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L'ex amico

Matteo Richetti intervistato da Pietro Senaldi: "Renzi attento, i veri guai arriveranno dal Pd"

Matteo Richetti intervistato da Pietro Senaldi: "Renzi attento, i veri guai arriveranno dal Pd"

«È stata un'amicizia intensa ma non incontro Matteo in privato da un anno e mezzo, e va bene cosi. Quando ci incrociamo in Parlamento o agli appuntamenti del Pd, è sempre affettuoso ma la relazione privata con lui non esiste più, e se per caso mi arriva qualche emissario, neppure lo ascolto». 
Parliamo di un amore tradito? 
«No, le difficoltà che io ho nel rapporto con Renzi dipendono da me e dal mio modo di vivere la politica. Io sposo le idee e non le persone e sono disorientato nel vedere lo spirito della Leopolda appannarsi nella gestione del potere. C'erano una tensione al cambiamento e un'apertura alle intelligenze più diverse che si sono perse. Ma io ormai sono un peone e posso permettermi di essere radicale, Matteo deve coniugare molti interessi ed è costretto a fare dei passi indietro». 
Nulla di personale quindi?  
«Ho attraversato un periodo di sofferenza e amarezza, una vera crisi personale, quando sono stato indagato per le note spesa in Regione. Quel processo, che dopo due anni si è concluso con tre minuti d'udienza e la richiesta d'assoluzione da parte del pm, è stato dilaniante anche per la mia famiglia. Mi sarei aspettato da Matteo almeno un sms». 
Risale ad allora il primo screzio? 
«Nessuno screzio. Matteo quando non è d'accordo su una cosa non te lo manda a dire. Quando ho pensato di candidarmi alla presidenza della Regione Emilia Romagna mi disse chiaramente che non condivideva la scelta. Io ero convinto che fosse il modo più coerente di proseguire il cambiamento iniziato a livello nazionale. Poi d'improvviso, sia io che Bonaccini ci ritroviamo indagati. Lui viene archiviato in due settimane, io in due anni nel modo che le ho detto, e sono costretto a rinunciare alla candidatura». 
Ci fu un complotto? 
«Non mi strapperà un titolo sul killeraggio delle procure o di chi altri. Io la magistratura la rispetto sul serio, non a parole. Certo, in Campania alle elezioni successive candidammo De Luca, scelta bizzarra come amministratore del Pd della stagione dei rottamatori. Chiamiamola realpolitik. Comunque, quando si tratta di giustizia anche voi giornalisti dovreste andarci piano: avviso di garanzia e assoluzione non vengono trattate esattamente alla stessa maniera e in questo modo si crea un clima irrespirabile per chi si impegna in politica». 
Beh, tanto adesso Renzi asfalterà anche tutti noi, non è così? 
«Non mi sembra ne abbia ulteriore bisogno. Se pensa che solo tre anni fa l'Unità gli dava del berluschino e del fascistoide, adesso non va nemmeno cosi male». 

Tre ore e mezzo in treno con il Matteo rimasto allo spirito della Leopolda, Richetti, tre figli fatti a vent'anni, classe 1974, spigliato, telegenico, idee chiare, figlio del Partito Popolare e della Margherita. A parte l'esperienza mistica in seminario («40 giorni, i più decisivi della mia vita, quelli in cui ho conosciuto nel profondo me stesso») e la parrocchia al posto degli scout, praticamente un alter ego. Ma dal volto umano. Carrozza deserta, Toscana e Emilia che sfilano al finestrino, sembra di essere dentro un film. «Per due anni ho preso questo treno tante volte per andare a Palazzo Vecchio, a Firenze, a preparare la discesa in campo. A quei tempi Matteo andava in televisione a dire che ero io il vero rottamatore, perché avevo rinunciato all’auto blu e avevo tolto il vitalizio ai consiglieri regionali. Sembra una vita fa ma tutto è iniziato solo il 7 gennaio 2011 a Reggio Emilia, alla Festa del Tricolore. Renzi era sindaco di Firenze, si avvicina e mi dice: “Fai una figata, abolisci i vitalizi”. E io: “già fatto”. Il sogno di cambiare l'Italia è iniziato così».

