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Giampaolo Pansa, nel suo libro la verità sulla destra

Giampaolo Pansa, nel suo libro la verità sulla destra

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo il capitolo Almirante si risposa da La destra siamo noi- Una controstoria italiana da Scelba a Salvini (Mondadori pp 360, euro 19,90), il nuovo libro di Giampaolo Pansa in libreria da oggi. Si tratta di uno spaccato vivido della destra italiana.

Che ricordo ha di Giorgio Almirante, il leader del Movimento sociale italiano?» mi domandò Morsi, alla ripresa del nostro colloquio. «Il più strambo risale al 1973, quando era ridiventato da tre anni il segretario del Msi. Almirante aveva già guidato il partito tra il 1947 e il 1950, primo segretario della storia missina. Poi le lotte interne al Msi, una faccenda abituale in tutte le parrocchie politiche, lo avevano costretto a cedere il posto ad altri camerati.
E a precederlo nel secondo incarico era stato Arturo Michelini, poi rimasto in sella per ben quindici anni, sino al 1969. Fu in quell’epoca, molto agitata per via del Sessantotto, che Almirante ritornò al comando del Msi.»
«Se non sbaglio, Michelini era un tipo tutto diverso da Almirante» osservò Morsi. «Sembra di sì. Era del 1909, aveva combattuto da volontario nella guerra di Spagna e poi nella guerra civile di casa nostra. L’abbiamo già incontrato, ma è possibile aggiungere qualche dettaglio sul personaggio. Michelini aveva un passato di battaglie, ma con il trascorrere degli anni era diventato un signore tranquillo e amante delle comodità. La leggenda racconta che ricevesse nella sua casa romana i maggiorenti del partito. Li accoglieva avvolto da una fantastica vestaglia da camera. E mostrava il disincanto tipico dei leader. Un giorno diede udienza a un parlamentare missino che si lamentava di non essere trattato bene dal quotidiano del partito, il Secolo d’Italia. Michelini lo mise tranquillo, dicendogli: «Che ti frega del ‘Secolo’? Lo legge soltanto il mio cameriere, che è fascista».
Morsi bofonchiò: «Non ci credo. È una storia inventata da voi giornalisti per dare un po’ di colore alle cronache politiche e rendere avvincenti gli articoli noiosi. Qualcuno mi ha raccontato che anche lei da giovane cronista aveva uno stile pittoresco e si divertiva a prendere per i fondelli i politici più in vista. Ma devo ammettere che, in fondo, era un atteggiamento positivo, se lo confronto con l’appiattimento di molti giornalisti di oggi, pronti a inchinarsi al primo caporale di passaggio!».
«Non mi faccia parlare dell’oggi» pregai Morsi. «Piuttosto voglio raccontarle quando mi capitò di far andare Almirante fuori dai gangheri, proprio lui che veniva considerato un politico dai nervi d’acciaio. Accadde nel 1973, quando tre quarti dell’Italia si scaldava su una questione importante: il divorzio tra coniugi. È inutile ricordarle che la possibilità di divorziare era stata introdotta nell’ordinamento giuridico italiano da una legge, la Baslini-Fortuna. Gli antidivorzisti si preparavano ad annullarla attraverso un referendum che si sarebbe tenuto nel maggio dell’anno successivo. E tra i nemici della legge c’era anche il Msi.»
Il vecchio sbirro m’interruppe: «Rammento bene quel che sosteneva Almirante. La sua linea era molto esplicita: riteneva che la Legge Baslini-Fortuna andasse affossata per un motivo politico. Lo strumento adatto era un referendum popolare che doveva diventare un plebiscito anticomunista. La vittoria degli antidivorzisti avrebbe impedito al Pci di andare al potere».
«Certo. Fu la convinzione che il leader del Msi ribadì all’inizio del gennaio 1973, nel corso di una conferenza stampa organizzata per presentare il X Congresso del partito che si sarebbe aperto a Roma il 18 di quello stesso mese. All’inizio dell’incontro tutto andò liscio» ricordai a Morsi. «Il trambusto si scatenò quando cominciarono le domande dei giornalisti. Uno dei primi a interrogare Almirante fui io.»
«Se la memoria non m’inganna» disse Morsi, «lei rivolse al segretario del Msi una domanda molto personale…»
«Certo, poteva essere giudicata personale, ma io la consideravo lecita. Dal momento che Almirante era un leader politico importante, e dunque sapeva di certo che anche nel suo caso il confine tra privato e pubblico risultava pressoché inesistente. Gli chiesi perché si opponesse al divorzio, dal momento che aveva alle spalle un matrimonio fallito e stava per unirsi a un’altra signora.
«Fu come gettare un fiammifero in un bidone di benzina. Esplose un casotto infernale. La sala della conferenza stampa diventò una bolgia. Tanto rovente che, lo confesso, ho dimenticato la risposta di Almirante. Avevo contro quasi tutti. Se la presero con me persino alcuni colleghi di altri giornali, accusandomi di essere un terrorista verbale, uno sfasciacarrozze, incapace di stare alle regole del bon ton tra politici e cronisti.»
«Mi rammenti perché aveva fatto quella domanda ad Almirante» chiese Morsi.
