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Massimo Cacciari a Libero: "Vi spiego come, quando e perché Renzi arriverà al 60%"

Massimo Cacciari a Libero: "Vi spiego come, quando e perché Renzi arriverà al 60%"

Professor Cacciari, i festeggiamenti per i 70 anni della Repubblica sono passati un po' in sordina… «Forse perché non ci sono molti motivi per festeggiare, e fuor di retorica, l' atmosfera pesante la respirano tutti. Comunque, anche questo 2 giugno è stata un' occasione persa: certe ricorrenze andrebbero sfruttate come occasioni per favorire l'approfondimento e la riflessione su dove stiamo andando e non per dar fiato ai tromboni della retorica nazionale, come invece avviene unicamente».

La Repubblica è così in cattivo stato? 
«Tutti gli Stati occidentali godono di pessima salute. È un'ottica miope concentrarsi solo sui nostri guai nazionali. Tutte le democrazie europee sono a rischio, perché non sono più rappresentative dei bisogni, delle idee e degli stati d' animo dei popoli». 
Quali sono i nemici delle democrazie occidentali: l' islam, la Russia, la Cina? 
«Chi pensa questo ragiona con schemi vecchi. I nemici sono lo strapotere dell' economia e della scienza, mondi ingovernabili dalla politica e per loro natura profondamente antidemocratici. La finanza e la scienza muovono denaro e potere e hanno messo in ginocchio gli Stati Nazione a sovranità illimitata, che sono ormai dei ruderi della modernità». 
La salvezza può l' Europa? 
«Questa era la grande idea e la speranza di tutti noi: per governare lo strapotere di economia e scienza servono delle potenze politiche "imperiali". Oggi però è più probabile che l' Europa fallisca piuttosto che mantenga le promesse».  
Cosa impedisce all' Europa di diventare una, forte e compatta? 
«Innanzi tutto l'egoismo dei singoli Stati, che non sono disposti a rinunciare alla loro sovranità nazionale e portano nel consesso europeo unicamente i loro interessi particolari. E poi l'esplosione di due fenomeni imprevedibili, la più grande e lunga crisi economica mondiale degli ultimi sessant'anni e un' ondata migratoria potentissima e incontrollabile». 
Partiamo dall' economia…  
«Bisogna dirsi la verità. Eravamo tutti europeisti, e noi italiani per primi, non per ragioni filosofiche, per slanci emotivi, desiderio di fratellanza o profonde visioni strategiche ma perché confidavamo che l'Europa ci facesse stare meglio, economicamente e come qualità della vita». 
E invece…
«Invece una folle gestione della crisi, unicamente votata al dogma tedesco dell'austerità, ha aggravato la situazione economica e allontanato i cittadini dalle istituzioni, suscitando un diffuso sentimento di sfiducia verso l'Ue e adesso riparare al danno è impresa proibitiva. Anziché irrigidirci e ancorarci al pilastro della stabilità avremmo dovuto fare come Obama, che ha investito in opere pubbliche». 
L'esplodere dei populismi è un fenomeno congiunturale di protesta o rivela un cambiamento strutturale della società europea? 
«È al 90% una risposta di protesta alle inadeguatezze dell'Europa e dei partiti che la sostengono. Ma non è un fenomeno congiunturale, è strutturale, sintomo di un disagio sociale e di una delusione radicati. E non si faccia l'errore di dire che sono fenomeni di destra, così si possono criminalizzare meglio e minimizzare. La protesta viene anche da sinistra, pensiamo a Grillo, Podemos, i verdi che hanno vinto in Austria: tutti con il medesimo denominatore, essere forze anti-sistema». 
Come andrà il referendum del 23 giugno sull' uscita della Gran Bretagna dalla Ue? 
«L'uscita della Gran Bretagna dall'Europa darebbe il via a un processo di disgregazione difficilmente arginabile: immigrazione, difesa dei confini, mancato sviluppo economico, fragilità bancarie, divisione militare. Sono tanti i fattori di entropia in cui versa l'Europa. Solo Draghi sembra avere in testa un progetto unitario, ma è solo e sta già facendo dei miracoli». 