Chi si è perso a quei patti? 
«Guardi che l'Italia la stiamo cambiando davvero, e da sinistra. Pensi alle riforme del lavoro, abbiamo eliminato cococo e contratti interinali, abbiamo fatto le unioni civili, abbiamo perfino cambiato la Costituzione». 
Si scommette che il referendum sarà la tomba del governo Renzi... 
«Lo dice chi non ha mai visto Renzi in campagna elettorale. Io credo che il referendum sarà la sua consacrazione come leader assoluto». 
Che effetto fa avere contro le migliori menti giuridiche del Paese e tutti gli altri partiti? 
«Mi dice che la riforma non è perfetta? Poco importa. Non guardo al blasone di chi ci muove critiche ma alle loro argomentazioni, che mi sembrano francamente insufficienti: cercando la perfezione si sono schiantati D'Alema, Berlusconi, Maccanico, De Mita. Tagliamo i costi, eliminiamo il doppio passaggio per l'approvazione delle leggi, tanto basta».  
Ma la riforma non è condivisa, e il Senato resta… 
«Eliminarlo non era possibile: meglio il minimal del nulla. Quanto alla condivisione, il centrodestra l’ha votata, poi sono stati presentati otto milioni di emendamenti. Nel '47, per tutta la Costituzione, sono stati 2000...».  
Cosa può fermare allora Renzi? 
«A oggi solo Renzi può fermare Renzi. Il suo problema è il Pd e la sua fortuna è che fuori dal Pd c’è il deserto dei tartari. Se dall'altra parte nascesse un nuovo Renzi, l'Italia tornerebbe al centrodestra per altri vent'anni. Lo si avverte nell'aria, bisogna stare attenti. In questi tempi si consuma tutto alla velocità della luce, la politica è un McDonald che divora ogni cosa e perfino Renzi è a rischio consunzione». 
C’è chi dice che Renzi sia il figlio politico di Berlusconi... 
«Nulla di più falso. Berlusconi si è affermato vendendo una promessa liberale, di semplificazione e tassazione, che non è riuscito a realizzare. Renzi si afferma con la forza del risultato. Intuisce quello che la gente vuole e lo realizza senza fronzoli». 
Violante sostiene che è impossibile essere al tempo stesso premier e segretario, perché inevitabilmente si trascura il partito… 
«Credo che sarà il tema del prossimo congresso del Pd, che non a caso Renzi ha anticipato. Per parte mia, ritengo giusto che il segretario sia candidato premier, ma va individuato prima un successore in caso di vittoria». 
In direzione il segretario ha sempre maggioranze bulgare, perché dice che ha il problema del Pd? 
«Perché il Pd sui territori ha perso tensione, partecipazione e pure iscritti. Chi ha contrastato Renzi si sente usurpato, chi l’ha sostenuto continua a sentirsi estraneo. Il vecchio gruppo dirigente Renzi lo ha subìto, il nuovo ancora non esiste. Occhio poi all’eccesso del centralismo, ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, a volte perfino nei paesi si resta fermi in attesa di capire cosa ne pensa Renzi». 
Mi spieghi come avete conquistato il partito… 
«Solo Renzi poteva farcela. Ha una determinazione che non ho riscontrato mai in nessun altro. E ha un coraggio vero: dice “vedo” prima di guardare le carte. Contro una dirigenza che pensava solo al suo piccolo interesse e con un elettorato sfinito dalle elucubrazioni dalemiane e dalla debolezza di leadership dei partiti dell’Unione, era inevitabile che il popolo della sinistre decidesse di voltare pagina». 
E l'Italia? Come ha fatto Renzi a piegarla a sé in così poco tempo? 
«Il Paese aspettava da tempo un leader che sostituisse agli annunci le decisioni. Si era trasformato il concetto di concertazione nella più inconcludente e opaca delle prassi. Adesso però Matteo deve stare attento nella gestione del potere, che non può essere eccessivamente disinvolta e in solitaria. Spezzare il dialogo può essere letale». 
Perché lei, rottamatore della prima ora, non ha ruoli nel governo? 
«Sinceramente è un problema che non ho. Non ho mai rivendicato l'ora di arrivo. Non rinuncio però a far incavolare il premier ricordandogli come il primo formatore della attuale classe dirigente è stato proprio D’Alema: Orfini, Bonaccini, Martina, Amendola, e la lista è lunga». 
Geniale: non avendo un rapporto precedente con lui né santi in paradiso devono obbedir tacendo… 
«Ma Matteo deve stare attento, i matrimoni d'interesse non durano e lui non può arrivare ovunque. Questo Paese ha bisogno di una riforma fiscale, di far ripartire il mercato, di vincere la battaglia contro la burocrazia e le inefficienze della pubblica amministrazione e di sistemare l'emergenza pensioni. Abbiamo bisogno di persone e capacità che accompagnino il percorso di governo e non vorrei che la necessità di tenere insieme il partito escludesse le competenze più alte».  
Sta dicendo che di lei non si fida?  
«A che serve ascoltare le idee di tutti se poi si privilegia chi non ne ha di proprie? Il premier sa benissimo che da me si può aspettare, sempre, la più incondizionata lealtà. Ma sono convinto che il modo migliore per aiutare Renzi sia non negarsi i problemi, non cedere di un millimetro sull'innovazione politica, dare alla proposta politica anche profondità e visione, non solo velocità. Come sto facendo sulla legge sulla trasparenza dei partiti, che era tra i nostri obiettivi originari».  
La vediamo sempre meno in tv… 
«Vado quando può essere utile, su temi che seguo in prima persona e dove è possibile ragionare oltre che sbraitare. Non sopporto chi dice “vengo” all'invito di un talk senza nemmeno sapere di cosa si parla. Per poi studiarsi in fretta e furia due paginette. Una classe dirigente non si prepara cosi».  
Che ne sarà di lei? 
«Forse non è lontana l'ora della mia uscita di scena. Non ha idea del sollievo ogni volta che torno a casa da mia moglie e dai miei tre figli. A meno che Nostro Signore non mi rifaccia ritrovare lo spirito giusto. Per ora sono grato al destino e al premier di avermi fatto raggiungere un tasso alto di consapevolezza delle regole del gioco». 
Cosa sono quei fogli sul tavolo, accanto al libro su Dossetti? 
«Le bozze del mio libro, “Dodici parole per innamorarsi della politica”, da reputazione a credibilità, a onestà. Ma il titolo è provvisorio. Sarà il mio programma, oppure il mio testamento. Girerò l'Italia presentandolo, racchiude il senso del mio impegno, la politica come servizio».
Ma allora lei è democristiano? 
«In altri tempi mi avrebbero definito forse un cattocomunista ma io non mi ci rivedo. Sono una persona che trova nell'ispirazione cristiana le ragioni del suo impegno sociale e politico. Vengo da una famiglia semplice. Ricordo mio padre quando guardava i telegiornali ai tempi di tangentopoli, non abbiamo mai parlato di politica ma il senso di tradimento gli si leggeva in faccia. E quell’espressione mi ha convinto che la politica dovesse tornare a essere lo strumento potente che è: con una legge fatta bene puoi fare per i bisognosi molto più delle preziose braccia di un volontario».

di Pietro Senaldi
@PSenaldi

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