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L'intervista

Roberto Cota: "Le mutande verdi? Le ho pagate 32mila euro. Ma adesso me le tolgo, e..."

Roberto Cota:

Cota, Cota, Cota… Mi ricordo mutande verdi?
«Non me ne parli, è stata un’umiliazione, figlia di un mondo senza senso. Ma sono positivo, guardo avanti e provo a dire che anche questa cosa mi è servita. Mi ha insegnato cos'è la sofferenza. Ho sofferto come un cane, ed è ancora così».

Le ha ancora?
«Non si metta anche lei a fare del voyeurismo. C’è ancora un processo in corso, ho chiesto io il rito immediato.
Comunque erano pantaloncini, dissero che erano mutande per puro dileggio e il verde e la Lega non c’entrano niente».

È tranquillo?
«In tre anni è stata utilizzata una somma minima per spese legate all’attività politica, anche dei miei collaboratori. Sono il prototipo del politico morigerato e anti-casta, un antesignano dei grillini. Per questo mi rode».

È stata una stupidaggine?
«No, un errore umano, come ha testimoniato chi di dovere al processo. Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini. Io consegnavo gli scontrini al gruppo consiliare ai miei collaboratori chiedendo loro di fare una cernita, quei 40 dollari non sono stati spuntati per sbaglio, senza che io ne sapessi nulla».

Almeno l'ha imparato l'inglese?
«Faccio ancora fatica. Conto su mia figlia Elisabetta, che ha sette anni. Oggi a scuola l'inglese lo insegnano da subito e bene. Lo imparerò da lei».

Le ha mai comprato un vestitino verde Padania, tipo i famosi pantaloncini?
«Come ho già detto questa storia è un’ignobile strumentalizzazione, comunque tengo la mia famiglia ben lontana dalla politica, per preservare me e loro.

Un viaggio fallimentare, a Boston…
«Che mi sono pagato di tasca mia, mentre come fanno molti politici avrei potuto metterlo in conto alla Regione come aggiornamento. Comunque, ho restituito tutti i soldi che mi erano stati dati a titolo di rimborso spese. Anzi, di più: ho dato indietro 32mila euro».

E perché, se non ha fatto nulla di male?
«Per mettere una pietra tombale su tutto e ripartire. Non ho fatto politica per arricchirmi ma perché sono un idealista. Comunque questa storia ha avuto conseguenze ben più pesanti».

In che senso?
«È servita per farmi cadere da presidente della Regione, quello era un finto scandalo, Repubblica lo pompò per spingere il ricorso della Bresso e tornare alle urne avendomi messo preventivamente fuori gioco. Una vicenda emblematica dello scippo di democrazia che ormai si consuma ai danni dell'elettorato italiano».

Possiamo ripercorrerla?
«Ho vinto di 9000 voti ma avevo 150mila preferenze personali in più dei voti di lista. La Bresso ha presentato nove ricorsi. È stato subito accertato che non c'erano brogli, allora la sinistra si appellò all'autenticazione irregolare di alcune firme di una delle 18 liste collegate che mi sostenevano, persone che avevano ottenuto 4-5 preferenze». Assurdo».

Anche la Bresso aveva problemi di firme?
«Certo, ma io avevo vinto e non ho fatto ricorsi; non andavo in giro a cercare firme irregolari, governavo. Invece la sinistra, piena di scheletri nell'armadio, contestava l'autenticità di firme che non potevo controllare. Ma perché Chiamparino? Le sue firme sono addirittura false, ma troveranno il modo di farlo arrivare fino a fine mandato».

Come mai non è riuscito a difendersi?
«È stato un uno-due massacrante, studiato a tavolino. Ero frastornato. Dovevo aspettarmelo, la sinistra non ha mai accettato di perdere una Regione così importante per mano di un leghista. In campagna elettorale mi sputavano per strada, ho subito gravi intimidazioni».

In strada ora la fischiano o le stringono la mano?
«Mi incoraggiano. Avrei tante storie da raccontare, commoventi. La gente semplice è in grado di darti più forza del lacché interessato, che ti abbandona quando non gli servi più. Ho imparato anche questo e non lo scorderò più».

Ma allora sta con Marino, che dice di essere un eletto cacciato da un non eletto?
«La sua posizione non è sbagliata, ma credo che sia un bene per tutti che non governi più Roma».

Renzi si troverebbe meglio con lei che con Chiamparino, viste le polemiche sulla Finanziaria?
«Chiamparino è un grande attore. In pubblico dissente ma fa un gioco funzionale al premier».

A chi dei due dà ragione?
«Facile: a nessuno dei due. Renzi non capisce che i tagli che impone mettono a rischio il diritto delle persone a curarsi. Chiamparino si lamenta, ma non ha mai fatto nulla per migliorare la situazione».

A conti fatti le conveniva restare capogruppo alla Camera…
«Mi conveniva e mi piaceva. Ma Bossi già nel 2000 mi profetizzò che sarei diventato governatore. Comunque, sono stato più bravo come governatore che come capogruppo».

A cosa rinuncerebbe per tornarci?
«La politica è sempre stata la mia vita, questo è innegabile. Però non dipende da me, credo nella Lega e farò quello che mi chiederanno di fare».

