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Tessera numero 2 di Forza Italia

Antonio Martino a Libero: "Cosa succederà dopo Berlusconi. L'euro? Così si esce senza danni"

Antonio Martino a Libero: "Cosa succederà dopo Berlusconi. L'euro? Così si esce senza danni"

«Ormai quando vado alla Camera mi sento male. Se in Italia c’è una cosa che funziona con precisione da fare invidia alla Svizzera è la regola per cui ogni legislatura è migliore della successiva e peggiore della precedente. Si fidi, io di legislature ne ho fatte sei. Sono lì da ventidue anni...». Antonio Martino di anni ne ha 74. Nel 1993, di questi tempi, passava le giornate accanto a Silvio Berlusconi per scrivere quello che sarebbe stato il programma di Forza Italia. È il momento di tirare le somme, adesso.

Ripensa mai a quei giorni lontani? 
«Spesso. Sotto molti aspetti è stato un periodo esaltante». 
E il bilancio come è? 
«Positivo. Non mi lamento di quello che abbiamo ottenuto. Abbiamo prodotto risultati soddisfacenti sia nel funzionamento del sistema politico interno sia in politica internazionale. Con noi, allora, nacque l’idea che poteva andare al governo una maggioranza diversa. Non era mai successo prima. Il potere finalmente è stato dato agli elettori». 
La grande riduzione della pressione fiscale che avevate promesso non c’è stata. 
«No. Molte delle cose che avevamo in programma non siamo riusciti a farle. È facile, ma anche doveroso, ricordare tutto quello che hanno combinato i nostri alleati per impedirci di governare come volevamo». 
Colpa loro, non vostra? 
«È un dato di fatto che tutti quelli di Berlusconi sono stati governi di coalizione. È stato un grande limite. Alcuni partner entravano nella maggioranza impegnandosi a portare avanti il programma di governo, ma poi facevano di tutto perché le nostre riforme non andassero in porto». 
Il Berlusconi di Onna, il 25 aprile del 2009, sembrava avere il mondo in mano. 
«Non c’è dubbio, sembrava averlo. Ma non lo aveva». 
E non fu colpa di Berlusconi questa? 
«No, il sistema era fatto nel modo che le ho detto. Bastava che anche un piccolo partner della coalizione mettesse i bastoni tra le ruote di un’iniziativa e questa non si realizzava». 
Il Cavaliere aveva le sue debolezze. Lei fu il primo a denunciare, in un’intervista a Libero, che le persone di cui si era circondato lo stavano isolando e che nemmeno lei riusciva a telefonargli. Scrivemmo che alla tessera numero 2 di Forza Italia veniva impedito di parlare con la numero 1. Successe un putiferio.  
«Sì, ma le cose non cambiarono. In molte occasioni continuai ad avere difficoltà a mettermi in contatto con lui. Lo chiamavo e non me lo passavano».  
Eppure tra voi il rapporto è sempre stato molto buono. 
«Eccezionale, direi. Io, come ministro degli Esteri e come ministro della Difesa, ho sempre fatto quello che ritenevo giusto senza che ci fosse alcun input da parte sua. Lo informavo solo dopo, quando riuscivo a parlargli». 
Segno di grande fiducia. Berlusconi non fa così con tutti.  
«Lui aveva fiducia in me e io e lui la pensavamo allo stesso modo. Sapevo benissimo che le cose che decidevo avrebbero avuto la sua approvazione. È straordinario che due persone abbiano una tale sintonia senza nemmeno parlarsi». 
Il mondo attorno a Berlusconi è cambiato questa estate. Cosa ha pensato quando ha letto che si era sbarazzato del cerchio magico? 
«Non so se esistesse davvero, questo cerchio. Ne leggevo e ne sentivo parlare. Certo, Berlusconi si era circondato di persone che avevano un accesso privilegiato a lui. Potevano vederlo e parlargli in qualunque momento. Io e gli altri, invece, dovevamo passare attraverso il loro filtro. Immagino che dopo questa estate qualcosa sia cambiato». 
Da quanto non vi parlate? 
«Gli ho parlato a luglio, quando l’ho chiamato per fargli gli auguri per le vacanze. Lo cercherò nei prossimi giorni perché so che vuole festeggiare il compleanno qui a Roma». 
Ha già scelto il regalo? 
«Gli regalerò una pergamena con su scritto il consiglio che i napoletani diedero a San Gennaro quando fu depennato dal calendario: “Futtetenne!”. Un invito a non attribuire importanza al quotidiano chiacchiericcio della politica».  
