan hanno sul piatto 400 milioni. Maluccio anche sull'altra grande emergenza delle imprese italiane, il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione. Renzi ha giocato coi numeri, promettendo entro luglio lo sblocco di 68 miliardi, che comprendevano però i 22 già pagati nel 2013 sui 47 messi a disposizione da Letta. A questi il governo ne ha aggiunti 13: totale: 61 miliardi circa (e non 68), ma i pagamenti effettivi sono 23,5 e molto difficilmente entro il 2014 arriveranno i 60 miliardi e rotti annunciati da Palazzo Chigi. Se è sufficienza, è sulla fiducia.

P.A., spending, Italicum: disastro - Su tutto il resto, è buio pesto. Sulla pubblica amministrazione si è pasticciato per fare in fretta, spacchettando la riforma in due decreti omnibus. Accanto a misure come il dimezzamento dei distacchi sindacali, l'abolizione del trattenimento in servizio e la mobilità obbligatoria fino a 50 chilometri, mancano all'appello le misure sulla retribuzione dei dirigenti, le pensioni con sistema contributivo per gli uomini di 57 anni con 35 anni di contributi e l'accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione civile. Il capitolo spending review è un romanzo: si è partiti con la strombazzata vendita delle auto blu, che hanno portato appena 50mila euro. Noccioline. Il taglio delle province? Fumo, perché i dipendenti pubblici passeranno ad altri enti. Ci sono sì 5 miliardi di tagli ai ministeri, ma ne erano stati annunciati 14 in totale entro il 2015. Cottarelli, dove sei? Stesso discorso per le privatizzazioni: quelle di Enav e Poste sono iniziate, ma il grosso dovrebbe arrivare dalle dismissioni del patrimonio pubblico immobiliare. Nessuna novità. Qualcosa si muove, invece, sulle riforme-manifesto di Renzi, legge elettorale e Senato. Anche sul fronte istituzionale, però, si naviga a vista nella palude. L'accordo con Berlusconi sull'Italicum, dopo l'ok di marzo alla Camera, sembra carta straccia, tanto che ora Renzi potrebbe trattare addirittura con Beppe Grillo. Il testo è fermo al Senato, in attesa di capire anche cosa accadrà a Palazzo Madama e al Titolo V. Gli emendamenti, a tal proposito, sono 4.750, e il Pd si è spaccato dopo il caso Mineo. Fare presto, sì, ma per andare dove?


 

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Commenti all'articolo

  • maxgarbo

    18 Giugno 2014 - 16:04

    mi pare che le cose siano peggio di prima. tasse, spese, accise, laccioli non ne veniamo fuori più. prima era colpa di Berlusconi, ora non è del Pd ma di tutti! questa me la devi scrivere

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  • gregio52

    16 Giugno 2014 - 09:09

    Con i prelievi che vengono fatti ai pensionati, tutti tacciono, fa il bello dando l'elemosina di 80€. Per poi non scoprire che sotto sotto avrà manipolato ancora su balzelli ecc... che per il momento non vengono alla ribalta. In ogni caso anche senza essere un gufo, questo ci sprofonderà del tutto.

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  • fausta73

    16 Giugno 2014 - 09:09

    In Parlamento ci sono tutti i partiti, per cui se è un disastro la colpa bisogna darla a tutti.

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