Si ritiene vittima di un complotto politca-stampa-magistratura?
«Guardo avanti e ci tengo a non sembrare paranoico ma c'è stata molta pressione su di me. non ho niente contro i giudici, ne ho sposato uno. Anche se non aveva ancora la toga, era la relatrice della mia tesi di laurea».

Come scoccò la scintilla?
«Mi fece un cazziatone e io le mandai una pianta con un biglietto: "All'assistente più simpatica". Ci impiegai sei anni a fidanzarmi».

Cosa fa da quanto non è più governatore?
«Non ho voluto strapuntini né incarichi pagati. Faccio il militante e lavoro per scegliere il mio successore alla segretaria del Piemonte. Mi mantengo facendo l'avvocato penalista, in studio con mio padre e un collega, che ha 80 anni e non molla. Voleva ritirarsi, poi io sono tornato e ha ripreso a mille».

Non un padano doc, i suoi nemici dicono che Cota è un cognome albanese…
«È di San Severo, provincia di Foggia. Vive a Novara da 60 anni e ha sposato una piemontese doc. Del meridionale gli resta poco, è più guardingo e riservato di un novarese di nona generazione. Però non vedo cosa ci sia di male, anzi».

Test di piemontesità: Toro o Juve?
«Io tifo Novara ma fra i due dico Toro».

Perché è contro il potere?
«Perché ce l'ha più dura, e chi è piemontese sa cosa voglio dire».

Come è riuscito a entrare nel cuore di Bossi?
«Quando mi candidai sindaco a Novara ottenni un buon risultato. Poco dopo mi chiamò perché ero avvocato, chiedendomi di occuparmi di alcune querele. E su un foglio bianco mi tracciò tutto l'organigramma futuro del partito. Quando cacciò Comino nel '99, mi fece segretario nazionale del Piemonte. E lo sono ancora, anche se per poco».

Un rapporto esclusivo?
«Un rapporto di fiducia, che si è rinsaldato con la malattia. Dicono che ero del Cerchio Magico, ma non è vero. Prima, mi chiamava nel cuore della notte per spiegarmi cosa dovevo fare: due ore al telefono e la mattina dopo in udienza. Poi mi ritelefonava per dirmi che non avevo capito niente. Ho risolto con un block notes sul comodino e tre caffè prima di andare in tribunale».

La litigata più pesante?
«Nel 2009, io insistevo per un presidente di Provincia leghista, lui mi ignorava. Io non mollavo, inzigavo; alla fine mi disse a brutto muso di non rompere i c…. Aveva fatto un accordo e non voleva dirmelo».

La Lega lo sta trattando male?
«È in Parlamento, è presidente. Certo, ogni tanto le spara anche a Salvini, ma penso che il ruolo di battitore libero gli stia benone».

Ma Bossi ha sbagliato?
«Con la candidatura del figlio di sicuro, l'ha anche ammesso, però allora non ho sentito dirigenti lamentarsi. Per il resto, dobbiamo considerare quello che ha avuto. Ha già fatto un miracolo. Di certo comunque non ha rubato, è disinteressato al denaro».

Bossi era un dittatore ma aveva tanti colonnelli, Salvini non lo è ma ha egemonizzato la Lega.
«Salvini è un grande front man. Ora deve lavorare alla squadra, e lo sta facendo».

Salvini non è sempre elegantissimo, tra felpe e certi gessati…
«E questo che importanza ha? Una persona normale non va dal sarto tutti i giorni».

Che c'azzeccate con la Meloni?
«Quel poco che basta per un accordo elettorale che tenga».

E con Berlusconi come finisce?
«Bene, come sempre. L'intesa è una strada obbligata».

Si parla di Zaia premier...
«È un grande governatore della Lega ma non vedo perché il premier non lo debba fare Salvini, come peraltro dice anche Zaia».

Lei ha più il phisyque du role del forzista, mai pensato al salto?
«Non potrei immaginarmi fuori dala Lega. Sono moderato nella forma ma nel cuore sono una camisa verda. Voto Lega dal 1987, sono il più vecchio della generazione di chi ha sempre votato Lega. Ho iniziato nel sottoscala del bar di Otello, ai tempi di fatto la sezione cittadina della Lega, ci riunivamo in 4-5».

Meglio Maroni o Buonanno?
«Come stile chiunque direbbe che mi è è più vicino Maroni ma Buonanno nella Lega è merito mio. Aveva un suo movimento locale, l'ho corteggiato dieci anni. Gli dicevo: «Guarda che dentro sei un leghista». Quando l'ho convinto ho sollevato mal di pancia interni, perché era troppo bravo. È un sindaco efficiente . E di quelli che non ti accoltellano».

Meglio Renzi o i rottamati?
«Comunista non lo sono mai stato. Però preferisco un comunistone vecchio stampo, che crede fermamente alle sue idee sbagliate piuttosto che questa melassa renziana. Meglio la schiettezza e gli ideali alla falsità e all'opportunismo imperanti. I comunisti mi fanno sorridere, i renziani mi inquietano».

intervista di Pietro Senaldi

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Commenti all'articolo

  • GRISO59

    13 Novembre 2015 - 12:12

    Roberto ritorna che abbiamo bisogno di te.

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