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Dopo l'addio di Pisapia

Il piano di Renzi per papparsi Milano

Il piano di Renzi per papparsi Milano

L’appetito vien mangiando. Avviato il rimpiazzo del Lupi cattivo con un renziano di provata affidabilità, il cui ritratto assomiglia sempre più a quello di Graziano Delrio, e in attesa di rimuovere dal Campidoglio la salma di Ignazio Marino, Matteo Renzi si prepara a piantare la propria bandierina sulla poltrona di sindaco di Milano. Dove «propria» non vuol dire del Pd, ma dell’altra «ditta», la cerchia che fa capo direttamente al presidente del Consiglio e si riconosce in lui. A palazzo Chigi, insomma, si sta già lavorando per piazzare al posto di Giuliano Pisapia l’ennesimo renziano doc.

Che il sindaco uscente non intendesse ricandidarsi era cosa nota da tempo agli addetti ai lavori. Quello che ha stupito tutti, esponenti del Partito democratico inclusi, è stata la tempistica dell’annuncio, arrivata troppo presto: nessuno credeva che la campagna elettorale potesse iniziare con un anticipo di quattordici mesi. Il Pd parte comunque favorito, perché Renzi in questa fase ha il vento in poppa e perché il centrodestra rischia di presentarsi ancora una volta diviso.

Matteo Salvini sogna da tempo di fare il sindaco di Milano e vorrebbe certificare la propria candidatura con le primarie di coalizione. «Se qualcuno me lo chiede, io sono a disposizione», ha detto ieri il leader leghista, invitando Pisapia ad accomodarsi alla porta subito, in modo da poter fare le elezioni già nel maggio del 2015. Ma, a Milano come a Roma, il centrodestra sembra refrattario alle primarie. E dentro Forza Italia i dirigenti tremano all’idea di assegnare un’altra amministrazione alle camicie verdi.  Così è partita la strategia dell’attenzione nei confronti di Maurizio Lupi, che tanti berluscones ritengono più digeribile di Salvini. «Perché no? Credo che Lupi abbia lavorato già bene come assessore a Milano, è una persona che ha sempre avuto forte consenso», aveva detto Mariastella Gelmini, coordinatrice lombarda degli azzurri, prima ancora che Pisapia annunciasse il ritiro. L’ex ministro non si candida, ma nemmeno si tira indietro.

Dentro il Nuovo Centrodestra ci credono. Di sicuro, giurano, non andranno a braccetto con Renzi. Il responsabile lombardo del partito, Alessandro Colucci, è perentorio. «L’elezione del sindaco di Milano sarà l’occasione per costruire un progetto alternativo a quello di Renzi, un centrodestra nuovo. Il contenuto del programma sarà fondamentale, e da qui si passerà alla individuazione della figura in grado di interpretarlo al meglio». In concreto? «Gabriele Albertini è stato un grande amministratore. Ma la figura di Lupi, sebbene al momento non abbia manifestato alcuna disponibilità, noi la consideriamo una delle più valide». Ipotesi che sembra escludere un accordo con la Lega. «Sui contenuti noi e Salvini siamo troppo distanti», avverte Colucci, mentre Lupi ironizza sulla disponibilità del leghista a candidarsi a sindaco: «Salvini è disponibile a fare tutto».

Insomma, manca più di un anno al voto, ma nel centrodestra già si rischia di fare l’ennesimo regalo al Pd. Tra chi lavora per impedirlo c’è il presidente della Regione, il leghista Roberto Maroni, che ha avviato subito il lavoro di ricucitura tra Lega, Forza Italia e Ncd, discutendone con Salvini e con Lupi. Al termine di questa prima ricognizione ha mostrato un cauto ottimismo: «Possiamo vincere a condizione che, anche per Milano, si affermi il modello della Regione Lombardia, tutto il centrodestra unito con la o le liste civiche». Il governatore si è spinto a non escludere una possibile convergenza del Carroccio sul nome di Lupi: «Se prendesse a cuore la questione della rappresentanza politica del Nord, questo potrebbe cambiare gli scenari».

