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L'Espresso dà la sua fonte in pasto ai pm

L'Espresso dà la sua fonte in pasto ai pm

Dopo che ben quattro (4) procure siciliane hanno smentito l’esistenza dell’intercettazione su Lucia Borsellino tra il governatore siciliano Rosario Crocetta e il primario Matteo Tutino, definendola apertamente «una bufala», l’altro ieri il settimanale che l’ha scodellata ai suoi lettori, l’Espresso, ha pubblicato un articolo che sa di resa e che quasi consegna agli inquirenti siciliani il nome della fonte del falso scoop, del presunto avvelenatore di pozzi informativi della Trinacria. Prima di farlo, però, il direttore Luigi Vicinanza ha tentato un’ultima timida resistenza: «Gli autori dell’articolo l’hanno ascoltata e trascritta (l’intercettazione ndr), verificata con fonti investigative, incrociata con le informazioni in loro possesso» scrive. Tutto bellissimo, da scuola di giornalismo della Columbia University, ma l’intercettazione dov’è?

I lettori più smaliziati protestano: ma come? Avete sentito con le vostre orecchie la telefonata e avete avuto bisogno di farvela confermare da qualcuno? Dove l’avete ascoltata? Negli uffici giudiziari o su una spiaggia di Mondello? Vicinanza sembra sentire queste brusii di fondo e abbozza: «In tempi di Internet (…) non possedere l’audio sembra un punto debole nella veridicità dell’intercettazione». Appunto. E allora il settimanale in un corsivo senza firma, e quindi riferibile al direttore, inizia a rivelare particolari inediti: «A maggio 2014 uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Piero Messina e Maurizio Zoppi il brano di un audio, presentandolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino». Perciò è l’investigatore a offrire la legenda di un audio non intelligibile senza chiose e forse, anche per questo, la pseudo notizia resta nel cassetto dei collaboratori dell’Espresso per oltre un anno, sebbene la versione ufficiale sia un’altra: che «l’esistenza di intercettazioni era ancora segreta e parlarne avrebbe compromesso l’esito delle indagini».

La giustificazione - Di fronte a questa incongrua giustificazione permetteteci di sorridere, vista la montagna di violazioni del segreto investigativo che altri bravi colleghi dell’Espresso hanno commesso negli anni. Ma a questo punto il citato corsivo ci avvicina alla verità: «Il 2 luglio 2015 alle 13.19 la stessa fonte contatta Piero Messina e gli ricorda la vicenda dell’intercettazione. Gli scandisce parola per parola la frase di Tutino: “Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre”. E il silenzio di Crocetta inciso nei nastri». È il colpo di scena. Al contrario di quanto affermato precedentemente da Vicinanza, non sono stati i cronisti a cercare conferme dopo l’arresto di Tutino, ma è stata la loro presunta fonte a incalzare Messina e a dettargli la frase che poi sarebbe finita sul giornale. Nella sua versione più cruda, quella che ha scandalizzato il Paese e in cui Lucia Borsellino andava eliminata «come il padre» Paolo, trucidato dalla mafia. Ma chi è questa talpa deviata che ha tanto insistito per far pubblicare quelle parole raccapriccianti? Il settimanale il nome non lo fa, ma è come se lo svelasse. Infatti indica il minuto esatto in cui Messina dovrebbe aver ricevuto la polpetta avvelenata: le 13 e 19 del 2 luglio. Un’indicazione che, come un qualunque giornalista ben sa, avrà già portato gli inquirenti a scovare nei suoi tabulati telefonici chi abbia conversato con il cronista a partire da quel preciso minuto. E così presto potremmo conoscere l’identità di ha provato a far cadere Crocetta per via giornalistica e i motivi che lo hanno indotto a farlo.

