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Gianni Cuperlo intervistato da Perna: "Renzi attento, se l'Italicum non cambia rischio scissione nel Pd"

Gianni Cuperlo intervistato da Perna: "Renzi attento, se l'Italicum non cambia rischio scissione nel Pd"

Qualche minuto dopo esserci seduti al tavolino di un Caffè, apprendo che Gianni Cuperlo è appassionato di teatro. Subito lo immagino, col suo viso soave e ispirato, nella parte di Padre Georg il prete bello della Santa Sede. O anche di un ufficiale asburgico per gli azzurri occhi di ghiaccio. Ma sempre più, man mano che parliamo, lo vedo in veste di Amleto, l’eroe del rovello, del continuo interrogarsi, galleggiante tra i dubbi come Ofelia tra i fiori. Il cinquantatreenne Cuperlo è uomo sincero ma non franco. Non mente, è leale ma, contrario per principio a semplificare, non sa essere schietto. Avvoltola le risposte in frasi secondarie e distinguo, il più delle volte per delicatezza, temendo di offendere il destinatario del suo giudizio. Insomma, piacevole persona ma poco adatta per cavarne una frase a effetto. Di lui ricordavo una sola battuta. Stufo di essere trattato da cavernicolo per le sue idee di sinistra datata, concluse un’intervista dicendo al giornalista: «Scusi, ma è ora di pranzo e devo andare a caccia con l’arco per procacciarmelo».

«Cuperlo... Lo sa di essere l’unico in Italia con questo cognome?», faccio io. «Sì», dice quasi scusandosi per l’eccezionalità. «Forse è di origine ungherese cosa naturale a Trieste, la mia città. Incerto, invece, è l’accento. A scuola mi chiamavano Cupérlo mentre mio nonno paterno sosteneva che l’accento fosse sulla u. Alla fine, è questa la pronuncia che si è imposta spontaneamente». «Si sente molto triestino?», chiedo. «Ho vissuto a Trieste fino all’università che ho fatto al Dams di Bologna. Poi nel 1987 sono venuto a Roma quando divenni capo della Fgci. Scelta diventata definitiva perché allora Trieste mi andava stretta. Curiosamente però, per abitare a Roma ho scelto il quartiere Trieste. Nulla accade a caso. Neanche che, con il mio amore per il teatro, Eduardo De Filippo abbia abitato - l’ho saputo dopo, leggendone una biografia - nello stesso palazzo dove vivo io. Oggi, con Trieste ho di nuovo un rapporto forte». «Città a sé stante», osservo. «Inaugurai la mia segreteria Fgci con una visita alle Foibe di Basovizza. Fu il primo atto pubblico, in tema di foibe, del Pci». «Le avete cocciutamente negate per decenni. Cosa sono per lei: giusta rappresaglia slava o ignobile strage come quelle naziste, tipo Stazzema?», chiedo. «Dubito ci siano rappresaglie giuste», ribatte subito Cuperlo. «Sul piano dei fatti, le foibe sono simili agli eccidi nazisti. Cronologicamente però, sono stati i nazifascisti a dare il via alle ostilità antislave. Il mio non è giustificazionismo. Infatti, nulla toglie alle responsabilità degli infoibatori: moralmente sono egualmente condannabili». Questa risposta, per tornare a quel che dicevo su, è un buon esempio dell’incapacità di Cuperlo di parlar secco.

«Quando il Pci decise di togliere la parola “comunista” dal nome lei disse cupamente: “Il bisogno di comunismo è nella mia pelle”. Vale ancora?», chiedo. «Il giudizio storico sul comunismo è ormai definitivo: nato dal desiderio di giustizia si è trasformato in annientamento, rinnegando se stesso. Io mi riferivo al comunismo italiano che è stato - nonostante ambiguità - un garante della democrazia, vedi la lotta al terrorismo». «Lei conserva come una reliquia la targa del Pci che stava all’ingresso di Botteghe Oscure», lo stuzzico. «Era quella della Fgci. La svitai dal portone quando cambiammo nome in Sinistra giovanile, regalandola a una persona che ho promesso di non rivelare. Avevamo la stessa sigla della Federazione calcio: noi siamo scomparsi, ma neanche loro sembra godano di buona salute», ride mentre arrivano caffè e aperitivo che avevamo ordinati. Cuperlo vuole assolutamente pagare mentre dovrei farlo io che ho preso l’iniziativa dell’incontro. Grazie, comunque.

