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La vittima della campagna d'odio

Giampaolo Pansa su Adriano Sofri, la fine già scritta dell'uomo perbene condannato a morte dalla sinistra

Giampaolo Pansa su Adriano Sofri, la fine già scritta dell'uomo perbene condannato a morte dalla sinistra

Sotto i chiari di luna del giugno 2015 siamo costretti a riparlare di Adriano Sofri, arruolato dal ministro della Giustizia come grande esperto di carceri. I giornali oggi in edicola saranno pieni di ritratti del vecchio capo di Lotta Continua. Ma temo che scriveranno assai di meno del vero protagonista di uno dei drammi italiani degli anni Settanta: il commissario Luigi Calabresi. Chi è morto giace, chi è vivo si dà pace. E conquista una poltroncina governativa. E allora io parlerò di quel funzionario dello Stato ucciso al culmine di una campagna d’odio scatenata contro di lui dalla truppa al comando di Sofri.

Era una mattina di fine marzo del 1972, uno dei giorni del caso Feltrinelli, e noi cronisti stavamo mendicando notizie alla questura di Milano. Nella stanza di Antonino Allegra, che dirigeva la sezione politica, ci fu un incontro casuale con quel giovane commissario linciato su tutti i muri della città. Calabresi indossava il solito maglione girocollo e appariva travolto dall’amarezza. Mi disse: «Da due anni vivo sotto questa tempesta e lei non può immaginare che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere».

Continuò quasi tra sé: «Non riesco più a muovere un passo. L’altro giorno è bastato che mi vedessero uscire dall’obitorio per sostenere che avevo cominciato a trafficare con il cadavere di Feltrinelli». Si prese la testa tra le mani e mormorò: «Ma che Paese è mai diventato questo?». Allegra, il capo di Calabresi, lo ascoltava in silenzio. Poco prima si era discusso dei nuovi nuclei di terroristi che, mese dopo mese, diventavano più aggressivi. «Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti!», sospirò Allegra.

Guardai Calabresi e gli chiesi se avesse paura. Mi rispose: «Paura no, perché ho la coscienza tranquilla. Ma è terribile lo stesso. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene di qui». Poi, dopo un lungo silenzio ribadì: «No, non ho paura. Ringraziando Iddio, trovo in me stesso, nei miei princìpi, nell’educazione che ho ricevuto, la forza per superare questa prova». Il commissario tentò di sorridere. Ma in quella stanza si avvertiva un gelo quasi mortuario. Calabresi aveva gesti nervosi e si muoveva a scatti. Nella memoria ho il ricordo di un essere umano che si sentiva un animale braccato.

Due mesi dopo, la mattina del 17 maggio 1972, rividi Calabresi steso sul selciato con tre proiettili in corpo. Allora non pensai: ecco una morte annunciata! Non lo pensai perché il romanzo di Gabriel Garcia Marquez sarebbe uscito con quel titolo soltanto dieci anni dopo. Tuttavia mi dissi: gli italiani onesti dovrebbero piangere un uomo perbene che aveva cominciato a morire la sera della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

Calabresi, 33 anni, sposato con Gemma Capra e padre di due bambini, si era trovato dentro uno dei buchi neri della storia italiana. La bomba alla Banca dell’Agricoltura era esplosa da qualche ora e la sensazione di molti era che si trattasse di un ordigno collocato da anarchici. La questura di via Fatebenefratelli cominciò a fermare gente di quell’area politica.

Tra loro c’era Giuseppe Pinelli, un ferroviere allora sconosciuto a tutti, ma non ad Allegra e a Calabresi. Tante volte l’avevano notato nei cortei e spesso convocato per accertamenti. Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre, il commissario lo vide davanti al circolo anarchico di via Scaldasole e gli disse: «Venga in questura, è una formalità». Pinelli seguì con il motorino la Fiat 850 della polizia. Fu un tragitto lento attraverso il traffico convulso di Milano, nebbia, smog, folla nelle strade. Andava adagio verso una fine orrenda.

Tre sere dopo, Pinelli volò da una finestra dell’ufficio politico e si schiantò in un giardinetto stento della questura, coperto di neve sporca. Emerse un altro mistero. Molti pensavano che il ferroviere anarchico fosse stato scaraventato nel cortile da uno degli agenti del commissario. Ma poteva anche aver deciso di morire. Oppure la caduta era stata accidentale, durante una pausa dell’interrogatorio.

