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Il ritratto (corrosivo) di Cécile

Sapete perché esiste la Kyenge? La spietata verità sull'ex ministro

Cécile Kyenge

Tra gli effetti collaterali meno gradevoli della - già brutta di per sé - storia dell’immigrato ucciso a Fermo va annoverato il ritorno in grande stile dell’ex ministro Cécile Kyenge.

La quale Kyenge da qualche giorno si è ripresa il proscenio politico come nemmeno ai tempi del governo. Dichiarazioni appariscenti («Emanuel è morto per l’odio alimentato da politici»), polemiche coi media (per l’esattezza contro questo giornale, reo di avere messo in dubbio la vulgata dell’Italia patria del razzismo), passerelle in favore di telecamera (in prima fila al funerale della vittima con tanto di lettera per la vedova consegnata prima alle agenzie che alla destinataria), iniziative ad effetto («Mi costituirò parte civile nel processo perché è una questione di dignità della persona»). Un fuoco di fila impressionante. Perfettamente prevedibile e perfettamente in linea col personaggio. Che è venuto ad esistenza in quanto incarnazione dell’idea stessa di antirazzismo militante e che continua a tenere ammirevole fede alla propria ragione sociale.

A FIGURINA INTERA
Perché se alla vicenda politica della Kyenge va trovato un filo conduttore, ebbene non è possibile non trovarlo nel suo essere quanto di più vicino si possa trovare quaggiù alla figura che gli anglosassoni indicano col termine token black. Di difficile traduzione letterale (si potrebbe azzardare una cosa del tipo “nero simbolico”), l’espressione sta ad indicare quel personaggio di colore (o appartenente ad altra minoranza) che viene incluso in qualcosa - che sia il cast di un telefilm o un governo cambia poco - unicamente in nome del proprio essere minoranza. Il tutto, si capisce, a maggior gloria dell’inclusione e soprattutto dell’allontamento da sé di ogni possibile accusa di discriminazione e di razzismo.

E la carriera della Kyenge è un vero e proprio inno al tokenism. Nata in Congo, arriva in Italia con un visto da studente e qui si laurea in Medicina. Parallelamente agli studi, intraprende la via della militanza politica attivandosi nel campo immigrazione e problemi connessi (e dove sennò). La scalata della dottoressa Kyenge inizia a metà anni Zero: eletta in circoscrizione a Modena coi Ds, eletta in consiglio provinciale col Pd, cooptata dal partito onde diventare responsabile regionale delle politiche dell’immigrazione (e di cosa sennò). Con le Politiche del 2013 arriva il grande salto: eletta alla Camera. Nemmeno il tempo di insediarsi e già produce la prima proposta di legge per introdurre nel nostro ordinamento la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati (e a chi sennò). Naufragato Bersani, a formare il governo deve pensarci Enrico Letta. Il quale, vistosi scoperto alla voce rinnovamento e società civile, decide di cooptarla nell’esecutivo, affidandole la delega all’Integrazione (e a cosa sennò) e consentendole di infrangere il tabù del primo ministro nero nella storia repubblicana (e quale sennò).

Complici la effimera durata del governo Letta e la natura non esattamente incisiva del dicastero affidatole, quanto a politica spicciola della signora non restano grandi tracce. Poco male, però. Quello che è deficitario in termini amministrativi, però, viene ompensato da quello che eccede sul piano mediatico. Dove la nostra è naturalmente diventata figura di primissimo piano e dove si consuma il meglio della sua parabola pubblica. Merito suo, certamente, ma anche dell’entusiastico contributo che arriva dall’opposizione. Segnatamente, dalla Lega Nord. Agli occhi del cui personale la Kyenge rappresenta l’Arcinemico e come tale viene affrontata. Testa d’ariete dell’offensiva padana risulta ill vulcanico senatore Roberto Calderoli, che con la signora ingaggia un duello destinato ad entrare nella leggenda.