Tirando le somme della vostra avventura, è inevitabile parlare dell’Unione europea e dell’euro. Per anni lei è stato il Babau, l’euroscettico per eccellenza. Antonio Martino, nemico del nobile ideale europeo. 
«Il mio è stato un destino molto strano. Cominciai a occuparmi della moneta comune agli inizi del 1971, perché nel dicembre dell’anno precedente era stato pubblicato sulle gazzette delle Comunità europee il piano Werner, il primo progetto per l’unificazione monetaria. Scrissi un articolo che riuscii a stento a far pubblicare sulla Rivista di politica economica. Sostenevo che restringere gradualmente la fluttuazione tra i tassi di cambio delle valute europee avrebbe creato una incompatibilità tra il perseguimento degli obiettivi di politica economica interna e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Concludevo che, dinanzi a questo contrasto, i Paesi avrebbero rinunziato a mantenere fissa la parità del cambio». 
Come poi avvenne. 
«Non occorreva una grande sapienza per capirlo. Ho continuato a sostenere queste critiche verso il progetto di unificazione monetaria per molti anni. Solo nel ’94 si scoprì che ero un euroscettico. Sino ad allora nessuno se ne era accorto».  
Il motivo della scoperta tardiva? 
«Era un’accusa che mi veniva lanciata in modo strumentale. Il fatto che a guidare la politica estera fosse stato chiamato un euroscettico era ritenuto un grave ostacolo alla accettabilità del primo governo Berlusconi».  
Come si difese? 
«Per me era un complimento. L’opposto dello scetticismo è il dogmatismo e io preferisco essere accusato di essere scettico piuttosto che dogmatico».  
Poi però la moneta unica è stata fatta. 
«È stata fatta e che Dio li perdoni. I costi di questa moneta unica così mal concepita sono sotto gli occhi di tutti. La stagnazione di cui dopo quindici anni continuiamo a soffrire non è un prezzo piccolo da pagare».  
Se l’economia è ferma è colpa dell'euro? 
«Non dico che la colpa sia tutta dell’euro. Dico che l’euro in questo problema c’entra, perché si ritenne essenziale per la sopravvivenza della moneta unica imporre a tutti i Paesi la stessa ricetta di politica fiscale e tributaria». 
Stessa moneta, stesse regole. No? 
«E perché mai? Non è scritto da nessuna parte che debba essere così. I cinquanta Stati degli Usa adottano tutti il dollaro, ma ognuno di essi fa la politica tributaria e di bilancio che ritiene più adatta alle proprie esigenze». 
Tra chi salutò con soddisfazione l’avvento della moneta unica, all’epoca, ci fu anche Berlusconi. 
«Ma infatti ad essere sbagliata non era l’idea di una moneta comune. Era sbagliato l’euro, per come fu fatto. Così come non ritengo sbagliata l’idea di Europa, ma il modo in cui essa è stata realizzata».  
Appunto: lei, figlio di Gaetano Martino… 
«Mio padre fu uno dei padri fondatori dell’Europa e io sento con orgoglio questa tradizione. Ma quello che l’Unione europea ha fatto e continua a fare è il modo migliore per screditare l’europeismo. Mi spiega per quale motivo il fatto che abbiano imposto a tutti la stessa targa automobilistica dovrebbe farci sentire più uniti? Sono farneticazioni demenziali queste». 
Cosa c'è di sbagliato nell’euro? 
«L’idea che un gruppo di esperti seduti a un tavolo potesse stabilire con assoluta precisione che un euro dovesse acquistare esattamente quello che prima si comprava con 1936.27 lire fu di una presunzione luciferina. Solo un pazzo poteva pensare di fissare in questo modo il valore di un pezzo di carta che sino ad allora non era mai stato usato come moneta». 
Quale era l’alternativa? 
«L’alternativa era la proposta inglese dell’Hard Ecu. Si sarebbe dovuta lasciare una moneta parallela libera di fluttuare assieme alle divise nazionali, con un cambio variabile. Pian piano il mercato avrebbe stabilito un rapporto di equilibrio e quello avrebbe dovuto essere il tasso di cambio. Deciso dal mercato, non da un gruppo di persone che non ha nessuna informazione per decretare quale debba essere il potere d’acquisto della nuova moneta!». 
Se lei fosse stato inglese come avrebbe votato al referendum sulla Brexit? 
