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Un uomo nel mirino

Maurizio Lupi, la mappa: chi sta con lui, chi vuole la sua testa e chi nicchia

Maurizio Lupi

«Non è un attacco a me, è il colpo finale al nostro progetto». La giornata più lunga di Maurizio Lupi, cominciata alle 8.15, è trascorsa tra telefonate di solidarietà, diplomazia e conti. Il ministro delle Infrastrutture ha ripetuto a tutti di avere «la coscienza a posto», di essere stato forse «un po’ ingenuo», ma di non avere mai chiesto nè ottenuto nulla da Ercole Incalza. Quella storia del Rolex e del presunto incarico al figlio, anzi, gli è sembrata uno «schizzo di fango», una «follia»: «Faccio politica da venti anni, se avessi voluto farmi corrompere avrei chiesto qualcosina di più, non credi?», ha spiegato ad un dirigente Ncd col quale si è confrontato al telefono.

Già assessore a Milano, poi presidente della Fiera della città, l’ex democristiano, vicepresidente della Camera per il Pdl, è dal 1990 un esponente molto in vista di Comunione e Liberazione. Sono stati proprio i ciellini i più energici nel difenderlo, coloro che l’hanno convinto a resistere alla pressione e a non cedere subito. «Matteo Renzi vuole le tue dimissioni, senza nemmeno che tu sia indagato? Le chieda ufficialmente, abbia il coraggio di fare un atto politico», gli ha suggerito un parlamentare, anche lui ciellino. La pressione principale non viene dall’opinione pubblica, ma dal premier, che è anche leader Pd. Renzi, infatti, vorrebbe che il suo ministro lasciasse attraverso un gesto spontaneo, liberasse la casella e risolvesse, così facendo, il problema - che esiste, a suo dire - della “sovrarappresentanza” del Nuovo centrodestra al governo. Lupi, tra l’altro, non è solo un ministro con deleghe importanti, ma è anche quel ministro fuoriuscito dal Pdl che ha dimostrato nel corso dei mesi maggiore indipendenza di giudizio; pure sul nome di Sergio Mattarella, per dire, il deputato milanese fu l’unico a sollevare obiezioni e minacciare di non votarlo.

Quale sia l’orientamento del premier è stato chiaro sin dal momento in cui il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha chiesto per conto del partito «chiarimenti», denunciando «elementi inquietanti» e lampante quando il sottosegretario alla Presidenza, Graziano Delrio, ha comunicato che «il ministro stava riflettendo sul da farsi». Il presidente del consiglio e il ministro si sono sentiti al telefono più volte nel corso della giornata, ma l’empasse non si è risolta. Lupi ha considerato per tutta la giornata l’ipotesi di lasciare l’incarico, ma poi, di fronte alle pressioni, dopo che Angelino Alfano lo aveva pregato di non farlo, ha deciso di resistere. «Vogliono cacciarmi? Abbiano il coraggio di votare in Parlamento la mozione di sfiducia; sarà l’ennesima dimostrazione della sua debolezza», si è sfogato il ministro con un altro collega di partito. Voteranno le sue dimissioni Lega, M5s, Sel e almeno un pezzo del Pd. «In questo momento non sta pensando all’ipotesi delle dimissioni», ha garantito Roberto Formigoni, collega del Nuovo centrodestra, anche lui ciellino, coinvolto a suo tempo in un’inchiesta giudiziaria. Quasi tutto il partito - da Carlo Giovanardi, che ha tirato in ballo anche l’inchiesta sul padre del premier - a Renato Schifani e Fabrizio Cicchitto, ha difeso il “suo” ministro, che vanta un consistente bacino di voti specie nel Nord Lombardia. L’unica che non ha scritto nemmeno una riga di solidarietà umana per il collega finito nel mirino è la titolare della Salute, Beatrice Lorenzin.

Appena in tempo per i tg, anche “fonti ministeriali” hanno lasciato trapelare quale fosse stata la scelta di Lupi: «Il ministro sta firmando provvedimenti nel suo ufficio a Porta Pia, è completamente assorbito dalla sua attività, non sta minimamente pensando alle dimissioni». Il provvedimento in questione era uno stanziamento di 50 milioni di euro contro il dissesto idrogeologico: praticamente una sfida al premier. Di più, l’esponente del governo ha confermato che questa mattina parteciperà ad un evento Expo insieme al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e nel pomeriggio prenderà la parola al question time, tornando a sedere tra i banchi del governo. «Io non ho niente di cui vergognarmi», ha detto ieri sera il ministro ai suoi colleboratori. Riferirà in Parlamento sulla vicenda, ma non subito. Unico dato positivo in una giornata non proprio facile, la «solidarietà» di Forza Italia. Gli ex compagni di partito ricordano di essere «garantisti» sia con gli «amici, e Lupi lo è», sia con gli «avversari, e Lupi lo è», e promettono di essere «conseguenti» in Aula, quando ci sarà da votare la sfiducia. Pure gli azzurri, però, sembrano convinti che il ministro lascerà prima. «Angelino», scrive il Mattinale, «ti rendi conto di come vi tratta il premier?».

di Paolo Emilio Russo

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Commenti all'articolo

  • Vittori0

    18 Marzo 2015 - 11:11

    I traditori vengono pagati con la stessa moneta

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