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Pd, in direzione Dem la contestazione colpisce il segretario

Pd,  in direzione Dem la contestazione colpisce il segretario

«Le Regionali non le abbiamo vinte, le abbiamo stravinte. Abbiamo il governo di 17 regioni su 20». E in Veneto non si vincerà «finché non metteremo mano al fisco». Ha contestato chi dice che il Pd ha perso voti: «Vale per le Europee, non per le ultime Amministrative, dove abbiamo perso Padova, Livorno, Potenza, Perugia. Si sono perse città simbolo». Soprattutto, per ricompattare, ha ricordato che «fuori di qui ci sono tre opposizioni». «C’è una destra ancora viva», che ha dimostrato in Liguria di essere ancora in grado di vincere. Quella guidata da un «leghismo di ritorno, insidioso per noi sul tema dell’immigrazione», ma che cerca di «sfondare anche sull’economia». Guai a «sottovalutarlo». Poi c’è la «coalizione sociale» di Maurizio Landini, «destinata ad essere sconfitta» perché «sta più in televisione che sui luoghi di lavoro» e vede «in Marchionne il male assoluto». Ma «se qualcuno immagina che il futuro sia con Landini o Piperno, auguri». Infine c’è «la protesta che viene dal M5S», ancora vitale. Matteo Renzi torna dal G7 per la direzione nazionale del Pd con l’intenzione di evitare ogni guerra. Indica i nemici esterni per dire che bisogna stare uniti. E fa, come era atteso, aperture sulla scuola e sulla riforma costituzionale.

La prima, soprattutto, è stata al centro della trattativa tra maggioranza e minoranza. Perché è un tema che sfonda i confini del Palazzo, tanto che fuori dal Nazareno, in attesa che inizi la riunione, si svolge un sit-in di protesta di un gruppo di insegnanti inferociti che gridano «Vergogna!» all’indirizzo del premier. Renzi è costretto a entrare da una porta secondaria. Nell’intervento, però, ammette che «non siamo riusciti a coinvolgere il mondo della scuola e me ne assumo la responsabilità». Se volesse, la riforma si potrebbe approvare «domani mattina, anche a costo di spaccare il Pd». Si vuole più tempo? Nessun problema. «Prendiamoci altri 15 giorni».

Sul tema della convivenza interna al Pd, ha messo in chiaro che «chi ha votato contro la fiducia non mi può fare la ramanzina il giorno dopo». Va bene discutere, «ma va trovato un codice di condotta interna» e «bisogna avere il coraggio di dire che non si fa quello che si vuole su tutto». Ha indicato la scadenza del 2018 come data di conclusione della legislatura, ma a patto che «si facciano le riforme».

La minoranza si spacca fin dal pomeriggio. Da una parte chi aspettava un’apertura da parte del premier sulla riforma della scuola, per poterla mostrare fuori come uno scalpo. Da una parte chi sperava in una rottura, per aver l’occasione di sbattere la porta su un tema popolare. Stefano Fassina era l’indiziato numero uno per questa seconda scuola di pensiero. Renzi, d’altra parte, ha bisogno di un partito il meno sfilacciato possibile per portare a casa la riforma della scuola, che oggi inizierà ad essere votata in commissione al Senato, e subito dopo quella costituzionale, anch’essa in arrivo nella giungla di Palazzo Madama. Per questo attacca, ma con moderazione. La corda è troppo sottile da potersi permettere una prova di forza: al Senato i voti di scarto sono meno di dieci. Nella trattativa tra il premier e le minoranze ci sono anche alcuni posti nel governo (a cominciare da quello lasciato dal viceministro per lo Sviluppo Claudio De Vincenti), le sei presidenze delle commissioni ora in mano a Forza Italia che andranno rinnovate a giorni, e quelle affidate a esponenti della minoranze, la cui conferma non è scontata. Sulla Buona Scuola, il testo cambierà. Due, in particolare, i punti che verranno rivisti: il mandato dei presidi sarà al massimo di 6 anni (tre più tre); la commissione che valuterà i docenti più meritevoli sarà formata da rappresentanti dei genitori e degli studenti che però avranno solo un ruolo consultivo.

Quanto all’organigramma, l’unica casella che sembra decisa è quella di capogruppo a Montecitorio, dove dovrebbe andare Ettore Rosato. Lorenzo Guerini resta al partito. Matteo Mauri, che fa parte della minoranza «lealista» potrebbe diventare vicecapogruppo. Da decidere, invece, le presidenze di commissioni. Probabilmente sarà tutto rinviato alla prossima settimana, dopo i ballottaggi. Ma è probabile che anche lì verrà premiata la minoranza fedele al governo, in modo da isolare i duri e puri. Per le presidenze di commissione ora in mano a esponenti delle minoranze, vanno per la riconferma Cesare Damiano al Lavoro e Francesco Boccia al Bilancio, dubbi su Guglielmo Epifani, ora a capo dell’Attività produttive di Montecitorio, negli ultimi tempi tra i più critici contro il governo.

Elisa Calessi

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