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Il ritratto

Giancarlo Perna: Alfio Marchini, l'imprenditore calce e martello che ricorda Berlusconi e sfida Renzi

Mi chiedi sorpreso, mio caro, chi sia davvero questo Alfio Marchini che appare e scompare dall’agone politico con l’imprevedibilità di un fiume carsico. Ti confesso che sono sulla tua stessa barca. È un quarto di secolo che anche io lo vedo balzare all’onore delle cronache le più disparate -mondane, economiche, sportive o politiche- per poi svanire finché non riemerge all’improvviso con la pretesa di mettersi al centro della scena nazionale. Che posso dire? Forse è un Fregoli che, in balia dell’umore, vive una continua altalena di ambizioni diverse.

Ora è di nuovo sotto i riflettori. In apparenza, l’obiettivo è chiaro: diventare sindaco di Roma, la sua città, scalzando in anticipo Ignazio Marino, tanto traballante da essere sull’orlo del collasso. Marchini accarezza da tempo l’idea del Campidoglio. Già nel 2013 era entrato nella lizza, pensando di farsi candidare dal Pd. Dovette invece constatare indispettito che il partito puntava su Marino e si mise così in proprio con due liste civiche. La bellezza di 115 mila romani (9,5 per cento) lo votò. Risultato lusinghiero dal momento che Alfio era spuntato al solito dal nulla, preparando in tutta fretta la campagna. Qui, caro amico, fissiamo un primo punto: il tipo è uno che, se mira a qualcosa, fa sul serio. Oggi, le sue possibilità di vittoria sono centuplicate. Sia perché Marino è una foglia secca e basta un cerino per incenerirlo, sia perché su Marchini potrebbero convergere -capirai più avanti la ragione- destra e sinistra.

Tutto sarebbe lineare se Alfio non ci mettesse del suo a complicare la cose. Infatti, senza dirlo, fa capire che il suo vero obiettivo non è Roma ma l’Italia. Nelle interviste, dà continue bottarelle a Matteo Renzi, anziché prendersela con Marino, l’avversario dichiarato. Se l’intervistatore gli contesta l’incongruenza, Marchini fa il finto tonto e torna a darle al sindaco: «È un furbacchione cinico». Intanto però, lo schizzo di veleno versato sul premier è un messaggio lanciato al Palazzo del seguente tenore: sono pronto a misurarmi con lui. In passato, i «chissene impipa» si sarebbero sprecati. Però di questi tempi in cui nessuno osa affrontare il Fiorentino, trovarne uno che lo brava è una perla rara di cui molti vorrebbero appropriarsi. Tanto che, da fronti opposti, ci fanno un pensierino sia il Berlusca sia Max D’Alema. Così, Marchini è l’uomo del momento.

A questo punto, mio caro, la cosa più saggia è allineare ciò si sa del nostro Alfio, per meglio rispondere alla tua domanda.
Innanzitutto, è ricchissimo e di gran bell’aspetto. Praticamente un sosia di Ronn Moss, il Ridge di Beautiful, dalla larga mascella. Lo era a vent’anni e lo è tuttora che ne ha cinquanta e che insiste a portare la chioma del rubacuori. In realtà, è buon padre di cinque figli. Tre avuti dalla moglie, Allegra, della stirpe dei Ferruzzi per parte di madre (suo zio era Raul Gardini); due dall’attuale compagna, la fascinosa Eleonora Tabacchiera. Per stare ancora ai matrimoni, la sorella di Alfio -Federica- è sposata con Guido Barilla, degli omonimi maccheroni. Questo per dire l’ambiente in cui si muove.