«Il motivo era molto semplice: conoscevo la storia coniugale del segretario missino. Non si trattava di un segreto, tanto è vero che molti ne erano al corrente. L’avevo sentita raccontare nel Transatlantico di Montecitorio, poi mi ero cautelato controllandola ed era risultata vera. Dopo la fine della guerra civile, Almirante aveva sposato una ragazza della sua città natale, Salsomaggiore Terme, in provincia di Parma.
«Lei si chiamava Gabriella Magnatti e gli aveva dato una figlia. La bambina era stata chiamata Rita, il nome della madre del leader missino. In seguito il matrimonio era andato a rotoli e la coppia aveva deciso di separarsi. Nel 1973 Almirante stava per contrarre, o vave già contratto, un matrimonio religioso con una vedova più giovane di lui.»
Morsi mi interruppe: «Assunta Stramandinoli, nata nel 1925 a Campobasso».
«Vedo che sa molte cose, caro Morsi. E la memoria non le fa cilecca. Posso soltanto aggiungere che Assunta era una donna speciale, bella e dal forte carattere. È ancora in vita, sta per compiere novant’anni, viene spesso intervistata dai media e fa sempre un’ottima figura. Le sue risposte sulla destra che un tempo era missina sono molto pungenti e lasciano il segno.
«Devo solo aggiungere» continuai, «che Almirante era un uomo intelligente. Sapeva bene che di casi come il suo ne esistevano a migliaia in Italia. Quando si trattò di decidere il referendum che abrogava il divorzio, spiegò di essere contrario all’iniziativa della Dc. Ma dentro il suo partito venne messo in minoranza. E non gli restò che schierarsi con Amintore Fanfani.»
«Ha mai incontrato Almirante a tu per tu?» mi domandò Morsi.
«Per un’intervista o un profilo biografico da pubblicare?»
«Sì, anche se una volta sola: nel dicembre del 1970, tre anni prima dell’incidente sulla legge del divorzio. Stavo scrivendo per La Stampa una serie di articoli sulla destra. Chiesi di incontrarlo e lui accettò subito. Conosceva il sottoscritto e soprattutto il tono del giornale di Ronchey.»
«Nelle stanze della Galleria San Federico a Torino, il sentimento della redazione era antifascista senza se e senza ma, come si usa dire oggi, molto intransigente. Per di più, io ero stato minacciato da un volantino del Fronte della gioventù torinese. I ragazzi missini ce l’avevano con me per le cronache della rivolta di Reggio Calabria e per altri miei peccati di cronista, che adesso ho dimenticato. Però Almirante accettò subito di parlare con me.»
«Era un leader politico astuto» osservò Morsi. «Sapeva bene che eravate voi della Stampa a fargli quel regalo, non il contrario.»
Il nostro incontro avvenne il 2 dicembre 1970 nella sede nazionale del Msi, a Palazzo del Drago, in via Quattro Fontane a Roma. Erano le nove di mattina, Almirante si era alzato da poco, doveva aver passato una nottata di riunioni o di dibattiti. Sembrava più anziano dei suoi cinquantasei anni. Asciutto ma livido, tutto occhiaie, la faccia un po’ disfatta. Il suo ufficio aveva un’aria neutrale. Di Mussolini non esisteva traccia, il busto del Duce l’avevano trasferito in anticamera, seminascosto in un angolo. Di nero erano rimaste soltanto due cose: un labaro delle ausiliarie repubblicane e il quadro della situazione politica e sociale italiana. Un panorama a tinte fosche che Almirante riteneva esatto al millimetro. A sentir lui, l’Italia democratica era alla vigilia del collasso. La Dc, «passeggiatrice della politica», si era arresa. Il Psi era un cavallo di Troia dei comunisti. Il Pci era diventato l’arbitro assoluto della politica nazionale. Il risultato? Le istituzioni crollavano sotto i colpi dell’opposizione comunista che insidiava la sicurezza, il lavoro, la famiglia, la scuola, la magistratura, la gioventù, la cultura e non so che altro.
«Se ci ripenso a tanti anni di distanza» dissi a Morsi, «mi sembrano tutti argomenti scontati. La propaganda missina li ripeteva di continuo. Si potevano leggere ogni giorno sul quotidiano del partito. Trovai più interessanti le risposte di Almirante alle domande che gli proponevo.
Riguardavano il rischio che correva da quando era diventato il bersaglio di una quantità di attivisti di sinistra. Gente che lo odiava e lo copriva d’insulti. Il più blando lo bollava come un fucilatore di partigiani. Un giorno che si era fermato a un autogrill dell’Autostrada del Sole per bere un caffè, il personale si rifiutò di servirlo.»
Oggi debbo riconoscere che qualcuna delle mie domande era scioccamente provocatoria. Cominciai con il chiedergli perché non avesse mai tenuto un comizio a Cuneo. Una città dove l’antifascismo organizzato era diventato una religione politica. Lì esisteva un movimento, chiamato Cuneo brucia ancora, che teneva vivo il ricordo di una guerra civile ormai conclusa da un trentennio. Domandai: «È vero che lei ha paura di andare a Cuneo?». Lui mi fissò con i suoi occhi verdi, diventati di colpo gelide biglie di vetro. Poi rispose: «Pensi quello che vuole». «Ma ha paura o no?» La replica del leader missino mi arrivò addosso come una freccia: «Io ho sempre paura. Ma sono trent’anni che la supero con il coraggio. Lei crede che si possa stare in questo posto dove sto io essendo bloccati dalla paura?».