A un primo sguardo, le cose nel centrosinistra sono molto più semplici. Non ci sono dubbi sul fatto che la prima mossa spetti a Renzi. Dal nome che calerà sul tavolo si capirà se il candidato ufficiale del Pd avrà vita dura a sinistra oppure no. Il ricorso alle primarie, infatti, non è scontato. È vero che si è già messa in moto la macchina che dovrebbe organizzarle per il mese di novembre, ma è vero pure che a Renzi questo meccanismo di selezione piace sempre meno. Lo stesso Pisapia, pure lui figlio delle primarie, ha detto che si tratta di uno strumento «un po’ screditato». E comunque, anche se si dovessero fare, ci sono primarie e primarie: se il candidato di Renzi metterà d’accordo tutti, dovrà giocarsela con avversari da operetta; se invece sarà vissuto dal Pd locale come un affronto, le difficoltà potrebbero essere serie, alla primarie e dopo.
Appartiene alla categoria degli indigesti, senza dubbio, Andrea Guerra, ex amministratore delegato di Luxottica e oggi consigliere di Renzi per le politiche industriali. Il suo nome è uscito come possibile candidato subito dopo il dietrofront di Pisapia e ha avuto l’effetto di un sasso lanciato su un nido di vespe. «Attorno al segretario regionale Alessandro Alfieri e al segretario della città metropolitana Pietro Bussolati», racconta un dirigente milanese del Pd, «si è raccolta una classe dirigente che sta vivendo come una liberazione l’addio di Pisapia, con il quale abbiamo avuto seri problemi. Proprio per questo chiediamo che il candidato del Pd sia un politico». Il che esclude, assieme a quella di Guerra, la candidatura del manager Giuseppe Sala, commissario di Expo.

Serve, dunque, un nome che possa rappresentare sia i potentati locali sia il segretario nazionale. Questo riduce allo zerovirgola le chance di candidatura del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli: ipotesi che rispunta ogni volta che si vota a Milano, ma che non convince gli interessati e tantomeno appare in grado di sfondare alle primarie.
Non mancano le variabili impazzite come Umberto Ambrosoli, ma l’unico nome che davvero pare in grado di conciliare il leader e i capibastone locali è quello del deputato Emanuele Fiano. Di provata fede renziana (viene dal gruppo di Dario Franceschini), il premier lo ha voluto relatore del ddl delle riforme costituzionali. Conosce bene la realtà locale del Pd e le logiche - politiche e non solo - che la guidano, perché è da lì che proviene.

Meno robusta, e sicuramente meno «milanese», la candidatura di Ivan Scalfarotto, pure lui vicino a Renzi. Ancora meno credibile l’ipotesi di un altro dirigente locale come Pierfrancesco Majorino, attuale assessore al Welfare: non perché gli manchi la forza sul territorio, ma perché è vicino a Pisapia, con tutto ciò che questo comporta. Majorino invoca le primarie: se si faranno parteciperà, se non si faranno probabilmente si candiderà in una propria lista, magari d’intesa con Sel. Un piccolo problema, se Renzi e i dirigenti locali avranno trovato un accordo solido; un problema serio, se la scelta del premier avrà prodotto morti e feriti tra chi poi sarà chiamato a portare voti al candidato sindaco.

di Fausto Carioti e Lorenzo Mottola

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Commenti all'articolo

  • daniele iannone

    20 Aprile 2015 - 15:03

    Mi sembra che da una parte e dall'altra la confusione regni sovrana e che fra tutti i nomi elencati non ce ne sia uno degno di fare il sindaco di Milano, eccetto forse quello di Albertini che è però cotto e ricotto.

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  • allianz

    25 Marzo 2015 - 18:06

    Milano al venditore di pentole sarà FORTEMENTE indigesta.Credo che i milanesi di Pisapia,del PD e del Finocchiaro salentino ne abbiano le balle piene.

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  • encol

    25 Marzo 2015 - 13:01

    E' un artista: si è circondato di OCHE e da POLTRONIERI indefessi. Così potrà governare 10 anni.

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  • Garrotato

    25 Marzo 2015 - 08:08

    «Salvini è disponibile a fare tutto». Questo dice tutto sulla figura di Salvini: non avendo mai fatto niente se non politica ruspante, gli è indifferente fare il sindaco di Milano oppure andare a Palazzo Chigi. Ho l'impressione che a Milano potrebbe cavarsela egregiamente, a Roma sarebbe solo uno dei tanti sprovveduti che ci provano.

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