Comincia in tono minore: qualche insulto (memorabile l’«orango» che lui ad un certo punto le scaglierà contro), qualche baruffa, qualche minaccia di carte bollate. Poi, all’improvviso, irrompe il soprannaturale: «Il padre della Kyenge mi ha fatto una macumba», comunica un giorno Calderoli. Il pubblico viene così a conoscenza di Kyenge senior, che di nome fa Clement Kikoko, ha quattro mogli e trentotto figli e - soprattutto - vanta rapporti privilegiati con gli spiriti degli avi incaricati di rendere giustizia alla figlia vilipesa dall’incauto collega. E che efficacia: «Sei volte in sala operatoria, due rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell’ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita. E adesso un serpente di due metri in cucina», elenca minuziosamente il senatore. Da cui il «messaggio distensivo» inviato a Kyenge senior unitamente alla richiesta di «revoca del rituale». Il lieto fine è fortunatamente dietro l’angolo: poco tempo dopo, sarà lo stesso Clement Kikoko a dare notizia della avvenuta contromacumba. Che placa sì gli spiriti ma presenta un inatteso effetto collaterale: in forza del nuovo rituale, fanno sapere infatti dal Congo, Calderoli e la Kyenge sono diventati ufficialmente fratelli.

TRA MOGLIE E MARITO
Nel frattempo, però, intorno alla signora si è aperto un altro caso: quello del marito Domenico Grispino. Costui - placido ingegnere sessantenne modenese - ha la ventura di concedere un’intervista a Libero nella quale rivela che il Pd ha fatto firmare alla moglie (e si suppone al resto dei candidati) un impegno a versare al partito 34mila euro in caso di elezione a titolo di rimborso elettorale. «Ma la campagna l’avevo pagata tutta io». Il problema è che il Grispino di lavoro fa il direttore del Consorzio attività produttive, aree e servizi della Provincia di Modena. Consorzio il cui presidente è l’assessore comunale competente (casualmente del Pd) e consorzio dal quale il marito del ministro viene fatto fuori senza troppe cerimonie (e nonostante gli ottimi risultati conseguiti) poco dopo l’uscita dell’intervista di cui sopra.

Ma sono gli ultimi fuochi. Il ciclone renziano è già arrivato e Letta ha già iniziato a stare sereno. A defenestrazione avvenuta, Renzi non conferma la Kyenge al governo e la dirotta al Parlamento europeo. Trionfalmente eletta, la ormai ex ministra si trasferisce dunque a Strasburgo dove diventa, tra le altre cose, relatrice del rapporto di iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio olistico al fenomeno migratorio (e su cosa, sennò) e co-presidente dell’Intergruppo “Anti-Racism and Diversity” (e di cosa, sennò).

Il resto è storia dei giorni nostri. Un comunicato sulle elezioni in Burkina Faso, una dichiarazione in occasione di qualche tragedia dell’immigrazione, una visita istituzionale da qualche parte in Africa, un tour de force in Italia perché è stato ucciso un immigrato e c’è da lanciare alto e forte l’allarme contro il ritorno del razzismo E contro che cosa, sennò.

di Marco Gorra

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Commenti all'articolo

  • luigin54

    21 Settembre 2016 - 06:06

    va SOPPRESSA .

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  • gcarlo19

    20 Settembre 2016 - 22:10

    Non la considero per nulla, mi meraviglio del PD che spiana la strada alla candidatura di simili personaggi. Mi auguro che alle prossime elezioni questo partito vada a casa. Di guai in Italia ne ha combinati troppi,

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  • eden

    26 Luglio 2016 - 15:03

    Che vergogna aver avuto una invasata simile al governo che offende la dignità degli italiani e questo grazie a quei beceri imbroglioni della sinistra che ci hanno anche rifilato un'altra sciagura, la Boldrini .

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  • cane sciolto

    17 Luglio 2016 - 01:01

    X me e sempre e lo resterà uno ZERO!!!!!!!!!

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