Il coraggio gli aveva consentito di far nascere una destra molto diversa. Quella di Michelini vivacchiava nei corridoi del sottogoverno. La destra di Almirante, invece, era andata all’offensiva sulle piazze. La sua gestione aggressiva aveva consentito al Msi non soltanto di conservare i militanti più giovani, ma di tentare il recupero dei gruppetti dello spontaneismo nero. «Non era un’impresa facile» ammise lui. Con Ordine nuovo, capeggiato da Pino Rauti, il gruppo «più consistente e più nobile», era riuscita. Disse: «Gli altri sono rimasti fuori, però questi non contano».
Ma gestire un partito, sia pure medio-piccolo, era una faccenda complessa. Anche un leader astuto come Almirante era costretto a tenere conto di caratteri, emozioni e speranze molto diversi tra loro. E spesso il vecchio prevaleva sul nuovo. Me ne resi conto nel gennaio 1973, quando andai a seguire il X Congresso nazionale del Msi, tenuto all’Eur di Roma.La ragazza dell’ufficio stampa era avvenente e molto sveglia. Non appena mi vide, strillò: «Caro dottor Pansa, siamo contenti che lei sia venuto ad ascoltare il nostro congresso. Così potrà rendersi conto che il fascismo non esiste più. Non siamo dei nostalgici. La nostra destra è nuova e giovane!».
Per un istante pensai che fosse vero. Nella scenografia congressuale il blu aveva preso il posto del nero. Almirante ripeteva, soddisfatto: «Abbiamo saggiamenterinunciato a un rituale sorpassato». Sul palco della presidenza l’armatore Achille Lauro sonnecchiava: forse aveva trascorso una notte in bianco alle prese con qualche fanciulla disinibita. L’ammiraglio Gino Birindelli aveva l’espressione ingrugnata di chi avrebbe voluto presiedere il congresso e aprirlo con una bella lezione di geopolitica.
Ma il personaggio più interessante era proprio quello che sembrava il più grigio: Pino Romualdi. Lui riassumeva la storia più recente del fascismo italiano. Indossava un ottimo doppiopetto manageriale e recitava rassegnato la parte di eterno secondo: vicesegretario di Alessandro Pavolini durante l’agonia della Repubblica sociale e vicesegretario di Almirante nell’infanzia della Destra nazionale partorita dal Msi.
«Com’era la platea?» mi domandò Morsi. «A volte le platee dei congressi sono più rivelatrici delle tribune presidenziali.»
«Me la ricordo come un mix tra il combattentistico e il mondano» spiegai a Morsi. «Vi tirava un’aria moscia e con parecchi posti vuoti. Le dame in visone del fascismoin grigio, di moda a Roma, sarebbero arrivate più tardi e solo per ascoltare eccitate Almirante. In compenso le ragazze missine erano tutte da ammirare. Un cronista dell’Unità borbottò: «Quelle brutte le hanno tenute nelle sezioni per respingere un attacco dei rossi…».
Ma la sua era soltanto invidia. E comunque le ragazze del congresso non disdegnavano il corteggiamento dei giornalisti avversari. In seguito si venne a sapere che tra una ventenne missina e un inviato del quotidiano democristiano era nata una love story destinata a durare.»
Nell’atrio il deputato Giulio Caradonna, classe 1927, invecchiato, smagrito, con la cravatta di sghimbescio, bofonchiava istruzioni ai giovani del servizio d’ordine. Erano le truppe interne con il compito di proteggere il congresso. E lo rendevano un conclave un po’ assediato e fin troppo esclusivo.
«Quanto parlò Almirante?» mi chiese Morsi.
«Per tre ore abbondanti. In questo era del tutto simile ai capi degli altri partiti. Pallido, elegantissimo, il baffo curato, lo sguardo gelido, andò avanti a braccio, senza avere sotto gli occhi nessun testo scritto, nemmeno un appunto. Era un oratore nato, in questo doveva aver preso dai suoi parenti, bravi attori di teatro. Offrì ai mille dell’Eur tutti i personaggi del proprio repertorio di gigione consumato. Se ha pazienza, caro Morsi, glieli elencherò.»
«Sentiamo un po’. Ma sia sintetico, la prego.»
«Dapprima si presentò nei panni del Democratico zuccheroso. Poi divenne l’Avversario comprensivo, il Difensore della libertà, la Vittima perseguitata, il Benemerito del Paese costretto a sentirsi straniero in patria, il Polemista arrogante e anche un tantino becero, ma non dimentico del Gentiluomo che chiede venia alle signore se dovrà arrivare al limite della scurrilità. Infine il Grande pacificatore e lo Stratega della distensione politica.»
«Morale della favola?» mi domandò Morsi, che come tutti i signori anziani amava la sintesi.
«Un diluvio di banalità. Del resto che ricetta poteva offrire il Msi a un’Italia che di lì a poco sarebbe stataaggredita dal terrorismo rosso e nero? L’isolamento del partito era totale. Almirante fu in grado di annunciare una sola adesione di spicco. Quella di Gianna Preda, la star del Borghese, una polemista disposta a mandare al tappeto tutti i maschi di sinistra. Dopo un annoso sodalizio con l’estrema destra, «visti i tempi difficili», Gianna si era decisa a chiedere la tessera missina. La platea si alzò in piedi e le regalò un’ovazione. La signora, in tuta nera e sigaretta con il lungo bocchino, si rivolse allo squadrone dei fotoreporter e gli regalò un po’ di boccacce.

