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Dopo le riforme

Matteo Renzi, verso il rimpasto: un giro di poltrone nel governo e nel Pd

Matteo Renzi

Superato, ieri mattina, il passaggio più delicato, l’articolo 2, la riforma costituzionale, come ha detto il senatore Andrea Marcucci, renziano doc, «è in discesa». Tanto è vero che a Palazzo Chigi si sta valutando di anticipare il voto finale all’8 o al 9 ottobre, così da incardinare le unioni civili prima della fine dell’anno. Si riesca o no, la riforma marcia verso il traguardo di questa tappa. Per questo Matteo Renzi ha deciso di mettere mano, subito dopo il via libera di Palazzo Madama, a due dossier che rimanda da tempo: il rimpasto nel governo e nel partito.

Dopo lunghe riflessioni ha deciso per un ritocco minimale nell’esecutivo. Toccherà solo le caselle rimaste scoperte. Aveva valutato anche l’ipotesi di un cambiamento più corposo, sostituendo ministri in carica. Non è un mistero, per dire, che non sia entusiasta del lavoro fatto da Stefania Giannini. E non è l’unica donna-ministro di cui non è soddisfatto. Ma per evitare fibrillazioni nella maggioranza e anche un passaggio al Quirinale, che con un rimpasto robusto sarebbe stato necessario, ha deciso per una versione light.

Le caselle toccate dovrebbero essere solo tre. Quella di viceministro degli Esteri, lasciata libera da Lapo Pistelli, dovrebbe essere coperta da Enzo Amendola, attuale capogruppo del Pd in commissione Esteri alla Camera e componente della segreteria, dove è responsabile Esteri. Soprattutto, esponente di quella parte della minoranza che ha rotto con Pier Luigi Bersani e i duri della sinistra. Il ministero per le Autonomie Regionali, invece, si sa che andrà a Ncd, ma non è ancora certo il nome. C’è un derby tra le senatrici Laura Bianconi e Federica Chiavaroli (Palazzo Chigi ha una preferenza per quest’ultima). Ma il fatto che siedano entrambe al Senato, dove i numeri sono risicati e perciò è necessaria la presenza costante, ha rimesso in gioco anche Dorina Bianchi, sempre di Ncd, che invece è deputato. Per il ruolo di viceminsitro dello Sviluppo Economico, poltrona lasciata vacante da Claudio De Vincenti quando è passato a Palazzo Chigi come sottosegretario, il nome più accreditato resta quello dell’ex governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani. Renzi lo stima molto. In questi anni è stato, di fatto, il suo principale pontiere con la parte ex Pci del partito. Ed è un legame che il premier ha a cuore, convinto che, come dice un suo fedelissimo, «Errani, più di Bersani, ha le chiavi di quel che resta della Ditta». Di sicuro ce le ha in Emilia Romagna. E poi l’ex governatore è ancora molto ascoltato nel mondo delle Cooperative. Renzi valuta persino di portaselo a Palazzo Chigi come sottosegretario, dandogli le deleghe sui Fondi Europei. Tempo fa sembrava che l’ipotesi fosse sfumata. Ma da alcuni giorni il nome di Errani è tornato in pista. Forse anche per la tregua dentro il Pd.

Poi c’è il partito. Capitolo che va affrontato con urgenza. Nei territori, infatti, si moltiplicano gli sbandamenti. Ormai sono più i commissariamenti che le gestioni ordinarie. E in primavera c’è un turno importante di elezioni amministrative. Per questo Renzi da tempo sta cercando un uomo da mettere all’organizzazione, al posto di Lorenzo Guerini, e agli Enti Locali, ora in mano a Valentina Paris, dei Giovani Turchi. Per il primo, starebbe pensando a Ernesto Carbone, che è stato mandato come commissario a Messina, anche per vedere come si muove. Agli Enti Locali, invece, vorrebbe Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna. In ogni caso vuole chiudere entrambi i rimpasti nelle prossime settimane, quando il Senato avrà finito con il ddl Boschi.

Su quest’ultimo, non dovrebbero esserci sorprese. È vero che la maggioranza con cui ieri è stato approvato l’articolo 2 non è tra le più consistenti: 160 sì contro 86 no. Ma è quasi sopra la maggioranza assoluta, che sarebbe 161. Così come è stato approvato con un largo scarto, 76 voti, l’emendamento Finocchiaro (169 sì, 69 no) che definisce l’elettività dei senatori. Resta lo scoglio dell’articolo 10, su cui pende una valanga di emendamenti. Ma il più sembra fatto. Tanto che si punta incardinare le unioni civili prima della legge di stabilità. Renzi pare abbia dato il via libera definitivo al testo Cirinnà, compresa la “step-child adoption”, dopo che Luca Lotti ha avuto rassicurazioni dalla Cei che il compromesso può andare. L’importante, per le gerarchie, era mantenere la distinzione giuridica tra il matrimonio e l’istituto regolato dalla nuova legge.

di Elisa Calessi

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Commenti all'articolo

  • arwen

    06 Ottobre 2015 - 15:03

    Domanda, come si chiama quella forma di governo in cui comanda uno solo su tutti? Cari amici di sx che plaudite il vostro beniamino riformatore o che, pur avendolo in antipatia lo votate per una fraintesa fedeltà all'ideale e al partito, svegliatevi. A questo di idee e di ideali non frega una cippa, a lui interessa il potere e per mantenerlo farà di tutto e scenderà ad ogni compromesso.

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