Com’è che il dc Matteo Renzi si è preso il Pd? 
«Per i molti errori fatti da chi c’era prima di lui. Non mi riferisco solo a Bersani. La sinistra ha peccato di timidezza e subordinazione intellettuale». 
Verso chi e cosa? 
«Tanto verso la destra, quanto nell’accettare, per esempio, l’idea di Ue liberista. Il nostro massimo obiettivo è stato di temperare gli eccessi dei conservatori. Mai di imporre la nostra visione. Nel consenso di Renzi mi colpisce che abbia rimosso la categoria del rimpianto. Anche nei più critici verso di lui, non sento mai dire: “Ah, torniamo a Prodi o a Bersani”». 
Perché la sinistra dem ha stufato. Inutile incolpare Renzi di essere l’Attila del mondo che fu. 
«Non lo considero un Attila, perché non ho rimpianti. Ma neanche rinnego».  
Cos’è per lei Renzi? 
«Espressione di un’altra cultura. Non ha nessun riferimento nel passato. È tutto nel presente. Gli do atto che ha dato una scossa al Paese e che ha consenso». 
Esclude una scissione? 
«Ogni volta che la sinistra si è divisa, ha fatto passi indietro. Però è bene che Renzi rifletta sulle modifiche che gli abbiamo chieste sulla legge elettorale. Se no, è inevitabile che gli voteremo contro». 
Qual è il limite oltre il quale c’è la rottura? 
«Non c’è una Linea Maginot. Ma se Renzi mi spinge contro un muro, si arriva all’alt. Mi batterò per non arrivarci. Una rottura sarebbe, prima di tutto, una sconfitta per Renzi». 
Ci si vede alleato di Vendola? 
«Nichi è un amico. Siamo cresciuto insieme. Nemmeno sotto tortura direi qualcosa contro di lui». 
Renzi ha zittito pure i sindacati. 
«Renzi dice che il governo ha il dovere di decidere. Giusto. L’errore è pensare che, tra esercizio del potere e popolo, non debba esserci in mezzo nulla, neanche le associazioni intermedie. Le riforme si fanno col consenso, non con i muscoli».  
La politica economica Renzi-Merkel? 
«Distinguerei. Merkel ha una visione che ha portato l’Ue a diventare il malato del mondo. Chi ha fatto altro, come Usa e Giappone, è riuscito meglio di noi». 
E Renzi? 
«Prenda il coraggio di pretendere una revisione dei trattati Ue per risolvere il nodo dei debiti sovrani dei Paesi periferici, come l’Italia. L’obiettivo è la rinuncia Ue agli interessi sul nostro debito. Gli strumenti tecnici ci sono». 
Conta sulla magistratura per abbattere Renzi, stile Cav? 
«Noo. Che dice!? Non nego ci sia questa cultura. Ma è aberrante solo l’idea». 
Visto da sinistra cos’è stato il Patto del Nazareno? 
«Nella versione buona, il giusto tentativo di coinvolgere l’opposizione nella riscrittura delle regole. Nell’altra, lo scambio di interessi. Renzi ha offerto a Berlusconi un ritorno in grande e, in cambio, ne ha avuto l’appoggio. E qui si può ricamare». 
Ce l’ha o no un suo punto di vista? 
«Quando il patto si è rotto, non mi sono messo l’abito a lutto. Non condividevo il merito dell’accordo sia per la riforma del Senato che per quella elettorale». 
Renzi è un autocrate? 
«Concepisce il potere in modo molto personalistico. Gli suggerisco maggiore collegialità che, contrariamente a quanto dice, non è data dal numero di riunioni che fa con noi ma nel trovare compromessi con chi non pensa come lui. Qui, Renzi ha limiti». 
D’Alema, suo mentore, è livido per la piega del Pd? 
«Preoccupato. Questo impasto di riforme profila un sistema presidenzialista senza i contrappesi del vero presidenzialismo. Avremo un Senato di nominati dagli enti locali e un Camera di nominati dai partiti. E l’elettore?».  
E Max si preoccupa per noi? 
«Bè, c’è anche che è non avvezzo a stare in minoranza nel Pd...». 
Per fargli un piacere le toccherà candidarsi contro Matteo. 
«Non mi sono mai pensato un numero uno. Non lo dico per snobismo. Sono consapevole della mia natura».  
Partecipò però alle primarie 2013, contendendo a Renzi la leadership. 
«Lo feci su richiesta, contro la mia indole. Un anziano del partito mi disse: “Attento, c’è un confine tra discrezione e diserzione”. Punto sul vivo, entrai nella lizza». 
Lei è per frenare l’immigrazione o incoraggiarla?  
«Governarla. Non si può fermare un processo storico come lancette dell’orologio. È gente che fugge da miseria e orrori. Abbiamo obblighi umanitari». 
Costernato per l’assoluzione definitiva del Berlusca? 
«Mai gioito per la condanna di qualcuno. Le sentenze sono criticabili ma il rispetto dev’essere rigoroso». 
Si alza? Dove va? 
«A prendere l'arco. Devo pensare al pranzo».

di Giancarlo Perna

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Commenti all'articolo

  • maxgarbo

    16 Marzo 2015 - 11:11

    quante volte lo avete detto, e poi? tutti lì a magnare

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  • tommaso43

    16 Marzo 2015 - 00:12

    La minoranza del pd non farà mai cadere il governo, perché non vogliono perdere il potere.

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  • alkhuwarizmi

    15 Marzo 2015 - 19:07

    Cuperlo, che interpellato su qualsiasi argomento, in qualsiasi contesto, inizia la sua risposta sempre con un'unica premessa: "io sono un uomo di sinistra". Pensa forse che qualcuno non lo abbia ancora capito? Intellettuali...

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    • Garrotato

      16 Marzo 2015 - 14:02

      No, alkhuwarizmi, Cuperlo mette l'accento sulla parola "uomo". Che lo sia, molti hanno ancora dei dubbi. Io, per esempio, propendo per l'ipotesi che sia un ectoplasma...

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  • mab

    15 Marzo 2015 - 17:05

    Dimostrato che sono mezze calzette sinistre, minacciano continuamente ma hanno l'attak sotto il culo e la poltroncina non la vogliono perdere. Ma chi li vota è proprio un poveretto !!!!

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