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La lotta dentro il Pd

Belpietro: "Se Renzi non prende il 40% per lui saranno guai"

Belpietro: "Se Renzi non prende il 40% per lui saranno guai"

Oggi Renzi rischia grosso. E non tanto perché il voto delle Regionali potrebbe mettere in discussione la sua permanenza a Palazzo Chigi: dalla poltrona di presidente del Consiglio nemmeno un esercito di Rosy Bindi riuscirebbe a schiodarlo. Ma perché se le elezioni non si risolveranno con trionfo, per il premier i prossimi mesi saranno dolori. Paradossalmente Renzi paga la vittoria schiacciante dello scorso anno, quando alle Europee portò il Pd al 41 per cento. Una soglia mai immaginata dallo stesso ex sindaco di Firenze e che in questi mesi gli ha consentito di campare di rendita, ignorando le richieste della minoranza del partito e procedendo come un carrarmato contro chiunque gli si opponesse. E però quel 41 per cento oggi è diventato il benchmark con cui confrontarsi. E dunque incassare meno di quella percentuale parrebbe una flessione e poco importa che la legge elettorale appena approvata assegni il premio di maggioranza intorno al 35 per cento e nemmeno che l’elezione di un governatore abbia nulla a che fare con quella di presidente del Consiglio. Una perdita di consenso sarebbe vista comunque come una battuta d’arresto, un appannamento della sua leadership, e la guerra fratricida in corso dentro il Partito democratico si inasprirebbe, e in molti affilerebbero i coltelli in vista di una resa dei conti.

Insomma, o oggi il premier esce vincitore senza se e senza ma, oppure chi non sogna altro se non di prendersi la rivincita si sentirà rinvigorito e pronto a colpirlo. Renzi ieri ha detto che le Regionali non sono un test nazionale su di lui. Vero. Ma sono un test del suo partito su di lui. Già, perché il problema non è tra maggioranza e opposizione, tra Pd e grillini, leghisti o forzisti. La guerra è tutta interna alla sinistra. Non c’entrano neppure i riformisti e l’ultra sinistra o le vecchie divisioni ideologiche del passato. Quella in corso è una battaglia di potere tra vecchia e nuova guardia, tra apparato e giglio magico, tra giovani vecchi e tra vecchi che si sentono ancora così giovani da poter infliggere a Renzi il colpo mortale. Nessuno è in grado di anticipare come questa lotta senza esclusione di colpi finirà, anche perché, come abbiamo visto in passato, le previsioni della vigilia non sono quasi mai state rispettate. Dopo anni in cui i sondaggisti sembravano saperla più lunga degli stessi elettori, da un pezzo si è scoperto che le rilevazioni elettorali hanno la stessa valenza scientifica delle previsioni del tempo, cioè non hanno nessuna attendibilità. Sta di fatto che il primo a manifestare incertezza e inquietudine è lo stesso presidente del Consiglio. Dell’aria trionfante dipinta sul volto nei giorni dell’elezione del presidente della Repubblica o in quelli successivi alla votazione della legge elettorale, non c’è più nulla, o quasi. Da almeno una settimana infatti il premier confida di temere un quattro a tre, ossia quattro regioni al Pd e tre alle opposizioni. All’inizio la sua poteva sembrare un’operazione scaramantica o, come qualcuno ha sospettato, un modo per tener basse le aspettative per poi gridare al trionfo di fronte a un 6 a 1. Visto però ciò che è successo negli ultimi giorni, la previsione di un 4 a 3 potrebbe essere tutt’altro che furbizia.

Già, perché le ultime settimane per Matteo Renzi sono state una via crucis senza resurrezione. Prima le contestazioni degli insegnanti contro la buona scuola: essendo da sempre quello dei docenti un bacino di voti per la sinistra, gli effetti del malcontento potrebbero influire sui risultati più di quanto ci si immagini, perché a fronte di un milione di lavoratori del settore bisogna poi tener conto delle famiglie. Come se non bastasse la protesta dei docenti, è arrivata la grana dell’indicizzazione delle pensioni la cui restituzione, nonostante le belle parole del capo del governo in tv e sui giornali, non è stata percepita come un successo, ma semmai come un sopruso. Ci mancava quindi la grana dei candidati impresentabili, una botta messa a segno da esponenti dello stesso Pd e che ha azzoppato il candidato democratico della Campania. Puntare su un aspirante governatore che la commissione Antimafia - icona della sinistra - ha etichettato come impresentabile è un boomerang, se non in Campania, dove Vincenzo De Luca è forte, nelle altre regioni in cui si vota. All’inizio, dato per perso il Veneto, gli occhi di tutti erano puntati sulla Liguria, dove la sinistra si è spaccata e la candidata del Pd, Raffaella Paita, oltre che da Giovanni Toti e Alice Salvatore (rispettivamente candidati del centrodestra e del M5S), si deve difendere anche da Luca Pastorino, un ex piddino passato con Pippo Civati. Ma negli ultimi giorni i dubbi si sono estesi anche alle Marche e perfino all’Umbria, dove i numeri sarebbero assai più fragili di quel che sembravano. Naturalmente è molto difficile che alcuni feudi storicamente nelle mani alla sinistra passino in quelle del centrodestra, ma anche la sola possibilità che in una regione come la Toscana il governatore uscente non strappi una vittoria piena sarebbe giudicata come una sconfitta. È per questa ragione che Renzi ha cominciato a sentire un brivido lungo la schiena. In un partito di rottamati, quelli che sognano di rottamarlo cominciano ad essere troppi: un esercito con cui prima o poi il premier dovrà fare i conti

di Maurizio Belpietro

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