Cerca

I nostri soldi

Segnatevi questa data: dodici marzo Ci sarà un'altra tassa per chi lavora

Non è mai stato così difficile e pure costoso dare le dimissioni. Alla voce «semplificazioni» il ministero del Lavoro ha compilato un decreto, uno dei tanti in attuazione del Jobs Act renziano, che introduce un meccanismo diabolico in base al quale non è più sufficiente consegnare la lettera di dimissione al proprio datore di lavoro. Il divorzio, anche se consensuale, dev' essere convalidato con una procedura telematica. Diversamente le dimissioni non sono valide. Paradossalmente non avrebbero validità neppure se venissero autenticate da un notaio che certificasse sia il contenuto sia l' autenticità della firma apposta in calce. Accertando l' identità del «licenziando».


Dal 12 marzo prossimo, in virtù di un decreto ministeriale a firma di Giuliano Poletti e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l' 11 gennaio 2016 chi volesse dimettersi è obbligato a seguire una procedura diabolica. Innanzitutto deve registrarsi sul portale internet Cliclavoro.gov.it compilando un modello predisposto per le dimissioni.  Per farlo, tuttavia, dev' essere in possesso del Pin (numero di identificazione personale) che attesta la sua posizione presso l' Inps. Qualora non conosca il Pin deve registrarsi sul portale Inps.it e farne richiesta. Il codice gli verrà recapitato al domicilio di casa in busta chiusa, presumibilmente entro una settimana.


Se il plico non dovesse arrivare può sempre recarsi a uno sportello dell' Inps e richiederne l' emissione. A quel punto, col Pin in evidenza, l' aspirante dimissionario può finalmente compilare il modulo, che è suddiviso in 5 sezioni, seguendo parro per passo le indicazioni del portale. La procedura telematica si conclude con l' invio al proprio datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente del modulo compilato in ogni sua parte. La spedizione avviene attraverso un messaggio di Posta elettronica certificata (Pec in sigla) che partirà automaticamente una volta completata la procedura. La Direzione provinciale del lavoro ne riceverà notifica nel proprio «cruscotto digitale», mentre l' azienda la riceverà sulla propria casella Pec. Sempre che ce l' abbia. L' unica prova tangibile in possesso del lavoratore sull' avvenuta procedura di dimissioni telematiche è un documento in formato Smv che può salvare sul proprio computer.


Qualora il dipendente incontri difficoltà nel completare le dimissioni telematiche o addirittura non abbia accesso a internet (evenienza tuttaltro che improbabile), può sempre rivolgersi a un intermediario abilitato, nella fattispecie Caf, patronati e sindacati, mentre è escluso che si possa far aiutare dal datore di lavoro o da un commercialista. Il meccanismo diabolico, è stato concepito infatti per contrastare il fenomeno delle dimissioni «in bianco». Un foglio bianco che purtroppo alcune aziende fanno firmare ai neoassunti, riservandosi poi di compilarlo in vece loro scivendovi appunto le dimissioni. 


Intento lodevole, risultato disastroso. A parte la complessità della procedura, capace di mettere in crisi chiunque non abbia dimestichezza con la burocrazia online, il decreto ministeriale crea un mostro giuridico: per avere effetto la classica lettera di dimissione consegnata a mano al datore di lavoro dev' essere convalidata telematicamente. In caso contrario il dimissionario riusulterebbe ancora in forza all' azienda presso la quale ha prestato fino a quel momento la propria opera.
L' imprenditore che non dovesse ricevere il messaggio di Posta elettronica certificata non ha altro modo per formalizzare l' uscita del dipendente che contestargli l' assenza ingiustificata ed eventualmente avviare un licenziamento per giusta causa. In caso contrario il «presunto dimissionario» potrebbe tornare sulle proprie decisioni in qualunque momento. E trientrare in azienda chiedendo di riprendere il posto abbandonato.


Ma le sorprese amare delle dimissioni telematiche non finiscono qui. Qualora la separazione finisse male e dovesse partire il licenziamento per giusta causa il datore di lavoro sarebbe tenuto a versare il contributo Naspi che può arrivare a 1.500 euro. E il «dimissionando licenziato» avrebbe diritto a percepire a sua volta la nuova indennità di disoccupazione per 24 mesi. Soltanto in Lombardia si registrano ogni anno da 58mila a 60mila dimissioni. Se soltanto il 5% di queste si trasformasse in licenziamento, con una media di indennità Naspi di 1000 euro al mese per 24 mesi, i 3mila «dimissionandi licenziati» peserebbero sull' Inps - ripetiamo: nella sola Lombardia - per 72 milioni di euro, più i contributi figurativi.