E siamo arrivati all' immigrazione, il secondo grande fattore imprevedibile di disgregazione…
«Qui l'errore è cadere nella demagogia e pretendere di trovare risposte semplici a problemi complessi. Siamo di fronte a un fenomeno che interessa centinaia di milioni di persone e litighiamo sul numero di hot spot da aprire e su quanto sforare dai parametri e riempiamo di denaro uno Stato equivoco come la Turchia per bloccare l'invasione, un po' come provare a svuotare il mare con il cucchiaino». 
L' Italia è sola ad affrontare l' invasione, abbandonata dall' Europa…
«Sì, ma anche l'Europa è abbandonata. L'immigrazione è un fenomeno mondiale e la sua esplosione evidenzia l'inadeguatezza degli organismi internazionali, Onu in testa. Ha ragione il cardinale Scola, che nei suoi "Dialoghi sulla vita buona" aveva già iniziato a ragionare sul problema: serve un piano Marshall planetario ma gli organismi politici mondiali sono fallimentari, funzionano solo quelli economici, il Fondo Monetario e il Wto, e solo in senso ultraliberista e anti-solidale». 
L' integrazione però è difficile, specie con la comunità islamica…
«E ci credo, ma molti guai ce li siamo cercati. Trent'anni fa, ai tempi della prima migrazione islamica in Europa, c'era un altro spirito, c'era la speranza di una Ue mediterranea. Poi sono arrivate le bombe e le guerre». 
Ma l' Occidente in Medio Oriente ha combattuto dei regimi sanguinari, delle teocrazie che violavano i diritti umani più essenziali…
«In Libia ci siamo andati solo per inseguire gli interessi economici della Francia. Le Primavere arabe sono state un tentativo di modernizzazione che l Occidente non ha saputo gestire e alla fine si sono rivelate controproducenti. In Egitto trent'anni fa non c'era una sola donna con il velo, e neppure in Siria. L'Isis è nato sulle ceneri dell' Iraq di Saddam, che era laico. Le guerre hanno rafforzato i meccanismi identitari dell' islam e hanno radicalizzato le sue componenti estremiste». 
Ma ora che il danno è fatto cosa suggerisce? 
«Con la comunità islamica non ci sono solo differenze religiose ma culturali. Molti islamici non hanno intenzione di integrarsi. Ma siccome le leggi della demografia sono scientifiche e dicono che nel giro di una generazione il 20% degli europei saranno islamici, credo che sia indifferibile porsi il problema dell' integrazione». 
E come si fa? 
«Non dobbiamo coltivare la velleità di occidentalizzarli e renderli come noi. L'obiettivo è quello della prossimità, avvicinarli il più possibile al nostro mondo culturale e al nostro sistema di vita. Certo, costa: vanno finanziati programmi culturali, corsi scolastici, iniziative comuni, ma senza investimenti non si hanno risultati». 
Pensa veramente che questo possa accadere? 
«Nella storia nulla è più irrazionale di ritenere che possa accadere qualcosa secondo logica e razionalità. Se i fenomeni non si governano, qualcosa comunque accade. Il mio maestro Severino sostiene che presto o tardi diventeremo tutti identici, prevarrà la globalizzazione e saremo tutti parte di un'unica marmellata planetaria. Per conto mio, credo che se si lascia tutto al caso non si sa dove si finisce e non è detto che l'epilogo sia positivo». 
Guardiamo all'Italia: ha ragione chi grida al pericolo di un regime? 
«Lo ritengo assurdo: i regimi ormai sono irrealizzabili, proprio perché lo Stato Nazione del Novecento che li ha favoriti non esiste più. E poi Renzi non ha la stoffa per creare un regime». 
Però il renzismo è molto ostinato nell'occupazione del potere…
«E quale politico non lo è? Tutti cercano di estendere al massimo il proprio potere».  
La riforma Boschi sembra funzionale allo scopo…
