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Uno scandalo italiano

"Fini telefonò a Napolitano. E poi...": la devastante accusa (e le prove)

Amedeo Laboccetta

No, Matteo Renzi non è piovuto dal cielo. Né il Sindaco d’Italia si è assiso a Palazzo Chigi senza un voto grazie alle qualità di “rottamatore”. Sta lì per la sospensione della democrazia in corso in Italia dal 2010, iniziata con la rottura o il tradimento di Fini nei confronti di Berlusconi, che ha determinato la defenestrazione dell’ultimo premier deciso dalla volontà popolare. Poi sono seguiti Monti, Letta e appunto Renzi e il bagno di lacrime e sangue per il Paese. «Amedeo, ma tu credi davvero che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Giorgio Napolitano?». È una delle confidenze fatte allora da Gianfranco Fini ad Amedeo Laboccetta, già deputato del Pdl e a lungo amico e stretto collaboratore. Golpe, così lo chiama Laboccetta senza giri di parole. Ne indica, in base a conoscenze dirette e testimonianze raccolte, quello che ritiene il regista: l’allora presidente della Repubblica Napolitano.

È finalmente pronto e sarà nei prossimi giorni in libreria il libro-dossier di Amedeo Laboccetta atteso da due anni, cioè dalle prime indiscrezioni sulle manovre per eliminare il governo Berlusconi e il ruolo che avrebbe avuto il Colle. “Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro” (15 euro, edizioni Controcorrente, piccola casa editrice: e già questo meriterebbe un pezzo). La forma è l’autobiografia: la nascita fortuita dell’autore (da leggere), l’innamoramento per la politica a Napoli, per il Movimento Sociale e per Giorgio Almirante, l’arrivo in Parlamento... Ma il clou riguarda il colpo di Stato, con virgolette o senza, come preferite: 80 pagine su 154.

Il culmine della vicenda è il 22 aprile 2010, all’auditorium della Conciliazione (potere dei nomi) a Roma, direzione nazionale del Pdl. Ma sì, il famoso «Che fai, mi cacci?» scagliato da Fini da sotto il palco a Silvio. Una sceneggiata. Qualche ora dopo, appartamento di Fini a Montecitorio. Laboccetta lo ha raggiunto per farlo ragionare, ricordargli che se il Msi e lui stesso sono usciti dal recinto dei paria, sono arrivati al governo e alle più alte responsabilità, lo devono a Berlusconi. La replica è tranchant. «Lui fu spietato: “Berlusconi va politicamente eliminato. E Napolitano è della partita... Ma lo vuoi capire che il presidente della Repubblica condivide, sostiene e avalla tutta l’operazione?”». A riprova, Fini chiama il Quirinale e mette in viva voce. E questa è la trascrizione che fa Laboccetta di quanto si dicono, come due vecchi amiconi, «Giorgio» e «Gianfranco». «”Caro Presidente, come avrai visto abbiamo vissuto una giornata campale...”. “Più che campale - rispose Napolitano - direi una giornata storica...”. “Ovviamente, caro Giorgio, continuo ad andare avanti senza tentennamenti”. “Certamente. Fai bene ma fallo sempre con la tua ben nota scaltrezza”». Amedeo Laboccetta annota: «Avevo assistito - in diretta - all’organizzazione di un golpe bianco orchestrato dalla prima e dalla terza carica dello Stato...».

In realtà il progetto è cominciato prima. «Fini lo stava coltivando forse fin dal post-elezioni del 2008» è la convinzione di Laboccetta: «Della sua ambizione e della sua personalissima sfida contro il Cavaliere, ha approfittato Giorgio Napolitano che ha saputo blandirlo e utilizzarlo per liberarsi dell’ingombrante presenza di Berlusconi, salvo poi abbandonarlo al suo destino a missione fallita».

