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L'intervista

La rivelazione dell'ex ministro azzurro: "Silvio ha perso una grande occasione"

La rivelazione dell'ex ministro azzurro: "Silvio ha perso una grande occasione"

Accademico, fondatore di Forza Italia, due volte ministro nei governi di Silvio Berlusconi, membro del cda Rai, rara avis di intellettuale in qualche modo organico al centrodestra, di Giuliano Urbani negli ultimi anni si erano un po' perse le tracce. Fino a pochi giorni fa quando, insieme all' ex presidente del Senato Marcello Pera e ad un gruppo di colleghi, è uscito allo scoperto sul terreno del referendum, dando vita ai comitati dei Liberali per il sì, con l' intento di dotare di una gamba destra lo schieramento favorevole alla riforma istituzionale.

Cosa fa, professore, ridiscende in campo?
«Non esageriamo. Ho aperto bocca e dato fiato alle mie riflessioni, ma da qui a parlare di discesa in campo ce ne passa. Resto esterno ed estraneo».

Il che non impedisce però di riflettere, diceva.
«Semplicemente, io e alcuni colleghi soprattutto universitari abbiamo deciso di dire pubblicamente che voteremo sì al referendum, sempre ammesso che di questo benedetto referendum ci dicano la data».

E perché voterete sì?
«Per due ragioni. La prima è molto semplice: è la nostra posizione dichiarata da una vita. Abbiamo sempre detto sì a riforme del genere, dai tempi della Bicamerale a quando provammo a farla noi la riforma della Costituzione, arrivando ad un altro referendum che poi avrebbe affossato tutto».

Una questione di coerenza, praticamente.
«E di caparbietà. Repetita iuvant, o almeno si spera».

E la seconda ragione?
«La seconda ragione è che dire no adesso equivarrebbe a dare una spinta verso il peggioramento del Paese. Ci condannerebbe alla paralisi per altri vent' anni».

Nientemeno.
«Ma sì, ci abbiamo messo vent' anni ad arrivare ad un punto in cui si può avere qualche speranza di una riforma e vogliamo buttarla via? A quel punto ci resterebbe la disperazione».

Addirittura la disperazione perché resta il Senato. Non le pare di esagerare?
«Il problema è un altro. Il problema è che in questo momento ci serve come il pane un governo forte e stabile. In un quadro come quello della crisi dell' Europa c' è bisogno di esecutivi che abbiano le idee chiare e siano determinati a farle valere. Se torniamo ai governi deboli facciamo un autogol».

Autogol di cui, quando a riformare la Costituzione ci avete provato voi, se n' è visto più d' uno…
«Noi fallimmo per mancanza di massa critica, in termini di consenso sia in Parlamento sia nel Paese. E non è solo un discorso di riforma della Costituzione. Lei lo sa quante riforme elettorali ho provato a fare io? Almeno tre, e non me n' è riuscita nemmeno una».

Una per volta. Fuori la prima.
«Nel '94, quando provammo ad introdurre il sistema francese a doppio turno. Nonostante fosse nel nostro programma, la coalizione andò in frantumi. Il compianto Pannella si mise di mezzo reclamando il sistema inglese, An gli andò dietro e il sistema francese si perse per strada».

Da cui il secondo tentativo.
«A quel punto provammo la carta del Cancellierato: sistema tedesco con base proporzionale, ma presidente del Consiglio eletto per avere un governo forte ed autonomo».

Cosa andò storto?
«La stessa cosa che era andata storta al primo tentativo».

Di nuovo Pannella?
«No, di nuovo il Parlamento. Quella volta provammo a cercarci i voti prima: alla Camera avevamo la firma di più del 45 per cento dei parlamentari totali, anche a sinistra c' era chi ci stava. Peccato che il salto dal 45 al 51 non riuscimmo mai a farlo».

E quindi, terzo tentativo.
«Cioè quello di Maccanico: altro sistema alla francese, ma con una soluzione più improntata alla ricerca di una maggioranza parlamentare».

E saltò per colpa di…
«An e Udc, che nonostante avessimo trovato l' accordo in precedenza si sfilarono mandando per aria la riforma».

In effetti, dopo tre…
«In realtà quattro, stavo dimenticando Pannella - sempre lui - e la proposta del sindaco d' Italia. Andata anche quella a farsi benedire».