di Giampaolo Pansa

 

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo un estratto dal libro La destra siamo noi (Rizzoli pp.360, euro 19,90) di Giampaolo Pansa, da oggi nelle librerie

«Lei sa come è nata questa parola e l’aggettivo che ne deriva: fanfascista?» domandai a Morsi.
«Penso che l’abbia inventata qualche estremista di sinistra che non poteva soffrire Amintore Fanfani» rispose il vecchio sbirro.
«Complimenti! La risposta è esatta, almeno per metà. Posso aggiungere che il termine venne usato per la prima volta nel 1971 in un comizio di Lotta Continua. A quel gruppo dunque va il copyright del termine. Qualche studioso del linguaggio osserva che i movimenti di contestazione nati dopo il 1968 avevano dimostrato una buona creatività nel campo degli slogan. Ma senza rivelare la stessa fantasia nel coniare parole nuove di zecca.
E “fanfascismo” è una delle poche eccezioni.»
«Possiamo attribuirne il merito ad Adriano Sofri, il leader di quel gruppo?» mi chiese Morsi.
«Non sono in grado di dirglielo. Ho scritto non pochi articoli su Sofri, anche prima del delitto Calabresi, il commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972. E ho incontrato Sofri una volta durante la sommossa di Reggio Calabria. Il capo dei lottacontinua era arrivato sin lì per capire se il suo gruppo poteva inserirsi nella rivolta guidata dai boiachimolla fascisti. Si rese subito conto che a Reggio spirava un ventaccio di destra. E dopo una nottata trascorsa con noi giornalisti, a bere whisky e a sproloquiare, pensò bene di ritornare al Nord. Sofri possedeva un grande carisma politico e una cultura rara nei gruppi rossi. Ma non penso che avesse lo humour adatto a inventare quel termine, un ibrido che mette insieme Fanfani e il fascismo.»
«Se non ricordo male» aggiunse Morsi, «l’invenzione ebbe una discreta fortuna.»
«Direi che ne ebbe molta. Nacque anche una canzone militante, intitolata No al fanfascismo. Veniva canticchiata su un motivo di Giorgio Gaber, forse lo ricorda anche lei. Aveva un ritornello che faceva: “Ma per fortuna che c’è il Riccardo che da solo gioca al biliardo…”».
«La canzone sul fanfascismo diceva: “Ma per fortuna che c’è il Fanfani che ci mette lui le mani, venti fasci e manganelli torneranno i tempi belli”. E il coro cantava: “Ma per fortuna che c’è il Fanfani che prepara grandi piani, non è di grande compagnia, ma è il più fascista che ci sia!”».
«Il professor Fanfani non era per niente un fascista!» esclamò Morsi.
«Certo non più. Lo era stato in gioventù, quando a Milano studiava all’Università Cattolica. Ma era nato nel 1908 e come milioni di altri italiani della sua generazione ammirava Mussolini. Dobbiamo fargliene una colpa? Lei si è salvato perché era del 1924 e si è trovato a diventare partigiano. Io sono rimasto fuori dalla mischia perché sono del 1935 e alla caduta del fascismo stavo per compiere otto anni.»
«È vero. La data di nascita decide la sorte di ciascuno di noi» commentò lo sbirro. «Però immagino che lei voglia parlare del Fanfani alle prese con la battaglia politicadella sua vita: quella contro il divorzio. Se è così, procediamo!»
«Fanfani sembrava costruito apposta per arrivare al fantozziano disastro del referendum antidivorzista» cominciai a raccontare. «Ma per essere giusti, bisogna aggiungere che era anche predisposto alle grandi vittorie. Godeva di una forte popolarità nell’elettorato democristiano. Piaceva a tanti moderati proprio per il motivo che spingeva gli avversari a non sopportarlo: il suo gusto per il comando e le decisioni rapide, prese senza consultare nessuno dei big del suo partito.
