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La politica al voto

Veneziani: "Vi racconto io chi sono Berlusconi, Salvini, Renzi e Grillo"

Veneziani: "Vi racconto io chi sono Berlusconi, Salvini, Renzi e Grillo"

Caro Direttore, come si presenta la politica italiana oggi davanti alle urne? Dico non i candidati alle Regioni, i sindaci e le liste locali, ma la politica nel suo orizzonte generale. Spariti i partiti o ridotti a larve, declinato anche il partito personale che aveva ancora la forma di un partito seppure in funzione del suo leader carismatico, la politica oggi si risolve nelle figure e nelle performance di quattro animatori del villaggio Italia. Animatori più che leader, ovvero istrioni da palcoscenico e da video in grado di concentrare le attenzioni su di loro. Quattro conduttori di uno spettacolo permanente, one man show.

Renzi è il più brillante ed efficace, Berlusconi il più vetusto e un po’ il patrono degli animatori, Grillo il più professionale e navigato, Salvini il più ruspante e irriverente. Non provengono da una storia, una cultura politica, una comunità, semmai dal loro disfarsi. Renzi ha grande capacità d’intrattenere il pubblico con gag e giochi di prestigio e tenere alto il morale e l’attenzione della platea in una fiction sulla rinascita italiana. Grillo è animatore di mestiere e ha trasferito il format dal cabaret al Paese in uno spettacolo live che esonda nella realtà e ne chiede l’abolizione. Salvini è un bravo attore televisivo, genere reality people, e semplifica in poche, efficaci battute i nodi complessi che strozzano l’Italia, cavalcando ciò che è politicamente scorretto e non si può dire. Berlusconi è il padre putativo dei tre animatori, decano dei piacioni e impresario di spettacolo, show man per vent’anni, anche se la sua compagnia, un tempo variegata, si è ridotta a pochi figuranti, un paio di cagnolini e ogni settimana va fuori qualcuno. (Naturalmente ciascuno di noi ha poi l’animatore preferito).

La politica in Italia non c’è più da un pezzo. Al suo posto ci sono i Quattro Animatori più una selva di caratteristi e comparse, attori minori, subordinati o insubordinati ai predetti istrioni, e ricco contorno di mariuoli e faccendieri. Quattro presentatori fra tanti impresentabili, non è un bel vedere, converrete. E poi ci sono tanti che sono presentabili, ma non sono credibili...
A far da contrasto con gli animatori c’è la personalità meno animata per indole e protocollo, il Presidente della Repubblica Mattarella. Il suo ruolo è inverso: non intrattenere la platea, non sorprenderla ed eccitarla, ma sedarla e rassicurarla, usando il frasario misurato delle ovvietà istituzionali. Quasi per garantire the balance of powers, l’equilibrio dei poteri, il Capo dello Stato compensa il moto perpetuo e la parola fluente del premier col muto perpetuo, l’immagine statica e l’eloquio sobrio e scontato, prevedibile ai limiti del modulo prestampato. Non è escluso che col tempo Mattarella, come già accadde al suo predecessore Cossiga, s’ammutini al copione «Quattro animatori e una mummia» e prenda gusto a cantare in libertà. Ma per ora accetta il ruolo di capo dello statico.

Qual è oggi il lessico della politica nell’era degli animatori, come parlano i politici? Tramontato il politichese col suo contorto e oscuro latinorum, oggi prevalgono tre tipi di linguaggio: uno è il gergo dell’autenticità - come lo definiva Theodor Adorno - che simula il linguaggio della gente, i giudizi drastici e la rude franchezza, il «parla come magni», usato soprattutto dalle opposizioni populiste e radicali, da Grillo a Salvini. Poi c’è il gergo della fattività che simula il linguaggio della concretezza di chi annuncia baldanzoso riforme e ostenta prodigiosi risultati, in uso di chi governa, ieri Berlusconi, oggi Renzi; infine c’è il gergo dell’eticità, che simula di cambiare la realtà tramite il lessico nel nome del politically correct, l’unico canone moralistico-ideologico in auge, quel «piagnisteo del bigottismo progressista» (Robert Hughes) in uso soprattutto a sinistra e tra le sue vestali istituzionali, come la presidente della Camera Boldrini. Sono questi i linguaggi della politica, tre forme gergali che fanno il verso alla realtà, alle realizzazioni e all’etica.

L’avvento degli animatori e del loro gergo è un progresso o un regresso rispetto all’epoca dei partiti e delle ideologie o in rapporto alla sovranità popolare e al bene comune? Non idealizzo affatto il passato ma non mi sembra un passo avanti o in alto: nella migliore delle ipotesi è un passo fuori, nella peggiore è un passo in basso.

di Marcello Veneziani

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Commenti all'articolo

  • blues188

    31 Maggio 2015 - 20:08

    A Veneziani piace dare la colpa ad altri, ma lui, LUI, militante della Destra, cosa ha fatto di bello? NULLA! Si è immediatamente presentato come uomo di parte (So condendo d'essere meriddionale) ma criticava la Lega che si sentiva del Nord (essendo nata nel luogo). Ora pieno di veleno contro tutto il mondo nasconde il suo dormire sull'amaca e non aver fatto nulla per la Destra che tanto sogna.

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  • lucianaza

    31 Maggio 2015 - 18:06

    non mi sembra che i politici con i latinorum ultimamente abbiano prodotto "qualcosorum", forse era ora appunto di cambiare strada, meglio degli animatori populisti che affrontino la realtà piuttosto che politicorum che ci hanno succhiato sangue coi vitalizi e altri privilegi, che non sono stati messi da quelli che il forbitorum veneziani chiama animatori!

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  • umbro80

    31 Maggio 2015 - 18:06

    Caro Veneziani, io invece lo idealizzo eccome il pasato. Ma come è possibile essere in mano a fenomeni del genere???

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