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Salvini e Renzi? La stessa "truffa". Pansa feroce: perché punta il dito

Capodanno amaro per Renzi. Sondaggio: così esplode Salvini

Vogliamo dirlo fuori dai denti? Le primarie che mandano tanto in orgasmo le sinistre italiane sono una truffa e andrebbero abolite per sempre. Le schifezze emerse a Napoli e a Roma, insieme a quelle che scopriremo in altre grandi città, dimostrano una verità: non serve a nulla chiamare alle urne e ai gazebo un po’ di vecchi elettori che credono ancora di poter contare nel bordello furibondo della politica italiana. E tutti dovremmo renderci conto che la scelta di chi deve accollarsi problemi giganteschi nei comuni e nelle regioni va lasciata soltanto ai gruppi dirigenti dei partiti. È una responsabilità esclusiva, il motivo per cui esistono. Se sbagliano, non potranno attribuirne la colpa a nessun altro.

Purtroppo le sinistre hanno dimenticato di aver scelto il loro primo capo del governo, Romano Prodi, non con la farsa delle primarie. Bensì con una decisione nata all’interno di un gruppo ristretto di politici determinati a riscattare la sconfitta subita da Achille Occhetto per mano di Silvio Berlusconi. Un anno dopo la batosta, il 2 febbraio 1995 l’ala sinistra del Partito popolare, erede della Dc, si riunì a Montecitorio nell’ufficio del capogruppo, Beniamino Andreatta.

Con lui c’erano Nicola Mancino, numero uno dei senatori, Giovanni Bianchi, presidente del partito, Leopoldo Elia e Sergio Mattarella, oggi capo dello Stato. Mancava il segretario del Ppi, Rocco Buttiglione, che si stava trasferendo sotto le tende del Cavaliere. Fu in quel giorno che emerse il nome di Prodi. Lì per lì il Professore non aprì bocca. Si limitò ad andare al Quirinale da Oscar Luigi Scalfaro. Per fare cosa? «Per parlare del prossimo viaggio in India del presidente». In realtà il Prof voleva informare Scalfaro dell’impegno che si era assunto: guidare il centrosinistra nell’imminente guerra elettorale.

Sul Prof vennero subito scagliate un bel po’ di frecce avvelenate. Fausto Bertinotti, il capo di Rifondazione comunista, dichiarò: «Io preferirei il sindacalista Pierre Carniti. Prodi è tanto moderato!». Altri tipi sinistri ringhiarono indignati: «Ma come? Ci affidiamo di nuovo alla Balena bianca democristiana?».

A storcere la bocca fu anche D’Alema che l’anno prima era diventato segretario del Pds al posto del povero Occhetto: «La candidatura di Prodi è emersa in anticipo, ma sarebbe sbagliato trarne la conclusione che anche la sinistra vorrebbe votare a giugno». Allora intervenne il filosofo Norberto Bobbio: «Non sono d’accordo con D’Alema. Bisogna affrettarsi a votare. Non c’è un minuto da perdere!».

Prodi era gasatissimo. Il lunedì 6 febbraio andò in tivù, al “Fatto” di Enzo Biagi. Disse: «Sono entrato in politica perché c’era cattiveria e tensione. Vedo la necessità di rappresentare buoni sentimenti». La stessa sera spiegò ai cronisti che lo assediavano: «Sarà una competizione dolce».

Me lo ricordo bene il Prof di quei giorni. Aveva 56 anni, folti capelli neri, volto pacioso, stile bonario, ma capace di infilzarti con una battuta al vetriolo. Il fisico asciutto da ciclista, tenace, a volte collerico, non manovrato da nessuno: preti, poteri forti, lobby editoriali, partiti invisibili.

Il 9 marzo, Prodi ammise: «Ho bisogno di tempo. Meglio se passa l’estate. Ho appena cominciato con gli italiani un discorso di convincimento». Il giorno successivo, a Roma in un cinema del centro, la Sala Umberto, il Prof incontrò per la prima volta i vertici progressisti. C’ero anch’io, dovevo scrivere un articolo per l’Espresso.

La sala era strapiena. Dal pubblico si alzò il vecchio Vittorio Foa e diede un consiglio d’oro al Professore: «Resta fuori e al di sopra delle appartenenze di partito. Soltanto in questo modo puoi parlare ai cittadini. La linea delle vecchie sigle, politicamente esauste, è rovinosa».