«Abbiamo già visto come lo considerava un altro decisionista » rammentai a Morsi. «Sto parlando di Eugenio Cefis, il capo assoluto dell’Eni e poi della Montedison. Un imprenditore autoritario che disprezzava i politici, ma aveva grande stima del Professore. Forse perché lo vedeva molto simile a se stesso.»
Morsi osservò: «La verità è che Fanfani meritava il titolo di Campionissimo dell’Alterigia. Foderato d’immodestia, citava sempre se stesso: “Ribadisco ciò che dissi”, “Era giusto l’ammonimento che lanciai all’ottavo Congresso democristiano del gennaio 1962 a Napoli”, “Non sbagliavo nel 1973 ad avvertire che…”.
Insomma, si considerava uno strumento della Divina Provvidenza, spedito sulla terra dal Padreterno per salvare la Democrazia cristiana e gli italiani dalla dittatura dei comunisti». Il suo partito gli sembrava una costruzione imperfetta. Un giorno disse: «La Dc sa eleggere capi efficienti. Ma poi difficilmente li tollera. L’ho sperimentato sulla mia pelle».
I fastidi più pesanti gli venivano dai democristiani delle nuove generazioni. Lui li sfotteva: «Chi è nato bischero resta bischero anche se è giovane». Uno che proprio non poteva soffrire era Ciriaco De Mita.
Nel 1975, il secondo anno nero per il Professore come tra poco vedremo, il ras di Avellino aveva osato dire di lui: «Fanfani non esiste, non ha mai capito niente!».
«Soltanto un signore troppo sicuro di sé poteva cacciarsi nel pasticcio del referendum contro il divorzio» osservò Morsi. «La legge divorzista era un evento quasi naturale. Anche in Italia esistevano tantissimi matrimoni già naufragati e in attesa di una via d’uscita da con vivenze infernali o da solitudini dove spesso la violenza domestica imperava. (...)
(...) «Prima di tutto, Fanfani era un essere umano che amava la battaglia. Per usare un’immagine scabrosa, per lui il combattimento era una specie di Viagra che gli triplicava le energie. Poi riteneva davvero che il divorzio fosse una malattia mortale, in grado di distruggere non soltanto le famiglie, ma anche di minare le fondamenta della società italiana. Però il suo obiettivo numero uno era un altro: battere sul campo le sinistre legate al carro dell’Unione Sovietica.»
«Posso aggiungere un altro lato della psicologia di Fanfani che ci aiuta a spiegare tutto?» mi domandò Morsi. «Il Professore voleva dimostrare prima a se stesso e poi agli elettori democristiani di non essere inferiore a De Gasperi. Il 18 aprile 1948 il grande Alcide aveva battuto il Fronte popolare di Togliatti e di Nenni. Lui voleva ripetere l’impresa ai danni di Enrico Berlinguer. Lo considerava una pericolosa gatta morta. So che lo ripeteva di continuo il suo portavoce, Giampaolo Cresci. L’avrà conosciuto, immagino.» (...)
(...) La guerra di Fanfani al divorzio iniziò sotto una cattiva stella. Un sondaggio della Doxa stimò che il 50,3 per cento degli elettori avrebbe votato no all’abolizione della legge. Soltanto il 35,7 era per il sì, mentre gli incerti risultavano il 14 per cento. Eppure nessun sondaggio sfavorevole era in grado di deprimere il Mezzotoscano fanfascista, come lo chiamavano i giornali che amavano sfotterlo.
«Fanfani reagì come mi aspettavo» dissi a Morsi.
«Spiegò ai suoi tifosi che la volontà di vincere, l’attivismo e l’aiuto del Padreterno avrebbero ribaltato il pronostico. Riconfermò la certezza di trionfare. E osò immaginare quel che avrebbe fatto dopo. Non lo rivelò in modo aperto, ma nel Transatlantico di Montecitorio anche un cronista alle prime armi lo sapeva: elezioni politiche anticipate, riforma istituzionale, repubblica presidenziale.»

