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Il bestiario

Pansa: vi spiego perché non mi piace Matteo

Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa

Quando eravamo bambini, i nonni ci raccontavano la favola di un personaggio inesistente: l' uomo che prendeva a schiaffi i leoni.
Nel nostro dialetto veniva chiamato Sgiafelaleon, un giovanotto tanto sicuro di sé da trattare i leoni come se fossero gatti. Ma un giorno una delle bestie feroci si ribellò. E in un boccone si mangiò il ragazzo. I nonni narravano la sua fine miseranda per ammonirci che non conviene mai essere presuntuosi.

Questo ricordo d' infanzia mi è ritornato alla mente il giorno che un giornalista americano mi ha chiesto come mai il nostro premier, Matteo Renzi, prenda le decisioni con grande rapidità e senza mai nutrire un dubbio. Gli ho risposto che il presidente del Consiglio è un signore arcisicuro della propria infallibilità. E questo lo spinge a muoversi con una velocità che di solito i capi di governo non rivelano in circostanze complicate come quelle che stiamo vivendo.

Infine gli ho raccontato la storia del giovanotto che prendeva a ceffoni i leoni. Lui ha riso e mi ha chiesto: «Chi sono i leoni che il premier si azzarda a schiaffeggiare?». Ho risposto che erano i suoi avversari politici. Quelli che Renzi di solito definisce gufi, assai meno pericolosi di qualsiasi re della foresta. Da uomo pratico, l' americano ha osservato: «Il vostro Renzi dovrebbe stare attento perché anche un pennuto inoffensivo come un gufo può rivelarsi un avversario pericoloso quando il momento lo consente».
Adesso le circostanze complicate le abbiamo sotto gli occhi. Le elezioni comunali, quelle che Renzi aveva sempre snobbato ritenendole senza importanza, sono diventate un terreno minato che obbligano il premier a non fidarsi più della propria imbattibilità. I risultati in città come Roma, Milano, Torino e Napoli stanno presentando all' uomo di Palazzo Chigi uno scenario irto di difficoltà. E soprattutto gli presentano una novità molto sgradita: quella di non essere un nuovo Superman e dunque di poter perdere, come accade a tutti i politici di questo mondo.

Nel cerchio magico di Matteo si sono risvegliati da un sogno. E le prime reazioni si rivelano fantapolitiche. Davanti al disastro del partito nel Mezzogiorno si è immaginata una soluzione assurda: trovare un Roberto Saviano renzista al quale affidare i democratici del Sud.

Affinché ne rimetta insieme i pezzi e li guidi verso la vittoria. Più prosaico dei suoi pretoriani, lì per lì Renzi ha preso qualche decisione terra terra. La prima è stata di gettarsi a sinistra, scontando il rischio di una manovra che non aveva mai pensato di fare. Poi ha iniziato a sconfessare Denis Verdini, descritto come un ospite sgradito anche se necessario nei voti di fiducia. Un alieno da invitare a pranzo qualche volta, ma con la puzza sotto al naso. Infine sembra essersi accorto di non poter fare due mestieri: il presidente del Consiglio e il segretario del Pd.

Questo non sarà un affare da poco. Chi lo conosce bene, sa che il premier ha di se stesso un' opinione così alta da spingerlo a diffidare anche dei suoi collaboratori più stretti. Ma dovrà decidersi. Può lasciare la guida del Pd al vice segretario di oggi: Lorenzo Guerini, uomo freddo, di poche parole, esecutore fedele degli ordini di Matteo. È meno probabile che affidi il partito all' altra vice, Debora Serracchiani. Il premier è molto meno femminista di quanto voglia sembrare. L' unica donna che ama è Maria Elena Boschi. Ma non potrà mai sollevarla dall' incarico ministeriale. Anche perché sarà la signora aretina ad affrontare, insieme a lui, la battaglia delle battaglie: il referendum sulla riforma costituzionale, previsto per l' inizio di ottobre.

Comunque vadano le cose, il Pd resterà uno dei rebus che Matteo dovrà risolvere. Lui non è mai stato un uomo di partito. L' unico in cui ha militato era la Margherita, un debole residuato della vecchia Democrazia Cristiana. A differenza di altri esponenti democratici, a cominciare da Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo & C., cresciuti nel vecchio Pci, ha un disprezzo non dichiarato per quello che considera un rottame di epoche storiche ormai tramontate, tanto che ne farebbe a meno volentieri. Non può confessarlo, ma questo è il suo pensiero segreto.

