Cerca

L'editoriale

Quello che Napolitano non potrà dire

Quello che Napolitano non potrà dire

Tra pochi giorni Giorgio Napolitano si congederà dagli italiani. Anche se le dimissioni saranno presentate probabilmente il 13 gennaio, in concomitanza con la fine del semestre italiano alla guida della Ue, il discorso di commiato avverrà quasi certamente il 31 dicembre, con il consueto sermone che ad ogni fine anno il presidente della Repubblica dispensa agli italiani, insieme con gli auguri e i brindisi. Un addio, quello del capo dello Stato, che un cin cin lo merita davvero, perché poche dimissioni possono essere salutate con tanto entusiasmo e buoni auspici come quelle dell’attuale inquilino del Colle.

Non vogliamo qui ricordare la carriera politica di Giorgio Napolitano, che in novantant’anni è stata costellata di molte scelte sbagliate, a cominciare da quella risaputa dell’appoggio all’invasione d’Ungheria. Né vogliamo rammentare la mancanza di coraggio che lo portò, negli anni di Tangentopoli, a tacere nonostante le sollecitazioni che gli giunsero, in particolare dalla lettera di un deputato socialista uccisosi per non aver saputo sopportare il peso delle accuse e del disprezzo da parte di chi - pur non avendo le mani pulite - per convenienza preferì schierarsi dalla parte dei presunti vincitori. No, qui non faremo l’elenco di quasi un secolo  di errori, perché in un articolo non ci sarebbe lo spazio per contenerli tutto. Ci limiteremo dunque a elencare i fatti di questi ultimi anni, segnatamente quelli del periodo in cui il capo dello Stato, da garante che avrebbe dovuto essere secondo la Costituzione, si è trasformato in una specie di monarca assoluto.
Invece di assicurare un corretto equilibrio dei poteri, re Giorgio si è schierato da una parte sola, mettendo sotto i tacchi il volere degli italiani.

Sta lì, in quel che accadde nel 2011, il più grave errore del bipresidente. Anziché resistere alle sollecitazioni estranee alle regole democratiche, Napolitano si è piegato ai voleri dell’Europa, vale a dire di Angela Merkel. In accordo con la Cancelliera, il Colle ha lavorato alla sostituzione di Silvio Berlusconi, convinto che, tolto di mezzo il capo di un governo legittimamente in carica, per l’Italia tutto sarebbe stato più facile. Come abbiamo visto, nessuna delle soluzioni messe in campo dopo il defenestramento del Cavaliere è in realtà riuscita a invertire la rotta. Mario Monti, pur presentato come il Salvatore, si è rivelato in realtà un eccellente necroforo e non solo per il modo di parlare: fosse rimasto ancora qualche tempo a Palazzo Chigi, con le sue tasse avrebbe provveduto direttamente all’inumazione dell’Italia. Anche Enrico Letta si è dimostrato l’uomo giusto per il funerale: come il rettore della Bocconi pure lui aveva la stessa allegria di un cipresso. Quindi è arrivato Matteo Renzi, che nelle veglie funebri sembra quello cui è affidato il compito di tirar su il morale, facendo battute e dicendo che la vita va avanti e bisogna pensare al futuro.
Sta di fatto che, grazie alle scelte del capo dello Stato, stiamo al massimo della pressione fiscale e al minimo degli occupati. Il Pil è sprofondato manco fosse caduto nella fossa delle Marianne, mentre il debito pubblico sfiora l’Everest. Risultato, sempre grazie al fattivo contributo dell’uomo del Colle, stiamo peggio di tre anni fa. Siamo più tassati e meno fiduciosi nell’anno che verrà: diciamo che per arrivare a questi risultati bisognava impegnarsi.

Non meglio è andato il resto. Ricordate, quando dopo aver rifiutato a più riprese l’invito ad essere rieletto (ma furono rifiuti convinti o tattici, per non bruciarsi? Qualche dubbio lo conserviamo) re Giorgio accettò all’improvviso di essere incoronato per la seconda volta? In Parlamento fece un discorso tutto incentrato sulle riforme, dicendo che restava solo per consentire che venissero approvate. Parlava del sistema elettorale e della revisione della seconda parte della Costituzione, in particolare del superamento del sistema bicamerale perfetto. Sono passati quasi due anni da quell’impegno presidenziale e di concluso non c’è nulla. Il meccanismo per regolare il voto forse verrà affrontato nelle prossime settimane. Forse, ma anche qualora venisse approvato sarà rinviato per calcolo politico a data da destinarsi, così che la sua entrata in vigore non condizioni gli equilibri parlamentari. Per la modifica del bicameralismo invece si dovrà attendere, ma soprattutto si dovranno superare le molte trappole disseminate lungo il percorso di approvazione.

Insomma, nulla è fatto. Se Napolitano accettò di restare sul Colle contro la sua volontà per poter consentire che almeno due riforme importanti giungessero in porto, a due anni di distanza niente di ciò che desiderava è stato raggiunto. Se diversamente pensava di concludere la carriera potendo vantare di essere il solo presidente della Repubblica a essere riconfermato nonostante in settant’anni tutti i predecessori ci avessero provato, il suo è un misero risultato. Due anni in più sul Colle non sono serviti a rimediare ai guai provocati nei sette anni precedenti. Il capo dello Stato lascia infatti un’Italia più povera e con meno speranze di quella che aveva trovato quasi dieci anni fa, quando fu eletto per la prima volta. A noi paiono motivi sufficienti per non congratularsi con lui: semmai per brindare non all’anno nuovo ma al suo addio. Un congedo che è motivo di speranza.

di Maurizio Belpietro

maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • selenikos

    13 Gennaio 2015 - 14:02

    un grande presidente, mi spiace per i bananas che hanno implorato che rimanesse.......

    Report

    Rispondi

  • mabo20131938

    07 Gennaio 2015 - 21:09

    Caro FILEN, temo che lei si sbagli di grosso. Il Presidente del Consiglio, con il nostro sistema di pesi e contrappesi ideato dai benemeriti (!) "Padri Costituenti", in realtà non conta una....mazza. Non ha alcun potere, nemmeno quello di licenziare un ministro del "suo" governo, i quali sono così liberi di imperversare a proprio piacimento, anche in contrasto alle direttive del Presidente .

    Report

    Rispondi

  • mabo20131938

    07 Gennaio 2015 - 21:09

    Forse non molti, oggi, rammentano che, anni fa, quando si trattò di decidere dell'entrata in Europa, la sinistra tutta, compatta - Napolitano in testa, votò contro l'adesione al Trattato di Maastricht. Oggi, quella stessa sinistra - sempre Napolitano in testa, grida allo scandalo se qualcuno osa ipotizzare un'uscita dall'euro per salvare, finché siamo a tempo, il salvabile.

    Report

    Rispondi

  • filen

    filen

    02 Gennaio 2015 - 06:06

    Ogni tanto mi chiedo a cosa cazzo serva avere un presidente della Repubblica quando abbiamo già un premier che è quello che decide in parlamento cosa si deve fare in Italia praticamente manteniamo una persona che non serve a nulla

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

blog