Quindi comparve D’Alema, segretario del Pds. Senza salire sul palco e cercando di tenere a freno l’abituale arroganza, si rivolse al Prof: «Lei è il leader e noi le conferiamo la nostra forza. È fatta di un terzo dei voti italiani. E di 770 mila donne e uomini iscritti alla Quercia». Prodi accettò, dichiarandosi «commosso». E si finse sorpreso: «Credevo di essere venuto qui per un dibattito. Invece mi trovo di fronte a un’investitura». Sornione, il Prof sorrideva. Forse pensava al monito del verde Gianni Mattioli: «Professore, non dia per scontato il consenso ambientalista». Qualche giorno dopo, l’incauto Gianfranco Fini commentò sprezzante: «D’Alema ha messo sul trono il suo vassallo». Prodi gli replicò: «No, D’Alema ha incoronato un imperatore».

Il lunedì successivo, 13 marzo 1995, il Prof cominciò da Tricase, provincia di Lecce, un viaggio in Italia sul pullman dell’Ulivo. Il centrodestra lo sbeffeggiava, gli alleati lo osservano scettici o ironici. Il 1° aprile, Prodi raccontò sull’Unità quanto stava vedendo: «La gente è stufa, emerge una fortissima e quasi esasperata domanda di rinnovamento della classe dirigente, pretende volti nuovi e giovani».

I notabili del Pds si incavolarono: «Bisogna far sapere a Prodi che queste sortite non ci piacciono». Giorgio Napolitano alzò le spalle: «Non credo che quella dei volti nuovi sia la questione fondamentale». Ne nacque un vespaio noioso. Poi partì il primo siluro al Prof: la richiesta di elezioni primarie.

All’inizio di aprile, Walter Veltroni, da collaudato pasticcione, proclamò: «Vorrei che quella di Prodi fosse l’ultima leadership nata e decisa così. La prossima volta bisognerà consultare gli elettori».
Allora nessuno si rese conto che Walter il Perdente Giulivo si augurava l’arrivo di una peste bubbonica che avrebbe mandato a ramengo l’ultima credibilità della politica. Confesso che neppure io me ne accorsi. La trovata del ragazzone mi sembrava l’unica strada rimasta per fermare la deriva suicida della Casta dei partiti. Grazie al cielo, non se ne fece nulla. Ma Prodi fu costretto a passare attraverso le forche caudine dell’armata ulivista.

Tra la primavera e l’estate del 1995, il Prof continuò a fare la vita del cane in chiesa, preso a calci anche dai suoi. Però non perse l’ottimismo, la pazienza e il buonumore. Alla fine di giugno, fu capace di uscire vivo dal primo confronto sul programma dell’Ulivo. Dodici gruppi politici. Ore e ore di dibattito. Quarantatré interventi gonfi di lamentele, veti, protagonismi feroci, scoppi di rabbia. Da cronista vidi un manicomio di impotenti che si comportavano come altrettanti Premi Nobel.

Un esempio per tutti? Nell’ottobre 1995, Ciriaco De Mita, bello come il sole, se ne uscì con la seguente pensata: «Gli enologi mi hanno spiegato che era meglio la vite della pianta secolare scelta da Prodi come simbolo del centrosinistra. La vite ha tanta vitalità, mentre l’ulivo…».

Il 21 aprile 1996, l’Ulivo vinse le elezioni politiche e il Prof entrò a Palazzo Chigi. Formò il suo primo governo, poi cadde. Dieci anni dopo, nell’aprile 2006, ne formò un altro, destinato a durare poco, sino al gennaio 2008. I partiti di centrosinistra l’avevano costretto a varare un esecutivo super obeso. Un premier, due vicepremier, 23 ministri, 10 vice ministri, 66 sotto segretari. E un programma di trecento pagine.

Adesso siamo alla comica finale. Evviva, ci sono le primarie! Tirate fuori gli spiccioli. E andate davanti ai seggi. Qualche elettore da foraggiare lo troverete.

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • cedrak

    20 Marzo 2016 - 19:07

    Qualche cosa bisognerà ben fare per il Sig. Pansa. Se non volete rinchiuderlo, almeno curatelo.

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  • buonavolonta

    14 Marzo 2016 - 10:10

    quando leggo Panza rimango silenzioso e penso ..non molti giornalisti hanno la facoltà e la chiarezza di questo signore..

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  • er sola

    14 Marzo 2016 - 09:09

    Le primarie italiane sono una buffonata. Sono i cittadini nell'urna elettorale che scelgono il candidato. Non stiamo a perdere tempo con le cazzate.

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