Qualche volta Renzi lascia trapelare la propria ostilità verso il Pd. Gli è accaduto a "Otto e mezzo" di Lilli Gruber, sulla Sette. Ha confessato un proposito mai rivelato con tanta cinica franchezza: «Sul Pd mi muoverò con il lanciafiamme!». E venerdì l' ha ripetuto nell' incontro con i giovani industriali a Santa Margherita Ligure. Suscitando molti consensi in un platea che di certo non ha simpatie per la politica professionale.

Nessun segretario di partito si era mai espresso con la medesima brutalità. Anche Bettino Craxi non aveva molta stima del suo Psi. Ma sul Garofano non l' ho mai sentito sparare giudizi tombali come è solito fare Renzi, sempre più spesso. Cresciuto nella federazione socialista milanese, Bettino aveva imparato, anche a proprie spese, che i partiti sono macchine molto difficili da distruggere o soltanto da riformare.

È singolare questa ostilità renzista verso una struttura decisiva nelle democrazie parlamentari. Ma anche per lui vale il principio che spesso la verità si nasconde nei dettagli. L' immagine del lanciafiamme è una gaffe che lo sta danneggiando. Anche un grande quotidiano come La Stampa, tutt' altro che ostile a Renzi, lo ha rilevato. Fabio Martini ha spiegato che, nell' incontro televisivo con la Gruber, il premier ha ottenuto un ascolto più basso di quello raccolto da Bersani. Poi ha registrato un commento ironico di Roberto Giachetti, il candidato democratico nel ballottaggio di Roma: «Renzi vuole usare il lanciafiamme nel partito? Io sono pacifista!».

Qualcuno dovrebbe avvertire Renzi di un' allarmante contraddizione. Lui inneggia di continuo al Pd, sostenendo che in Europa è la parrocchia più forte, più stimata, più compatta. E nello stesso momento si propone di mandarla al rogo e senza sapere con che cosa sostituirla.

Ecco un' altra spia delle difficoltà del premier. E del suo desiderio inconfessabile di costruire un regime personale, fondato su una sola autorità: la propria. Può realizzare questo disegno? In questi mesi ce lo siamo chiesti tante volte. Ma oggi c' è una novità. Ce la segnala proprio il risultato di queste elezioni che Renzi sottovalutava. Sta emergendo che la sua invincibilità non è poi così sicura.

Ma l' apparire senza avversari è un' arma che può portare lontano, un mantello magico che ti protegge contro tutto e contro tutti. Oggi non è più così. Se non vuole imbattersi in un autunno nero, il premier dovrebbe riconoscere di essere un leader politico come tanti. E non un messo del Padreterno, spedito in Italia per rivoltarla come un calzino.
Già che c' è, sarebbe bene si rendesse conto che prendere a schiaffi i leoni serve a poco. E può anche rivelarsi un gioco molto pericoloso.

Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • tontolomeo baschetti

    13 Giugno 2016 - 14:02

    Renzi ha l'anima dell'accattone e per galleggiare si è sempre aggrappato agli stronzi, ma ora si stanno esaurendo. Vero Denis? Vero Silvio? Vero Angelino?

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  • francescoconforti27

    13 Giugno 2016 - 11:11

    Renzi ha l'anima dell'accattone per galleggiare prima o poi dovrà mantenere le promesse è li che casca l'asino

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  • RatioSemper

    13 Giugno 2016 - 10:10

    E' un articolo eccezionale, che mette a nudo la psicologia di questo "nominato", che crede di essere uno "statista", uno da "ruota della fortuna", intrallazzatore politico con profittatori vari tipo Alfano, Lorenzin, Verdini e compagnia, tassarolo ed elemosiniere per calcolo elettorale, nemico ORA del suo stesso partito, già mantenuto dalla Firenze rossa e seguito da pecore invasate e illuse

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  • nick2

    13 Giugno 2016 - 09:09

    Patrizia Bellini, questo articolo potrebbe essere condivisibile, se l’autore non avesse appoggiato con entusiasmo le idee dell’ex Presidente del Consiglio, che si batteva per eliminare il bicameralismo perfetto, per instaurare una Repubblica presidenziale e per assoggettare il potere giudiziario all’esecutivo. In quel caso i rischi per la democrazia sarebbero stati reali. Pansa è solo un servo!

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