Cerca

Reati fiscali depenalizzati

La vera storia del decreto "salva Silvio"

La vera storia del decreto "salva Silvio"

C’è una cosa certa nel giallo del decreto fiscale approvato il 24 dicembre scorso dal consiglio dei ministri con relativa norma salva-Silvio Berlusconi: il decreto legislativo inserito nella cartellina distribuita ad ogni ministro quel pomeriggio non la conteneva. Non c’era nel testo trasmesso dal ministero dell’Economia, così come a dire il vero non c’erano altre norme apparse la sera stessa nel testo definitivo inserito sul sito Internet della presidenza del Consiglio dei ministri. Libero ha potuto visionare il testo ancora in mano oggi ai partecipanti al consiglio dei ministri: mancava il contestato articolo 15 in materia di esclusione della punibilità che era in grado di cancellare la condanna a Berlusconi per frode fiscale nei bilanci Mediaset, mancava l’articolo 17 titolato «Modifiche alla disciplina del raddoppio dei termini per l’accertamento», mancava l’articolo 13 «in materia di cause di estinzione e circostanze del reato. Pagamento del debito tributario». Mancava pure l’ultimo comma dell’articolo 4 che esclude dalla frode fiscale i flussi contabilizzati, e che fa un regalone alle banche e ai banchieri che si trovano sotto inchiesta per operazioni sui derivati, come Alessandro Profumo e Corrado Passera.

La regia - Tutte queste cose nel testo distribuito in consiglio dei ministri non c’erano. Quindi sono state inserite successivamente, sotto la consueta regia di Antonella Manzione, la fedelissima di Matteo Renzi un tempo capo dei vigili di Firenze e ora responsabile del legislativo di palazzo Chigi. Non sarebbe la prima volta che accade, anche se l’idea di scrivere i testi solo dopo il consiglio dei ministri che li ha approvati è istituzionalmente irrituale. Ma naturalmente sono possibili modifiche durante la discussione collegiale, altrimenti i vari ministri sarebbero convocati solo per fare le belle statuine. E i testi finali debbono raccogliere le decisioni che scaturiscono da quella discussione collettiva. Il punto dunque per capire chi abbia avuto l’idea di inserire il salvacondotto per Berlusconi e di togliere dai guai anche i grandi banchieri italiani, è proprio capire cosa sia effettivamente avvenuto in quel consiglio dei ministri.
Quando sabato scorso è esploso il caso, il presidente del Consiglio Renzi ha avuto due tipi di reazioni. Una non ufficiale: lo staff fin dal primo momento ha fatto circolare l’ipotesi che quelle norme inserite all’ultimo avessero la paternità del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e dei suoi principali collaboratori. Una ufficiale, dello stesso Renzi, intervenuto solo dopo che il ministero dell’Economia aveva contattato le redazioni per smentire la prima versione: di quelle modifiche Padoan non sapeva nulla: il premier se ne è preso la responsabilità politica, dando però l’impressione di avere fatto un beau geste da primo della classe, a copertura di altre responsabilità. E infatti sono continuate a circolare sempre da palazzo Chigi ricostruzioni informali che di volta in volta coinvolgevano nelle responsabilità il viceministro dell’Economia, Luigi Casero (Ncd), e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Entrambi però hanno smentito decisamente la paternità di quelle norme.

La versione ufficiale - Bisogna tornare allora alle versioni ufficiali di Renzi, che in tutta questa vicenda ha comunque sempre fatto il pesce in barile, sostenendo di non sapere nulla, poi prendendosi la responsabilità delle modifiche ma negando di averne conosciuto e anche solo immaginato gli effetti sulle vicende processuali di Berlusconi, infine non rinnegandone i contenuti, ma rinviandone la discussione in tempi successivi all’elezione del presidente della Repubblica, perchè a quell’epoca Berlusconi avrebbe terminato di scontare la sua condanna ai servizi sociali e il problema non ci sarebbe più. Dichiarazione un po’ ingenua e anche sospetta: Renzi è laureato in legge, e qualsiasi studente alle prime armi conosce bene il tema della successione delle leggi nel tempo e il comma 2 dell’articolo 2 del codice penale che così stabilisce: «Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano la esecuzione e gli effetti penali». Se dunque si stabilisce che un reato non è più tale (nel decreto Renzi la frode fiscale non era più tale se l’importo frodato al fisco era inferiore al 3% dell’imponibile dichiarato, ed era il caso di Berlusconi-Mediaset), anche chi ha una condanna passata in giudicato si rivolge alla corte di appello competente e chiede l’annullamento dell’esecuzione che avverrà in modo automatico. Renzi che fu studente modello di Giurisprudenza non poteva ignorare che la salva-Berlusconi avrebbe salvato il Cavaliere. E sa di mentire quando oggi dice che il problema sarebbe risolto quando Berlusconi terminasse l’affidamento ai servizi sociali: la condanna sarebbe ancora in esecuzione nelle pene accessorie, che sono quelle che pesano di più per il leader di Forza Italia, e se la legge restasse tale anche fra sei mesi potrebbe ottenere quel che vuole: il ritorno alla piena agibilità politica, eleggibilità compresa.

Una bugia dietro l'altra - Il premier dunque infila una bugia dietro l’altra. Ed è messo spalle al muro anche dalla prova tv: esiste la registrazione della conferenza stampa del 24 dicembre, in cui Renzi assicura di conoscere a memoria- articolo per articolo- il decreto che poco dopo avrebbe disconosciuto. Sono state discusse quelle modifiche in consiglio dei ministri? Libero ne ha sentiti tre diversi, e tutti e tre non ricordano alcuna proposta o discussione: è vero che Renzi ha illustrato in dettaglio il decreto legislativo, ma non ha citato la norma contestata che non apparivano nel testo inserito nelle cartelline dei ministri, proponendo invece altre due modifiche poi effettuate. «Si è convenuto», racconta un ministro, «che quelle correzioni al testo originario sarebbero state coordinate in una successiva riunione tecnica Palazzo Chigi-Ministero Economia e Ministero Giustizia». Ma la riunione non c’è stata. Su questo concordano fonti del ministero dell’Economia e di quello della Giustizia. La paternità di quel testo dunque è interamente di palazzo Chigi. Allora chi ha scritto le modifiche? Qui bisogna limitarsi a riportare indiscrezioni, che restano tali per quanto autorevoli: alla riunione che ha preceduto la pubblicazione del testo insieme alla Manzione avrebbe partecipato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, che avrebbe portato una cartellina con alcuni dei testi inseriti. Altro è difficile sapere. Il sito Dagospia ha attribuito la redazione di quei testi all’avvocato cassazionista Franco Coppi (legale di Berlusconi nel processo Mediaset) insieme al ministro Padoan. Entrambi hanno smentito sdegnati, minacciando querele.

di Franco Bechis

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • soleados

    07 Gennaio 2015 - 14:02

    angelapiscitelli: un tema cosi' serio per lei diventa una farsa! Siamo messi proprio male, ecco perche' siamo un paese degradato!!!!

    Report

    Rispondi

  • carlo58

    06 Gennaio 2015 - 19:07

    al di là che ormai si capisce che il pinocchietto fiorentino è un sola. perche profumo di passera dovrebbero impunemente sfuggire alle inchieste? forse non sono ad personam o ad personas?.

    Report

    Rispondi

  • filen

    filen

    06 Gennaio 2015 - 19:07

    Bella sta foto del gatto e la volpe

    Report

    Rispondi

  • angelapiscitelli

    06 Gennaio 2015 - 18:06

    è un giallo.Chiamate il Commissario Montalbano.

    Report

    Rispondi

blog