Ecco, dopo quattro riforme fallite in effetti ci sta di preoccuparsi per la salute della quinta.
«Mi creda, se il referendum non passa torniamo indietro di vent' anni. In Parlamento una maggioranza alternativa non esiste».

E allora non sarebbe meglio che il referendum non passasse e questa benedetta maggioranza alternativa la si facesse venire fuori dalle elezioni anticipate?
«È' così sicuro che dalle elezioni uscirebbe una maggioranza più larga dell' attuale?».

Lei non lo pare.
«Ho forti dubbi. Pensi al Pd, che nella contesa entrerebbe ragionevolmente unito ma che ne uscirebbe assai più frammentato».
A proposito di frammentazione, passiamo al centrodestra. Dove esistono un fronte del sì e un fronte del no, solo con Stefano

Parisi come oggetto del contendere.
«Guardi, di Parisi penso tutto il bene possibile e gli auguro il meglio, anche perché il problema del centrodestra non è certo lui».

E qual è?
«La frammentazione. Il problema è che il centrodestra non esiste più come schieramento: da una parte Salvini e Meloni, dall' altra Forza Italia. Cosa hanno in comune? Niente».

E non esiste demiurgo in grado di sanare questa frattura?
«Al momento no. Poi è chiaro che non bisogna mai dire mai e tocca sempre sperare che dalle ceneri rinasca la fenice, ma per ora la vedo dura».

Anche perché negli anni di salvatori della patria usciti dal cilindro di Berlusconi e finiti come sono finiti ne avrà visti parecchi.
«Tutte bravissime persone, con idee più o meno appetibili. Ma tutti isolati, tutti privi di una base elettorale».

E si torna alla frammentazione.
«Esattamente. Il centrodestra di oggi è più frammentato di quello di ieri, e non c' è nemmeno più la speranza che avevi con la leadership di Berlusconi, che oggi per età e logoramento politico è diventata improponibile ed infatti non viene più proposta da nessuno».

Il problema è che, defilatosi Berlusconi, sono rimasti i colonnelli…
«I quali colonnelli temono Parisi e gli fanno la guerra. Questo avviene sia perché vedono minacciata la propria rendita di posizione sia perché tra loro e Parisi c' è il vuoto».

Vuoto di cosa?
«Di idee. Posizioni comuni tra i colonnelli e Parisi non ce ne sono, al posto loro c' è un vuoto che si è venuto a creare per logoramento. A forza di logorarsi, non è rimasto niente».

Logoramento dovuto a cosa?
«Molta responsabilità è dello stesso Berlusconi: il centrodestra nacque come aggregatore liberale di forze che liberali non erano, ma nel tempo ha smesso questa caratteristica per trasformarsi in un' accozzaglia di gente. Che poi è il motivo per cui a un certo punto mi sono chiamato fuori».

Il famoso rimpasto del 2005…
«Esatto. Quando vidi Follini, allora vicepremier, imporre a Berlusconi una crisi pilotata di tipo balneare cercai di mettere in guardia il Cavaliere dell' autolesionismo della cosa».

E lui?
«Lui moriva dalla voglia di darmi retta, rovesciare il tavolo e andare in tv a dire quello che pensava davvero degli alleati.
Ma alla fine prevalse la paura dell' elettorato che non capisce e acconsentì».

E Urbani salutò.
«E cosa restavo a fare, a spiegare agli italiani che non eravamo in grado di mantenere le promesse che avevamo fatto?
Chiesi di non essere confermato al ministero - eravamo tutti ovviamente dimissionari - e presi commiato».

Rimpianti?
«Nessuno, andò tutto come avevo previsto: Berlusconi ostaggio di alleati cui interessava solo vivacchiare gestendo il potere, rivoluzione liberale in soffitta ed elettori in via di disamoramento».

Be', il risultato del 2008 tanto disamorato non parve.
«Trionfo illusorio, era comunque chiaro che era finita. Sarà stata deformazione professionale da politologo, ma era evidente che la strada imboccata era fallimentare, non solo per Berlusconi ma proprio per il Paese. Nonostante la buona volontà, alla fine abbiamo fatto come i gamberi: solo passi indietro».

