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Il sogno è Marchionne Marziano di successo fuori da partiti e sindacati

Il sogno è Marchionne Marziano di successo fuori da partiti e sindacati

Quando Sergio Marchionne salì sulla Fiat che lo doveva portare in ufficio per il suo primo giorno di lavoro al Lingotto, gli restò in mano la maniglia. Un fosco presagio per chi s’imbarcava alla guida di un’impresa avviata alla bancarotta. Ma lui non si spaventò. E, nel suo piccolo, cominciò a lavorare ad una rivoluzione a 360 gradi. Prima nell’indifferenza, poi investito da un’ostilità isterica sotto il fuoco di tanti nemici e tantissimi amici. Difficile immaginare una nomination presidenziale più improbabile di quella di Sergio Marchionne, italiano che si è fatto strada in giro per il mondo senza chiedere il permesso a sindacati, partiti e lobbies di varia natura. È facile immaginare che super Sergio, nei corridoi del Quirinale, farebbe la figura del marziano, costretto a girare e rigirare maniglie (quasi un destino) senza trovare mai la stanza dei bottoni. Ma, almeno una volta l’anno, fa bene sognare, ovvero immaginare un futuro diverso, alla ricerca di una crescita che non c’è più.
Mister Marchionne già nel 2009 aveva capito che la strategia dell’Unione europea non ci avrebbe portato da nessuna parte. Anzi, avrebbe sancito, tra regole rispettate e regole violate (come nel caso delle emissioni ambientali), la superiorità dei colossi dell’auto tedesca rispetto agli altri concorrenti. La grande «politica economica» comune, insomma, era una solenne presa in giro. L’alternativa era l’America, dove in quei giorni faceva il suo esordio il piano di aiuti a Detroit della presidenza Obama. Si sa com’è andata: con grande fastidio dei concorrenti, il made in Italy a quattro ruote è sfuggito alla grande vendita, che pure non sarebbe dispiaciuta a parte del sindacato.
Certo, non si spiega così l’apparente paradosso di un manager stimato ed applaudito in tutto il mondo ma che nel Bel Paese raccoglie valanghe di critiche e di insulti da parte di intellettuali che lo accusano di voler seppellire l’Italia dei diritti. Non piace la chiarezza con cui ha affrontato il sindacato, rivoltato le fabbriche e si appresta ora a rimettersi in discussione in Ferrari. Non piace la sua busta paga (legata ai risultati, però), la sua simpatia per il sistema economico Usa, dentro e fuori la fabbrica, contrapposta alle chiacchiere di Bruxelles. È un italiano che, fin da ragazzo, ha imparato da suo papà carabiniere a prender la valigia e a cercar fortuna fuori, se in Italia le cose prendono la piega sbagliata. Ma torna sempre, convinto che le maniglie si possano riparare. Magari avessimo al Quirinale uno così, più portata a rifilare scappellotti e sberle che medaglie o diplomi di cavaliere.

di Ugo Bertone

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