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In fuga

Matteo Renzi, il piano: punta alle urne per non pagare il conto all'Europa

Matteo Renzi

L’accordo europeo s’è fatto. I conti non tornano e si dovranno rifare a marzo. Dentro l’accordo c’è un non detto assai pericoloso. Questa volta sì che la presidenza italiana ha lasciato il segno, conducendo l’Unione europea all’accordo del fare finta: io fingo che abbiano un senso i conti che presento, tu fai finta che abbia un senso rifarli fra tre mesi e tutti facciamo finta di non vedere che la voragine della crisi s’allarga. Ma che senso ha guadagnare tre o quattro mesi? Che ci si guadagna? L’Italia nulla. Chi la governa, però, spera nell’improbabile ripresa, o nel crollo dei conti europei, sì da nascondere i nostri nel caos, oppure, più realisticamente, nel far saltare prima il banco, sostituendo i conti economici con quelli elettorali. Lo andiamo ripetendo dall’estate scorsa, benché da Palazzo Chigi si giuri e spergiuri che si voterà a scadenza naturale. Se così fosse non avrebbe alcun senso quel che stanno facendo, compreso l’accordo a far finta.

L’ottimo Pier Carlo Padoan continua a stupirmi. Ogni giorno che passa mi domando chi glielo fa fare di affermare e firmare l’inverosimile. Ora sostiene: è vero che la Commissione europea prima e l’Eurogruppo poi hanno affermato che i conti italiani (e non solo) saranno rivisti a marzo e che dovremmo e dovremo fare di più, ma intendono dire che dobbiamo farlo nell’attuazione delle riforme già approvate, non certo preparare una manovra correttiva. Le riforme è una riforma, quella del lavoro, che è una legge quadro: qualsiasi cosa si faccia da qui a marzo non cambierà di un decimale i conti.

Certo, il governo può ben dire di avere chiuso l’accordo, cantando vittoria. Me ne compiaccio. Ma è un accordo scritto sulla sabbia in una giornata di vento. E se prima la comunicazione governativa continuava a ripetere che l’Italia mai e poi mai avrebbe sfondato il tetto del deficit, comodamente collocato al 3% del Pil, laddove dovrebbe essere significativamente più basso, ora si mormora e sussurra quel che l’aritmetica già gridava: potremmo superarlo. Oibò, che è successo? È in programma una politica di spesa pubblica anticiclica, per la gioia di tutti i magnaccioni, che siano stati terroristi neri, mezzani sinistri, o criminali della società civile? No, temo che la faccenda sia (ove possibile) più prosaica: sappiamo già che a marzo i conti non torneranno e allora si mettono le mani avanti, annunciando come possibilità quella che sarà neanche una necessità, ma la logica conseguenza di numeri messi a capocchia, supponendo crescite che non ci saranno. Non supereremo il 3% per scelta politica, ma per prepotenza contabile. Questo temo.

E come potrà giustificarlo, il governo Renzi? Basta aguzzare l’orecchio, per capire l’antifona. Già si sente dire: l’Europa non sia solo vincoli, ma sviluppo. Concetto profondo. Tanto che ci vuole un sommergibile per scorgerlo. Dagli abissi non tornerà certo a galla allargando il deficit, quindi poi il debito, mettendo soldi in tasca a italiani cui lo stesso Stato poi li toglie con la mano fiscale. Perché questo è tale spesa pubblica, incarnata dalle emergenze sociali e dagli 80 euro: un modo per distribuire quel che poi si ripiglia, salvo che a quelli più lesti, che lo portano via nel frattempo. L’antifona, però, è quella di dare la colpa all’Europa. Ah, se non ci fossero loro, a stringerci il cilicio!

Ma dove porta una simile impostazione? Porta al voto. Perché mica puoi tenere la minestra in caldo per anni. A fine marzo non succede nulla, ma entro primavera ci sarà chiesto di onorare le promesse. A quel punto che fa, Padoan, risponde loro che il 70% dei decreti attuativi del Job Act sono stati fatti? Ne prenderanno act e ci domanderanno se abbiamo problemi di comprendonio: i conti sono disallineati. Quindi, fra aprile e giugno, chi governa si deve mettere sulle spalle la loro correzione. O invoca la rivolta smutandata contro l’Europa. Altrimenti no, semplicemente fa osservare che siamo in campagna elettorale e che la democrazia va rispettata. Ci vediamo subito dopo. È vero che guadagnare ancora uno o due mesi non serve a nulla, ma vale solo per gli italiani, non per quel ristretto gruppo fra loro che andrà a popolare le due (leggasi due) aule parlamentari e a formare il nuovo governo. Poi si vedrà. Non brilla in lungimiranza, ma almeno ha un senso. Far finta che siano solidi conti già in fase di smontaggio neanche è lungimirante, ma è pure privo di senso.

di Davide Giacalone

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Commenti all'articolo

  • AG485151

    10 Dicembre 2014 - 20:08

    Invece di puntare alle urne punta al taglio della spesa ! E alla privatizzazione ! E all'abolizione dei finanziamenti pubblici ! E alla semplificazione dello stato e della burocrazia ! E non azzardarti a toccare le pensioni ! Incapace !

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  • arwen

    10 Dicembre 2014 - 15:03

    Ultimamente sembra che al pinocchietto fiorentino vada tutto storto. Lui si era già fatto i conti, 1 riformina sul alvoro, 80 euro, la leggina elettorale che castra gli elettori, tante promese e vai verso nuovi mandati! Invece no. Gli scandali, il fallimento in materia economica e l'altolà della UE, remano contro Pinocchio. La sua immagine è sempre più offuscata dalla crudezza della realtà!

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  • STEOXXX

    10 Dicembre 2014 - 14:02

    l'ebetino si dimostra sempre più ridicolo venditore di pentole e aria fritta ogni giorno che passa...mi chiedo come faccia un qualsiasi italiano di destra, di sinistra o di centro a credere a tutte le balle che racconta...pazzesco !!!!

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  • encol

    10 Dicembre 2014 - 12:12

    Il bullo fiorentino è lui stesso un soggetto fallimentare. Altro non sa fare se non infilarsi in avventure fallimentari , v.di gli 80 Euro banditi a proprio uso e consumo ( campagna elettorale) ma di fatto senza cognizione di causa alcuna. Il min. Padoan lo ha assecondato e questo è davvero incomprensibile a meno che anche il min. si sia bevuto il cervello.

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