«A mio avviso è una riforma deludente. Certo rafforza i poteri dell' esecutivo, e ce n'era bisogno, ma non è una riforma di sistema bensì solo di governo, tant'è che resta perfino il Senato, anche se con meno poteri e meno sovrapposizioni con la Camera. Manca il quadro generale, e poi viene massacrata ogni autonomia. I sindaci non conteranno più nulla, e neppure le Regioni, malgrado il cosiddetto Senato delle Regioni». 
Perché questa scelta? 
«Perché Renzi, come Berlusconi prima di lui e come tutta la sinistra, è profondamente centralista. Guardava a Roma già quando faceva il sindaco di Firenze». 
Il federalismo però ha fallito…
«Non ha fallito, non è mai stato tentato. Neppure la Lega è mai stata federalista; è stata piuttosto secessionista, ma in un tempo breve e lontano». 
E allora se la riforma non le piace, perché ha annunciato che al referendum voterà «sì»? 
«E cosa dovrei fare? Non penserà mica che Renzi si ritirerà davvero se perderà il referendum? È un politico, ha una forsennata volontà di potere, resterà in campo». 
E quindi cosa farà? 
«Andrà da Mattarella, otterrà lo scioglimento delle Camere, imposterà una durissima campagna elettorale contro chi si oppone al cambiamento e otterrà il 60% dei voti. Con i quali governerà molto a lungo». 
E la sinistra si spaccherà? 
«Più spaccata di così…».
Quindi non sta dicendo la verità? 
«Quella del referendum per Renzi è un'opzione "win to win": non può perdere. Se l'è studiata a lungo, la personalizzazione così marcata forse è stata uno sbaglio di cui si è pentito, perché in caso di sconfitta al referendum il suo percorso diventa tortuoso e non privo di insidie e possibili incidenti ma non si rivelerà un errore decisivo». 
Il feeling del premier con gli italiani però si è un po' appannato…
«Per forza. Non sono più i tempi di Andreotti del potere che logora chi non ce l' ha. Ai tempi c'era la Dc, che era un potere unico ma intercambiabile, e per questo duraturo. La Prima Repubblica democristiana era un capolavoro politico. Oggi, con la personalizzazione del potere, il leader è destinato a stancare, è successo anche a Berlusconi. La democrazia non funziona senza partiti ma i leader non tengono più conto di questo e finiscono per rimanere vittime della loro bramosia di potere. È una legge della fisica». 
Come una legge della fisica? 
«Certo. Il potere tende a cercare un equilibrio statico che lo stabilizzi e gli permetta di accentrarsi. Ma in realtà il potere è forte e duraturo solo e è diffuso, è l'elasticità a garantire resistenza. Purtroppo però per il modello di potere diffuso servono delle élite consapevoli e desiderose di guidare il popolo. Ma oggi non ci sono più, ora la classe dirigente tende a identificarsi con il popolo e il risultato è il disastro a cui assistiamo. Nessuno dei miei migliori studenti è attratto dalla politica mentre nell'Assemblea Costituente, in un'Italia quasi analfabeta, c'erano più laureati di quanti non ce ne siano oggi in Parlamento. Non si può pensare di non pagare il prezzo di tutto questo».

di Pietro Senaldi

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Commenti all'articolo

  • domenico.iorio2

    25 Giugno 2016 - 15:03

    Cacciati, ti sei bevuto il cervello.

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  • nordest

    12 Giugno 2016 - 20:08

    Sicuramente ha cambiato vino .

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  • cucu1936

    11 Giugno 2016 - 16:04

    Discorsi, dico umilmente, strampalati. Se perde referendum si vota con l'Italicum?? (superporcellum forse incostituzionale, su cui la Corte si pronuncerà dopo il referendum - cosa vergognosa). Caduto il governo Mattarella potrà indire elezioni ma si voterà con proporzionale e in ogni caso al primo posto potrebbe esserci il M5S (cosa che Renzi non ha previsto) ma in pratica è già reale.

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  • capitanuncino

    11 Giugno 2016 - 13:01

    Mannaggia alla miseria,toglietegli dalla mano el boccion de clinton.Questo tra un po vede atterrare gli UFO a montecitorio.

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