Certamente su quell’intercettazione a Palermo si fantasticava da tempo. Tanto che diversi cronisti di giudiziaria si erano premurati di verificarla: «Era una voce ricorrente e tutte le fonti ufficiali, autorevoli e reali l’avevano pubblicamente smentita. In modo chiaro, non con formule neutre come “non confermo e non smentisco”» chiosa uno stimato «giudiziarista» siciliano. Diversi cronisti udirono quella voce incontrollata a margine del procedimento avviato da Tutino contro il chirurgo Dario Sajeva, accusato di aver gonfiato le cartelle di Villa Sofia, la clinica dove Tutino era primario. Il gip Lorenzo Matassa, ad aprile, ha archivato le accuse, definendo questa ipotesi «strampalata e infondata» oltre che «calunniatoria». Matassa nel suo provvedimento stigmatizza anche gli investigatori della Digos per «l’eccessiva fidelizzazione instaurata con il Tutino». In questo contesto avrebbe iniziato a circolare la leggenda dell’orrenda intercettazione. Anche perché, nel frattempo, un altro pezzo di procura e altri investigatori stavano indagando sulle presunte malefatte dello stesso Tutino. A Palazzo di giustizia il primario era amico di magistrati come Antonio Ingroia e inviso ad altri. Una situazione di conflitto in cui i soliti corvi hanno approfittato per alzarsi in volo. E il loro gracchiare ha eccitato la fantasia dei giornalisti.

I precedenti - Per esempio Mario Barresi della Sicilia, ben prima dei colleghi dell’Espresso, a proposito delle carte dell’inchiesta Tutino, ha scritto: «Si favoleggia di dialoghi da far sbiancare il comune senso del pudore, ci sarebbero anche i dettagli di un patto segreto. Gli ostentatori dell’amicizia con Crocetta si confrontano su come “far fuori politicamente Lucia Borsellino” dice chi quelle carte le ha sbirciate». L’Espresso è stato meno cauto e ha sparato la versione «hard» della stessa conversazione. A convincere definitivamente i segugi siciliani del settimanale sarebbe stato un magistrato: «Lunedì 13 luglio, alla vigilia della pubblicazione Messina e Zoppi incontrano un autorevole inquirente a cui sottopongono parola per parola il testo dell’intercettazione tra Tutino e Crocetta. Ricevono una conferma totale e chiara, assieme all’invito a procedere con la pubblicazione: “Questa volta si va sino in fondo”». Non è chiaro chi pronunci l’ultima frase, anche se sembrerebbe lo stesso magistrato. Chissà se almeno di questo colloquio esiste una registrazione. Intanto l’ordine dei giornalisti siciliano sta facendo le opportune verifiche sul caso e sul lavoro dei cronisti. I quali, guarda il contrappasso, appartengono al gruppo editoriale che ha il copyright della celebre locuzione «macchina del fango». Immaginatevi che cosa avrebbero scritto se il loro scoop fasullo l’avessero pubblicato Panorama o Libero.

di Giacomo Amadori

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Commenti all'articolo

  • Uchianghier

    Uchianghier

    28 Luglio 2015 - 19:07

    Speriamo che Crocetta tolga ai giornalisti, al direttore ed all'editore tutto anche le mutande.

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  • Janses68

    28 Luglio 2015 - 11:11

    Comunque pubblicare intercettazioni per fare soldi e vendere un giornale e' parecchio da meschini, senza informare prima la vittima. Prima di distruggere la reputazione di una persona. Ed invece si pensa solo allo scalpore per fare soldi , fare soldi sulla pelle degli altri, Io mi vergognerei ....

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  • Happy1937

    27 Luglio 2015 - 21:09

    Credo che quando si pubblicano bufale, inventando ( e' peggio il Taccani del buso) di aver ascoltato un'intercettazione inesistente, il direttore ed il giornalista dovrebbero essere radiati dall'ordine. Gil editori dovrebbero pagare danni rilevanti. Termino avertendo che non sono un estimatore di Crocetta, al quale tuttavia nell'occasione va la mia solidarieta'.

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  • Vittori0

    26 Luglio 2015 - 09:09

    ....il proprietario di questo giornale non è un sostenitore del Premier?

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