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Passo indietro

Giorgio Napolitano, il fallimento del secondo mandato: da Enrico Letta alla mesta uscita di scena

Giorgio Napolitano

Addio, Giorgio Napolitano. Scende dal Colle e resta senatore a vita, uno scranno dal quale, promette, continuerà a fare politica. Ma ora, a caldissimo, è tempo di un primissimo bilancio sul secondo settennato extra-small dell'ormai ex capo dello Stato, rieletto il 20 aprile 2013 previa preghiera del Parlamento, tutto. Un bilancio tutt'altro che positivo. Già il suo secondo mandato iniziò nel solco del fallimento delle ultime decisioni del primo, ossia quel governo Monti da lui fortemente voluto e cercato (con ogni metodo possibile e forse anche impossibile), quel governo Monti che ci ha lasciato soltanto tasse, austerità, pessimismo e macerie economiche.

Governi - Dopo Monti, fu Enrico Letta. Un altro governo del presidente. Un altro governo di compromesso dopo il trionfo di Beppe Grillo e il flop di Pier Luigi Bersani. E Letta, se possibile, fece anche peggio di Monti: un mandato di nulla totale, impalpabile, fino a che il giovane, ambizioso e rampante Matteo Renzi, con un'abile congiura, lo fece fuori. L'ex Re Giorgio ci ha provato in ogni modo a difendere "Enrichetto", a salvarlo, a tenerlo in sella, o meglio ad evitare di affidare le redini a quel toscanaccio troppo giovane, del quale non si fidava (e non si fida) e (forse) troppo simile a Silvio Berlusconi.

Binario morto - Dopo Letta fu Renzi. Sin dal principio del suo secondo mandato Napolitano lasciò intendere che sarebbe rimasto al Colle fino a che alcune riforme - leggasi: quella elettorale e quella del Senato - non sarebbero state approvate. Ad oggi, il gran giorno del passo indietro, quelle riforme sono ancora un'idea. Tanto che, si dice, le dimissioni di Napolitano abbiano subito un'accelerata proprio perché l'ex inquilino del Colle aveva compreso che il processo riformista da lui auspicato era finito su un binario morto. Un fallimento lapalissiano, dunque, il secondo mandato di un Re Giorgio senza più corona. Un mandato di scontro continuo con Renzi, contro il quale ha avuto la meglio, forse, soltanto sulla nomina al ministero degli Esteri dopo la promozione europea della Mogherini, con la nomina di Gentiloni al posto della "renzina" Quartapelle.

Un addio mesto, dunque. Una mestizia confermata nelle parole della vigilia, quello sfogo, con un bambino, "qui è un po' come una prigione". Una galera di pregio, comunque, nella quale è stato ospite del 2006, come non era mai successo a nessuno prima di lui. Una parabola discendente, per Re Giorgio. Un'uscita di cena annunciata ma forse arrivata prima del previsto, anche perché, forse, questa era l'unica possibilità per provare a mandare un messaggio al premier Renzi: devi fare qualcosa, e lo devi fare anche senza di me. Un messaggio che è anche un allarme rosso per il presidente del Consiglio, che magari già proprio dall'elezione del successore di Napolitano potrebbe iniziare inesorabilmente a bruciarsi.

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