Per contro i dipendenti che decidessero di convalidare telematicamente le dimissioni ricorrendo però a un intermediario abilitato, lo dovrebbero poi pagare. Sostenendo così una specie di tassa sulla separazione consensuale dall' azienda. Vale la pena di chiarire che né i datori di lavoro né le loro associazioni di categoria sono abilitati a svolgere la procedura online. La convalida, infatti, deve avvenire al di fuori dei consueti canali seguiti nei rapporti di lavoro. «Troviamo questa procedura assurda, dannosa e inutile», spiega a Libero Marco Accornero, segretario generale dell' Unione artigiani della provincia di Milano che per prima ha lanciato l' allarme, «poiché il fenomeno delle dimissioni in bianco è numericamente modesto e circoscritto e trovava già un efficace contrasto nelle nuove norme introdotte dalla riforma Fornero . Che prevedevano la conferma delle dimissioni. Siccome non ci risulta», conclude Accornero, «che tale procedura si sia dimostrata inadeguata a contrastare le dimissioni in bianco ne chiediamo il ripristino».  In assenza di riscontri negativi al riguardo, in effetti, diventa difficile giustificare l' enorme complicazione burocratica introdotta con la procedura telematica, le perdite di tempo che porta con sé ma, soprattutto, i costi che riesce a generare sia per le imprese sia per i dipendenti. Perché ancora una volta c' è la dimostrazione che la burocrazia è cieca. E danneggia tutti indistintamente.

Attilio Barbieri

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • VOLPE70

    24 Febbraio 2016 - 10:10

    La procedura è molto arzigogolata e certamente se ne sarebbe potuta pensare una migliore in considerazione che in Italia non esiste a nessun livello la generalizzazione di una cultura informatica. Inoltre gli unici soggetti esterni a mio avviso titolati per recepire la procedura da coloro sprovvisti di pin o incapaci di usare un pc, sono i centri per l'impiego. Delegare caf e patronato e l'ennesimo riconoscimento a queste categorie di finanziamenti statali. Condivido che siano esclusi i datori e i commercialisti/consulenti del lavoro (sono una Consulente del lavoro) in quanto la norma oltre ad essere arzigogolata diventerebbe anche una vera presa in giro. Si sa che il commercialista su richiesta del datore trasmetterebbe le dimissioni, eludendo cosi di fatto le ragioni a base della norma. Di contro non credo che le 60 mila dimissioni che ogni anno si registrano in Lombardia diventino licenziamenti, se sono dimissioni genuini. Da datore di lavoro non licenzierei mai un dipendente che per sua volontà intenda recedere dal rapporto di lavoro. Se non riesce nei tempi stabiliti a causa della procedura lo metterò assente ma se veramente ha deciso di dimettersi, magari più tardi rispetto ai tempi da lui voluti, riuscirà a comunicare ufficialmente le sue dimissioni. Altrimenti significa che il fenomeno delle dimissioni in bianco è tutt'altro che esiguo e fanno bene le istituzioni a trovare delle modalità per contrastarlo.

    Report

    Rispondi

  • garlev

    24 Febbraio 2016 - 10:10

    in italia la burocrazia è quella che è, invece di limitarla la si aumenta, poi consideriamo la disoccupazione che aumenterà in virtu del fatto che appena finiranno i 3 anni di agevolazioni, i licenziamenti cadranno a pioggia visto che il job act lo permette, e con sta crisi che c'è, quante persone daranno volontariamente le dimissioni?.. credo che ci sarà nascosta la fregatura per i soliti noti

    Report

    Rispondi

  • torrido

    24 Febbraio 2016 - 09:09

    Il Poletti si e dimenticato dei dipendenti che ricevono assegno della mensilità e devono ritornare il contante di 200/300 al datore altrimenti perdita del posto oppure delle donne disoccupate in maternità che vengono assunte,e con lo stipendio mensile fifti fifti con l'azieda,mentre stanno a casa.

    Report

    Rispondi

  • gianni modena

    24 Febbraio 2016 - 08:08

    un governo di pazzi , non si spiega altrimenti , ci sono troppi imbecilli al governo , mi chiedo perche' debbano far ridere tutto il mondo epiangere gli italiani . sono dei sadici .

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

blog