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • ambrogio.brambilla

    24 Aprile 2015 - 11:11

    Se Pansa avesse avuto il coraggio di scrivere, negli anni '60, quanto scrive oggi sugli aspetti nascosti della resistenza, forse molti giovani sia di destra che di sinistra non avrebbero bruciato le loro vite nel tragico incendio ideologico dei successivi anni. Oggi sostenere queste verità è troppo facile...

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  • donluigi

    05 Marzo 2015 - 13:01

    Alla luce di come siamo messi oggi e di quello che è successo in passato: compromesso storico, scomparsa della Dc, etc. non è che Almirante fosse un visionario quando vedeva ovunque il pericolo comunista ....

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  • allianz

    18 Febbraio 2015 - 23:11

    Caro Pansa,ci continui ad illustrare le epiche gesta dei suoi ex amici rossi nel famoso triangolo della morte,e di quello che combinarono nel savonese e nel genovese,...?

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  • Peo

    18 Febbraio 2015 - 16:04

    Ve la voglio dire tutta: ho apprezzato Pansa quando ha cominciato a scrivere sulla RSI (anche se prima di lui lo aveva fatto Serena con "Il sangue dei vinti"). Ora mi sono fatto l'idea che invece abbia campato a sinistra prima e poi l'abbia fatto a destra. Coraggioso senz'altro, ma interessato. Ora ci riprova parlando di cose che semplicemente NON CONOSCE. E questo è quanto.

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    • koch

      18 Febbraio 2015 - 17:05

      Rispetto questa opinione, come qualsiasi altra, ma penso che i veri affari gli interessati li facciano solo a sinistra, anche se scrivono sempre la stesse cose: lì il successo è assicurato. Quando Pansa decise di scrivere libri sulla guerra civile, non credo l'abbia fatto fiutando l'affare. In ogni caso Pansa non si è mai mostrato in modo preconcetto ostile alla destra e già questo non è poco.

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