Negli incontri - inutili - per ricucire lo strappo, Berlusconi si sente chiedere da Fini la testa di Vittorio Feltri, direttore del Giornale, per la faccenda dell’appartamento di Montecarlo, e dei tre ex colonnelli di An Larussa, Matteoli e Gasparri. «Ma sono amici tuoi...» gli obietta Silvio. «La risposta fu raggelante: “In politica l’amicizia non è un valore. Sbaglia, chi lo crede”».
Per descrivere il delirio d’onnipotenza in cui è scivolato Fini, l’ex deputato racconta l’episodio della «bottiglia d’acqua personalizzata». Una sera lo porta, insieme al clan Tulliani, la moglie Elisabetta e il cognato Giancarlo, al ristorante l’Antica Pesa. «In questo ristorante mi hanno dedicato una bottiglia d’acqua. La imbottigliano per me» gongola. Arriva il cameriere con bottiglia ed etichetta dedicata al «Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini». Solo a fine serata Amedeo Laboccetta gli rivela: «”Guarda che in cucina c’è una bottiglia dedicata al sindaco Gianni Alemanno. È un’usanza del ristorante per i clienti più in vista”. Fini rimase impassibile e sbiancò».

Futuro e libertà, il partitino dei finiani, si squaglia di lì a poco. A dicembre 2010 Fini c’est fini, finito. Ma non sono certo finite le manovre per destabilizzare il governo, nel totale silenzio di Napolitano. Su personaggi come Italo Bocchino, il battistrada delle mire di Fini, le parole del libro non sono edificanti. Ma qui parliamo dei protagonisti. E uno dei protagonisti è il superministro dell’economia, Giulio Tremonti. Fallito Fini, crede di essere lui il “piano B” per sostituire il Cav a Palazzo Chigi. L’Italia è ormai nella morsa di un indice finora sconosciuto, lo spread, e dei giochi internazionali per completare la rapina del Paese. A fine ottobre 2011 Tremonti fa saltare il decreto-legge “Sviluppo” (con le misure d’emergenza pretese dai partner europei e dai mercati). Così qualche giorno dopo, al G20 di Cannes, Berlusconi si trova a proporre aria fritta. È la fine anche per Tremonti, che aspetta invano la chiamata di Napolitano.

Perché è scattato il “piano C” che incarna il primo premier mai eletto nel professor Mario Monti, con il quale i contatti erano avviati dall’estate. Mi fermo qui.

Non posso fare a meno di pensare agli italiani che si sono uccisi stritolati da debiti e tasse, ai milioni di famiglie italiane scivolate in questi cinque anni nell’indigenza e molte di esse sotto la soglia della sopravvivenza. E faccio due domande. Nel libro di Laboccetta ci sono elementi per avviare una sorta di impeachment a posteriori di un attuale presidente onorario della Repubblica? Perché in un libro così, oltre alla prefazione ottima di Marcello Veneziani, non c’è la prefazione di Silvio Berlusconi?

di Pier Angelo Maurizio

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Commenti all'articolo

  • vincentvalentster

    09 Febbraio 2016 - 16:04

    Fini è stato ( politicamente ) nei confronti di Berlusconi, un traditore, perché è nella sua natura di politico; tanto è vero che, a detta quanto sembra di Laboccetta, avrebbe a suo tempo detto che " in politica l'amicizia non esiste ". Oramai è abbandonato da tutti quegli ex elettori che più lo apprezzavano e, dopo il voltafaccia sottotraccia a Berlusconi, sono rimasti irrevocabilmente delusi

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  • AnMil

    09 Febbraio 2016 - 15:03

    Naturalmente l'articolista ritiene oro colato tutto quello che Amedeo Laboccetta scrive. Personalmente avrei qualche dubbio ed attenderei almeno qualche conferma tale da avvalorare quanto raccontato.

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  • Corbaccio

    15 Gennaio 2016 - 08:08

    Ancora con 'ste marchette e un branco di idioti che ancora ci crede ! Forse apriranno gli occhi quando il loro idolo con la moquette in testa affosserà definitivamente la Destra in Italia !

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  • lorenzodelmonte

    lorenzodelmonte

    14 Dicembre 2015 - 22:10

    I comunisti fanno d'avvero schifo e gente che non vale un cazzo

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