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Antonio Di Pietro, l'accusa dei giudici: a rischio 40mila posti di lavoro

Antonio Di Pietro

Alla fine il ministero delle Infrastrutture dovrà pagare 1,25 miliardi all’imprenditore Edoardo Longarini. Sull’unghia. Lo ha confermato il 18 marzo scorso la Corte d’Appello di Roma, rigettando il ricorso dell’Avvocatura dello Stato contro il pignoramento di 821 milioni e rotti di euro di fondi depositati presso la Banca d’Italia. In un momento in cui tanto si discute del vestito, del rolex o del biglietto aereo di cui avrebbero usufruito i famigliari del dimissionario ministro Maurizio Lupi (non indagato), la classica pagliuzza, i giornali italiani paiono poco interessati alla trave. Ovvero al costosissimo arbitrato voluto dall’allora ministro Antonio Di Pietro per stabilire quanto lo Stato dovesse a Longarini per gli importanti lavori di ricostruzione «postbellica» che gli furono assegnati ad Ancona negli anni ’80 (anche se non vennero firmati i decreti di affidamento) e mai realizzati.

I giudici romani Giovanni Buonomo, Laura Avvisati e Mauro di Marzio hanno stigmatizzato la «decisione, pure assunta autonomamente dall’Amministrazione istante (il ministero delle Infrastrutture ndr), di attribuire a un collegio arbitrale il compito di liquidare un così rilevante danno, nonostante la sostanziale incensurabilità della decisione in sede giurisdizionale». Una scelta che i tre togati ritengono «eventualmente sindacabile dal giudice contabile» e per questo hanno trasmesso l’ordinanza e i lodi arbitrali al procuratore regionale della Corte dei conti che dovrà decidere se la decisione di Di Pietro abbia rappresentato per le casse dello Stato un danno erariale. Di certo ora il ministero dovrà versare 1,25 miliardi, dopo aver già pagato a Longarini, a causa di altri due giudizi privati (sempre decisi da Di Pietro), quasi 300 milioni. In quest’ultimo contenzioso l’arbitro prescelto dall’ex pm di Mani Pulite era stato l’avvocato Ignazio Messina, dal 2013 segretario dell’Italia dei Valori. Il legale di Longarini, il professor Giuseppe Greco, il vero artefice di questa vittoria processuale, non trova esorbitante la «multa»: «La cifra tiene contro dei danni subiti dalle società controllate da Longarini che sono state costrette al fallimento». Però l’imprenditore non ha mai realizzato i lavori. «Non per colpa nostra. Un pretore nel 1990 ordinò all’allora ministero dei Lavori pubblici di farli partire, ma l’amministrazione non ha mai adempiuto a quest’ordine e quindi siamo stati costretti a chiedere il risarcimento del danno».

Ora queste antiche colpe dei vari governi, aggravate dalla decisione di Di Pietro, rischiano di mettere a rischio l’intero comparto dei lavori pubblici, come anticipato nel proprio ricorso dall’Avvocatura dello Stato: «L’enorme importo della pronuncia di condanna, da valutare anche alla luce dell’attuale contingenza economica, caratterizzata dalla drastica riduzione della disponibilità finanziaria di pertinenza del ministero, rischierebbe di paralizzare l’esecuzione di opere pubbliche di rilevante interesse nazionale», oltre a determinare «la perdita di circa 40 mila posti di lavoro». La difesa erariale per suffragare questa infausta previsione ha prodotto in aula una nota del 26 gennaio del 2015 con cui il direttore generale del dipartimento delle Infrastrutture Giovanni Guglielmi «evidenzia la possibilità che siano tagliate le disponibilità di cassa per l’anno 2015 in relazione a 12 progetti relativi ad importante opere pubbliche». Tra queste la contestatissima Torino-Lione, oltre agli investimenti per il miglioramento della rete ferroviaria e del materiale rotabile e a quelli per la manutenzione dell’Anas. Guglielmi in una relazione depositata in aula l’11 marzo scorso ha evidenziato pure un altro pericolo: «Il rischio di un blocco dei finanziamenti al settore del trasporto pubblico locale a seguito del pignoramento eseguito il 27 gennaio di tutte le somme disponibili presso la Banca d’Italia (paria eruo 821.530.424,93) e non ancora idonee a coprire l’intero ammontare del debito».

L’ingegnere Guglielmi, dopo l’ordinanza della Corte d’appello, con Libero, pare sconsolato: «Vediamo un attimo quello che si potrà fare con l’Avvocatura, il gabinetto del ministro e il dicastero dell’Economia. È una cifra talmente grossa. Lei si rende conto, sì? Impatta sul Pil». Gli chiediamo se davvero rischino i trasporti locali. La risposta è preoccupante: «Lei lo sa che hanno pignorato 821 milioni? Più di 600 di questi erano destinati a quel settore. Non possiamo più trasferire fondi». E quindi sarà un macello? «Bravo». Eppure tutti adesso sembrano preoccuparsi solo del rolex e del vestito del ministro. «Eeeeeeh, lo sta dicendo lei. Comunque questa dell’arbitrato è una brutta vicenda, troppo brutta».

di Giacomo Amadori

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