Ancora oggi, quarantacinque anni dopo, l’unica certezza è che assieme a Pinelli cominciò a morire anche Calabresi. La sentenza la scrissero, giorno dopo giorno, quasi tutti i gruppi della sinistra eversiva. Loro non avevano dubbi: a uccidere Pinelli era stato il commissario. Di prove non ne esistevano, ma in quel tempo di follia sovversiva era soltanto un dettaglio senza importanza.
Cominciò un linciaggio feroce che sarebbe durato più di due anni. Il giornale di Lotta Continua fu il più spietato in quella campagna odiosa. Articoli, commenti, vignette lanciavano un solo grido: Calabresi assassino! Ricordo un disegno che gelava il sangue. Con una ghigliottina giocattolo, il commissario insegnava alla figlia bambina come tagliare la testa a una bambola con la “A” degli anarchici sulla camiciola.

L’odio nei confronti di Calabresi fu un delirio che travolse anche ottocento big della cultura, della scienza, della mondanità e del giornalismo italiani. Pronti a firmare un manifesto pubblicato dall’Espresso che indicava nel commissario il torturatore e l’assassino di Pinelli. Un vergogna assoluta di cui, in seguito, soltanto pochissimi si dichiararono pentiti. Ma in quel modo il cerchio di fuoco si chiudeva. Le eccellenze firmavano. E nei cortei si urlava: «Calabresi sarai suicidato!».

Quando fu promosso commissario capo, i muri di Milano vennero tappezzati di manifesti che lo mostravano con le mani lorde di sangue. Un scritta spiegava: «Così lo Stato assassino premia i suoi sicari». Calabresi divenne il simbolo del poliziotto da annientare. Poi ci fu la trafila che molti di noi, cronisti con i capelli bianchi, ricordano. La querela per diffamazione del commissario a Lotta continua, la denuncia contro di lui della vedova Pinelli, la comunicazione giudiziaria per omicidio volontario, spedita a Calabresi da una magistratura fuori di senno.

Il commissario disse: «Ho fiducia nella giustizia», ma non ebbe mai la possibilità di difendersi in un processo. Nel frattempo, la Milano rossa era diventata una città di pazzi. Quando la signora Gemma andò all’obitorio per vedere il cadavere del marito, all’uscita fu costretta a passare tra due ali di giovani isterici e maneschi che la insultarono, cercando di coprirla di sputi.
Non credevo di dover ripetere quello che avevo scritto nel 1972. Mi ha costretto a farlo il colossale errore di un giovane ministro della Giustizia che in un Paese normale si sarebbe già dimesso. Ha mostrato più saggezza Adriano Sofri. Oggi ha 73 anni, scrive su giornali pesanti, viaggia in tante parti del mondo, pontifica.

Da leader dei lottacontinua mostrava tutta intera la propria arroganza. Era gonfio di disprezzo per chi non la pensava come lui, sembrava pervaso da un odio politico assoluto. La sua rinuncia alla poltroncina è la prova che la vecchiaia un po’ di buon senso te lo regala.

Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • ghinoditacco2

    25 Giugno 2015 - 15:03

    Nell'articolo è riportata la scritta comparsa sui muri di MIlano: "Così lo Stato assassino premia i suoi sicari". Dopo quello che è successo nei giorni scorsi, quella frase si dovrebbe trasformare in questi termini: " Così lo stato premia gli assassini dei suoi servitori". Il fatto è che alla sinistra manca totalmente il senso dello Stato, mentre abbonda di ignoranza, ipocrisia ed indecenza.

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  • VEPA53

    25 Giugno 2015 - 12:12

    Apprezzo molto Pansa, uno dei pochi ex comunisti che hanno fatto i conti con la storia, e ha cercato di capire anche chi sceglieva di stare dall'altra parte. Oggi i nuovi maestri ( Casarini, Caruso,Agnoletto, etc) che non hanno vissuto gli anni di piombo son ben più rancorosi, animati da un odio viscerale,e purtroppo fanno proseliti tra i ragazzini che parlano a vanvera di comunismo e fascismo.

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  • giuseppesangreg

    25 Giugno 2015 - 12:12

    Il guaio vero è che il buonsenso manca a chi ha fatto la proposta al suddetto.

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  • romano75

    25 Giugno 2015 - 11:11

    Grande Pansa sei come il vino. D'altronde per non essere massacrato hai dovuto fare il comunista ma visto il tuo revisionismo abbiamo capito tante cose. Il problema è che i compangi non migliorano cercano solo nuovi personaggi con cui potersi scagliare contro senza capire che non possono essere schiavizzati psicologicamente tutta la vita quel posto di lavoro e quella tessera nel portafoglio

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