Cerca

Prima si pagavano i contributi

Maledetto '68: in quell'anno i politici hanno inventato il vitalizio

Ne ha due, e sono piuttosto generosi. Quando hanno provato semplicemente a limargli i suoi cari vitalizi, il primo a insorgere e gridare «giù le zampe!» è stato Mario Capanna, uno dei leader della protesta fra fine anni ’60 e primi anni ’70. Faceva specie vederlo lì insieme a vecchi dc, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, comunisti tutti di un pezzo a fare le barricate non sulla fantasia al potere, ma sul più classico e odioso privilegio della casta: l’assegno a vita, indipendente dai contributi versati in passato. Ma è bastato ripercorrere le cronache di Montecitorio per scoprire la vera origine di quella passione di Capanna: il '68.

Chissà quanti ne saranno a conoscenza, ma il vitalizio è proprio un istituto sessantottino. Così mentre gli studenti sognavano un mondo fatto di libertà di costumi, di autogestioni, di rivoluzione della vecchia vita borghese, mentre gli operai si preparavano agli autunni caldi, in Parlamento l’unica risposta che è venuta in mente alla classe dirigente dell’epoca fu «mettiamo al riparo il nostro futuro». Il vitalizio dei parlamentari è nato grazie alla decisione di un ufficio di presidenza della Camera del 6 marzo 1968, a cui si adeguò pochi giorni dopo l’ufficio di presidenza del Senato. Come ogni buona legge che i parlamentari fanno a proprio favore, quella banale delibera che istituì il privilegione previdenziale, fu retroattiva: estesa anche a chi era stato eletto in Parlamento in legislature precedenti. Per i banali contribuenti italiani una legge che dà non è mai retroattiva: lo è quasi sempre invece una legge che sfila soldi dalle loro tasche (e sarebbe vietato). Ma a Palazzo la filosofia è sempre stata quella opposta. Però quella delibera sessantottina racconta una verità che fa saltare come birilli le mille balle raccontate fin qui dai parlamentari per difendere quel diritto al vitalizio.

Prima leggenda metropolitana: non c’è alcun articolo della Costituzione che assegna ai parlamentari il vitalizio. Tanto è che non lo ebbero fino al 1968, nemmeno dopo la legge del 1965 che fece lievitare l’indennità parlamentare (fino a quel momento regolata da altra legge del 1948 e stabilita in misura fissa in 65mila lire al mese). Fu una semplice delibera dell’ufficio di presidenza a istituirlo, e quindi per modificarne le regole o anche per abolirlo non è necessaria alcuna legge costituzionale e nemmeno una legge ordinaria. Basta e avanza una riunione degli uffici di presidenza delle Camere. Fino alla rivoluzione (a dire il vero involuzione) sessantottina degli onorevoli, chi era eletto in Parlamento aveva diritto a una pensione come tutti gli altri italiani. E come tutti pagava i propri contributi che venivano versati a una cassa di previdenza per i parlamentari. Questa investiva i contributi in titoli di Stato e obbligazioni e li faceva pure fruttare: con gli interessi si pagava la rivalutazione degli importi ogni anno. In quel 1968 (ricordatevi lo stipendio mensile del deputato: 65 mila lire) la Cassa di previdenza aveva accantonato al 31 maggio la bellezza di un miliardo e 867 milioni di lire: era il suo utile.

Grazie al vitalizio la cassa fu chiusa, e le sue disponibilità vennero versate su un fondo di garanzia che la assorbiva. Ma al fondo si chiese via via di pagare non solo i vitalizi: pure le indennità di reinserimento nella vita sociale dei parlamentari che terminavano il loro mandato e in qualche caso anche contributi di solidarietà successivi a chi proprio non riusciva a trovare lavoro. Finì come era immaginabile: nel 1974 gran parte di quell'avanzo era ormai assorbito dalle spese pazze per vitalizi e altre amenità. Nel 1975 i vitalizi vengono portati sul conto ordinario delle spese correnti della Camera: si pagano i contributi e si attinge ancora alle riserve del fondo. Dal 1981 il fondo è stato chiuso e nessuno investe più in nulla i contributi ricevuti. Da quel momento il buco dei vitalizi si allarga di anno in anno, fino ad arrivare ai 200 milioni di rosso registrati nel 2014.

di Fosca Bincher

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • SiamologiciPerdiana

    02 Giugno 2015 - 16:04

    Mario Capanna come tutti i sindacalisti che erano e sono scuola della politica Italiana, predicava bene e razzolava ancora meglio, ci voleva poco a saperlo ! tutti i sindacalisti sono passati al potere politico non certo per meriti ma per furbizia, vedi i Bertinotti come esempio per tutti !

    Report

    Rispondi

  • arwen

    31 Maggio 2015 - 15:03

    Strano, nn vedo commenti del moralissimo Bruno Osti...forse è troppo preso a recitare la parte del bananas intransigente per difendere l'indifendibile Moretti! Inatanto sia a dx che a sx ci pelano come patate e c'è ancora chi è convinto che uno schieramento politico è fonte di ogni bene e l'altro è la fonte di ogni mostruosità...si può essere così ingenui, fa quasi tenerezza uno che la pensa così!

    Report

    Rispondi

  • realityman17m

    31 Maggio 2015 - 12:12

    BISOGNA ABOLIRLI TUTTI E RESTITUIRE IL MAL TOLTO , DA ANNI ORMAI SONO I CONTRIBUENTI A PAGARE PER QUESTI ZOZZONI SCHIFOSI SENZA MORALE ALCUNA.

    Report

    Rispondi

  • romamaccio

    31 Maggio 2015 - 10:10

    Oggi è il nostro giorno del giudizio, punirli NON dandorgli più fiducia sabodando la cabina elettorale, andando tutti al mare!

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

blog