Considerando come è andata a finire quella legislatura, col commissariamento dell' Europa e il governo dei tecnici, è difficile darle torto.
«La verità è che ci siamo fatti prendere in giro».

Avremmo potuto evitarlo?
«Certamente. Berlusconi avrebbe dovuto combattere, era in condizione di fare imposizioni all' Europa ma invece ha accettato di arrendersi senza nemmeno provare».

Imposizioni di che genere?
«Imposizioni sul valore dell' euro, sul modello di convivenza tra Germania, Francia, Regno Unito e Italia, sulla trazione tedesca dell' Europa...».

E in che modo le avremmo fatte valere? 
«Il potere di condizionamento e di ricatto lo avevamo, ma non abbiamo saputo usarlo.Avremmo potuto minacciare una versione italiana della Brexit, e allora sì che avremmo messo paura a qualcuno. Mica come Renzi oggi che va a chiedere flessibilità ad una Ue costruita sugli standard tedeschi che, pur di non danneggiare la Germania, la flessibilità non ce la darà mai».

E perché abbiamo rinunciato a spaventare Bruxelles?
«Perché anche la sola idea di mettere paura a qualcuno ci metteva paura. E poi perché, allora come sempre, eravamo divisi: avessimo avuto un governo forte e capace di imporsi dentro ai confini nazionali acquisendo benemerenze anche per negoziare all' estero sarebbe stato tutto diverso».

E così torniamo al referendum ed alla necessità di darselo, questo governo forte.
«Guardi, io voto sì per disperazione e per speranza».

Disperazione in quanto?
«In quanto non ci riusciremo».

E allora perché la speranza?
«Perché è l' ultima a morire. E poi perché bisogna sperare di poter ridisegnare questa Europa che non funziona».

E cosa c' entra il referendum con questo?
«C' entra perché per cambiare l' Europa serve un governo forte. L' Italia non è in ripresa come dice Renzi, ma non è nemmeno retrocessa. E' viva, e se solo avesse una leadership un po' più forte potrebbe mettere un po' di paura a questa Germania abituata a vincere tutto. Mi creda, il quieto vivere non giova a nessuno...».

Marco Gorra

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Commenti all'articolo

  • marino43

    20 Settembre 2016 - 17:05

    frabelli in arte Franco Bellini...tu hai la capacità di analisi politica pari a quella di una oloturia. E' vero che è rimasto capo del governo complessivamente per circa 8 anni, ma non ha governato. Detto questo , negli anni che si è curato Craxi? Come lo chiami quel periodo? E dopo? Anche quando non era capo del governo? Non ha condizionato? E il Nazareno? Sono più di vent'anno che condiziona.

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    • dodo1861int

      20 Settembre 2016 - 20:08

      non ho voglia di discutere con una mezza segas come te, non ci rompere i cocomeri stronzetto analfabetino , sei il nulla ...

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  • Stefcarb

    20 Settembre 2016 - 14:02

    Se si cerca l'esecutivo forte (come nei regimi totalitari) a scapito del legislativo si fa un cattivo servizio alla democrazia. Se nel 2013 la nuova Costituzione fosse stata in vigore senza il bilanciamento del Senato avremmo avuto un governo espressione di meno del 30% degli Italiani ! È questa la democrazia 2.0 ?

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  • Anna 17

    Anna 17

    20 Settembre 2016 - 13:01

    Sono tutti marci, ignoranti, cialtroni dalle mani lunghe. L'origine dei guai italiani sono stati la magistratura, borrelli, di pietro e compagnia. Hanno fatto pulizia nella politica solo al centro ed alla destra, la sinistra fu salvata come fossero dei santi. Al contrario erano e sono più schifosi degli altri. Oggi come oggi vanno spazzati via tutti, il mio droghiere sarebbe senza dubbio migliore

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  • gregio52

    20 Settembre 2016 - 13:01

    Giuliano Urbani che sino ad oggi è stato in letargo a vivere sulle spalle nostre è l'ennesimo soggetto che dovrebbe sparire dal Senato e vorrei conoscere chi lo abbia messo su quello scanno. Poi dimostra proprio la nostra politica, ti eleggono e giunto al potere voti contro il volere dei tuoi elettori. Bell'esempio. Per questo, l'attuale classe politica è da ELIMINARE. Non rappresenta il POPOLO.

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