Anche i Marchini hanno un impero imprenditoriale. Sono i «palazzinari rossi», gli storici immobiliaristi romani legati a Palmiro Togliatti. Furono i fratelli Alfio sr e Alvaro a donare al Migliore l’edificio delle Botteghe Oscure che rappresentò per decenni il Cremlino nostrano. Alfio è stato legatissimo al nonno, Alfio sr, da cui ha assimilato il gusto del comando, l’arte di stare al mondo, la vicinanza alla politica con una predilezione per il Pci. I Marchini, noti pure come «calce e martello», avevano tuttavia intrecci anche col Vaticano, indiscussa potenza immobiliare nella Roma del dopoguerra. Mescolando diavolo e acquasanta, Alfio jr fu mandato a scuola dai preti. Prima dai Gesuiti del Massimo, poi dai Fratelli del San Giuseppe De Merode. Divenne pio e tale è sempre rimasto. Ha forti rapporti con l’Opus Dei e, dopo un po’ che lo conosci, ti appioppa puntualmente uno della Prelatura per farne il tuo padre spirituale. Più tardi, si legò anche a Don Giussani che gli chiese di salvare il Sabato, settimanale di Cl. Alfio ci buttò dentro diversi soldi prima di ritirarsi spaventato dalla santa idrovora. Idem gli successe con l’Unità di cui, su richiesta di D’Alema e Valter Veltroni, divenne editore per qualche anno, bruciandoci un mucchio di quattrini. A 23 anni, fresco di laurea in Ingegneria, Alfio prese in mano l’impresa, succedendo a Alfio sr, morto nel frattempo. La cosa curiosa è che, mentre del nonno ha sempre parlato copiosamente, del padre non ha mai fatto parola. Anche l’eredità è passata da nonno a nipote, saltando una generazione.

Poco più che ventenne, Alfio jr era già uomo fatto. Speculava in Borsa, guadagnando a palate. Era molto amico di D’Alema, allora segretario Pds, che lo consultava per le cose finanziarie. Fu grazie a lui, che Max conobbe Enrico Cuccia. Ma il giovanotto era in eccellenti relazioni con tutti i potenti del denaro, da Guido Carli a Lorenzo Necci al Cav. Fu vezzeggiato da due Capi di Stato, Cossiga e Ciampi. Giulio Andreotti lo tenne in palmo di mano. Alfio adorava mediare e unire (fece da paciere tra D’Alema e Veltroni nella lite per la leadership). Aveva -come ha- legami in magistratura. Nella sua vita, pur nutrita di affari, non ha mai patito sgarbi dalle toghe, se si eccettua un rinvio a giudizio (accusa prescritta) per una concessione edilizia irregolare, che è come multare per divieto di sosta un pilota di Formula uno. Per eliminare alla radice rischi tangentopoleschi, Alfio è uscito volontariamente dal giro degli appalti pubblici per essere -ha dichiarato- «fisiologicamente fuori dal mondo delle tangenti». Fu il suo modo di reagire al trauma vissuto nel 1980 quando il suo mitico nonno, invischiato nello scandalo Italcasse, finì in manette (e la zarina Nilde Jotti, allora presidente della Camera, gli mandò un telegramma di solidarietà in gattabuia).

Oggi -con casa a Roma, in Florida e tenuta sul Trasimeno- Alfio vive degli affitti del nutrito patrimonio immobiliare. In parte ereditato ma rimpolpato una ventina d’anni fa con l’acquisto di cinquemila appartamenti nella Napoli governata allora dal ds Antonio Bassolino, ’O Re. Ha abbandonato il polo agonistico, dopo essere stato capitano della Nazionale azzurra di questo sport equestre. Lungo i lustri, ha messo a frutto le amicizie. Nel 1994, Irene Pivetti, Presidente della Camera e ciellina, lo inserì nel cda Rai. Grazie a Necci, patron delle FF.SS, fu ad di Roma Duemila. È socio fondatore di Italiani Europei, il think tank di D’Alema. Gianni Letta garantisce per lui presso il Cav al motto: «Non è un comunista, lo conosco bene».

Come concludere, amico mio? Direi che siamo di fronte a un uomo intraprendente e riservato. Intenso nella vita privata (qualche moglie e cinque figli), abile nell’orditura imprenditorial-finanziaria (i denari gli escono dalle orecchie) e che, con i primi capelli grigi, tenta l’avventura politica. In filigrana, una riedizione di Silvio Berlusconi.

di Giancarlo Perna

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Commenti all'articolo

  • Giovanniv36

    27 Settembre 2015 - 11:11

    Marchini?? VIVA IL CEMENTO. Il suo grande sogno?? murare tutto. Pure le finestre del Colosseo.

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  • Chry

    27 Settembre 2015 - 03:03

    Perna, perché un ricco imprenditore dovrebbe fare il sindaco di Roma?? Perché non puntare invece su un cittadino onesto, che ha lavorato con umiltà invece del sosia di Ridge?? perché non prendi una donna, una spazzina laureata ad esempio, perché far fare il sindaco ad uno che in fondo non gliene frega niente.

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