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Renzi ha paura: i gufi gli volano in casa

Renzi ha paura: i gufi gli volano in casa

Fin tanto che se ne stanno a svolazzare nelle consuete riserve - siano esse la sinistra del partito, il sindacato, la burocrazia - i gufi rimangono un fenomeno fastidioso quanto si vuole ma tutto sommato normale. Il guaio è quando ti accorgi che i malauguranti pennuti hanno traslocato la voliera nel bel mezzo del tinello di casa tua.  È quanto sta accadendo a Matteo Renzi, che da qualche tempo si trova a dover fare i conti con l’inconcepibile spettacolo della malapianta della dissidenza che attecchisce nel sancta sanctorum del suo potere: il celebre giglio magico. Nemmeno due anni nella stanza dei bottoni, ed il logoramento del bastione supremo è già realtà.


L’emergenza più vistosa è quella che prende corpo al centro, dove considerazioni di carattere e territoriale (vedi alla voce dissapori con l’elemento autoctono toscano) prima che squisitamente politico stanno dando momento ad una interessante operazione di rassemblement: quello che va prendendo forma è un embrione di correntone ex popolare che in nome dell’ostilità al progetto di partito della nazione è pronto a muovere la guerra dall’interno. Campione di questo aggregato in divenire è il già braccissimo destrissimo di Renzi, Graziano Delrio, progressivamente caduto in disgrazia a seguito del deteriorarsi (eufemismo) dei rapporti col plenipotenziario renziano Luca Lotti, intorno a cui si va raccogliendo un’area di ex pasdaran col momento d’oro alle spalle ( tra i nomi che girano ci sono quelli, pesantucci, di Matteo Richetti, Lorenzo Guerini, Angelo Rughetti ).


Altro segnale di allarme fresco di giornata è quello che viene da Dario Franceschini, insorto plasticamente contro il premier sulla questione del tetto al contante: «Non mi piace e l’ho detto in consiglio dei ministri: è stata una vittoria di Alfano», lancia l’anatema. La diserzione del ministro dei Beni culturali ha fatto suonare l’allarme ai piani alti del partito: caratteristica saliente di Franceschini, infatti, è quella di fiutare in clamoroso anticipo dove va il vento («Maggioranza è dove c’è Franceschini», recitava l’adagio già ai tempi della Dc), e come al tempo la sua repentina ricollocazione in area Renzi era stata salutata dagli osservatori come la dimostrazione scientifica dell’ineluttabilità del sopravvento del renzismo, così la sua fulminea presa di distanza fa presagire scenari foschi per la leadership del premier-segretario. 

Non bastassero i sommovimenti più prettamente politici, ci sono da registrare oscillazioni anche in altre zone. A partire dagli apparati dello Stato, dove l’elenco delle figure apicali prima nominate da Renzi in un empito di fiducia e poi finite nel proverbiale cono d’ombra inizia a farsi lunghino: Rossella Orlandi all’Agenzia delle Entrate, Roberto Perotti alla spending review, Tito Boeri all’Inps, Carlo Cottarelli alla spending review (secondo estratto), Andrea Guerra alla mai meglio chiarita consulenza strategica del premier in tema di economia e sviluppo.


Il problema è che gufate amiche e gufate nemiche si sovrappongono. Accanto alle new entry della dissidenza, infatti, continua l’opera dei ribelli col pedigree: c’è la minoranza del Pd che va alla carica armata di emendamenti tesi a stravolgere tutto lo stravolgibile nella legge di stabilità (che ville e castelli fossero solo l’antipasto era d’altronde acclarato); c’è la solita società civile radical-manettara che a breve consegnerà alla magistratura una mina potenzialmente letale sottoforma di ricorsi contro l’Italicum per incostituzionalità (e se saltano il premio di maggioranza eo il ballottaggio, la legge su cui Renzi basa la propria longevità al potere è bella che da cestinare e riscrivere daccapo); c’è l’immarcescibile Massimo D’Alema che non perde occasione per tirare calci nei garretti all’arcinemico («Quando feci il governo», ha detto ieri l’ex premier presentando il libro di Lamberto Dini, «non mi portai degli amici come se fosse una gita di un week end ma formai un governo di personalità forti. I Cdm erano un esame di Stato: difficilmente potevo permettermi di presentarmi con una cartellina o un fascicolo vuoto, perché mi avrebbero distrutto e crocifisso»).
La situazione è talmente seria che da un po’ di tempo gira persino la più incredibile delle voci, quella secondo cui si sarebbe recentemente registrata della maretta addirittura col ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, che del giglio magico renziano è nominalmente la massima incarnazione. Colpa - si dice - delle posizioni eccessivamente barricadere assunte dalla ministra in tema di unioni civili, che tanti grattacapi non richiesti hanno arrecato al capo con i settori più moderati della maggioranza e del partito. E se la litigiosità è arrivata a lambire piani così alti, per il presidente del consiglio e per quello che resta del suo circolo ristretto c’è davvero poco da stare tranquilli.

Marco Gorra 

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Commenti all'articolo

  • fausta73

    28 Ottobre 2015 - 13:01

    In politica ognuno cerca dio fare le scarpe all'altro, sia dello stesso partito che di un altro. Se fossero interessati al bene dell'italia cercherebbero di dialogare e prendere decisioni. E se sono contrari far cadere il governo. Invece tutti, senza eccezioni, mirano alle poltrone.

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