«Avrei votato per l’uscita dalla Ue. Perché avrei avuto le scatole piene del fatto che tutte le decisioni politiche nazionali devono essere sottoposte all’approvazione di persone che nessuno ha eletto per governare l’Inghilterra. Secondo lei, nell’attuale stato di sviluppo politico dell’Europa, ha senso che il signor Pinco Pallinen, finlandese, dica all’Inghilterra cosa deve fare in materia di politica di bilancio o tributaria?». 
E noi italiani, con l’euro e con la Ue, cosa dovremmo fare?
«Intanto dovremmo ricordarci di avere una spina dorsale. Ogni volta che c’è da prendere una decisione vitale per il futuro dell’Italia dovremmo imparare a dire no alle imposizioni gratuite e ingiustificate». 
È concepibile adesso per noi un’uscita dall'euro? 
«Non sarebbe impossibile. Certo, ci sarebbero dei problemi». 
Anche restare in Eurolandia ci crea problemi. L’uscita ci darebbe più vantaggi o svantaggi? 
«Dipende tutto dalle condizioni a cui si esce. Si possono fare cose giuste in maniera sbagliata. Uscire dall’euro in modo corretto potrebbe non essere particolarmente doloroso. Uscire dall’euro in modo sbagliato potrebbe avere conseguenze gravi». 
E il modo corretto quale sarebbe? 
«A suo tempo firmai un appello, insieme a economisti di altri Paesi europei, affinché la Grecia adottasse una propria moneta parallela all’euro. Dopo un periodo di circolazione contemporanea delle due divise, la Grecia avrebbe dovuto decidere a quale tasso di cambio lasciare l’euro. Anche in questo caso il rapporto tra le due valute sarebbe stato deciso dal mercato, non a tavolino». 
L’Italia potrebbe fare una cosa del genere? 
«Qualsiasi Paese potrebbe adottare una strada simile. Paradossalmente, credo che quello che ci guadagnerebbe di più sarebbe la Germania. All’Italia l’uscita potrebbe convenire, ma solo se fatta bene». 
Parlerà anche di questo con Berlusconi?  
«Di monete europee io e lui abbiamo parlato a non finire dal 1994 in poi, anche perché io ho sempre avuto nei confronti dell’euro un atteggiamento molto più negativo del suo». 
Adesso Berlusconi è innamorato di Stefano Parisi. Non è il suo primo innamoramento. 
«Conosco Parisi, ho un’ottima idea di lui. È una persona seria. Credo che la prova decisiva dell’intelligenza di una persona sia la sua capacità di ascoltare quello che dicono gli altri. Chi non ascolta non è intelligente, perché è convinto di sapere già tutto. Parisi è uno che sa ascoltare». 
Su come si stia muovendo dopo che Berlusconi gli ha dato l’incarico ci sono giudizi discordanti.  
«Io ho avuto prova del fatto che si stia muovendo bene da come si è comportato nei confronti dell’iniziativa “Rivolta l’Italia”, lanciata su mio incoraggiamento da Giuseppe Moles. È un aggregatore che cerca di riportare dentro la politica attiva e Forza Italia tutti quelli che ci hanno creduto nel ’94 e negli anni successivi e poi se ne sono andati, delusi. Parisi ha capito subito che questo e altri movimenti simili possono essere utili per il rilancio del centrodestra. L’ho chiamato augurandogli di avere successo, ma il suo non sarà un compito facile».  
I dirigenti di Forza Italia gli sono quasi tutti nemici. 
«Il fatto che abbia tantissimi nemici in Forza Italia me lo rende ancora più simpatico. Ci sono amici dei quali è meglio fare a meno». 
E Berlusconi, che è a un punto importante della propria vita personale e politica, che dovrebbe fare? 
«Dipende da come sta fisicamente e dall’interesse che ancora ha per la politica. Conoscendolo, dubito che abbia rinunciato all’idea di occuparsene».  
Meglio così? 
«Con tutti i difetti che l’uomo ha, non esiste un altro come lui. Mi auguro che continui a seguire la politica e Forza Italia e che si impegni per far tornare quell’entusiasmo che aveva creato in tante persone». 
Esiste un modo? 
«Forza Italia era il partito del cambiamento e deve tornare ad esserlo. Chi ci votava e se ne è andato era convinto che l’Italia debba essere cambiata, non gestita. Gestirla così com’è, peraltro, si è visto che è impossibile». 
Crede che ci sarà un passaggio di consegne tra Berlusconi e Parisi? 
«Dovrei parlarne con Berlusconi, ma non credo a un passaggio di consegne tout court. Semmai ci sarà una sorta di mezzadria: qualcosa andrà a Parisi e qualcosa resterà a Berlusconi». 
Lei è un estimatore del sistema elettorale americano, dove le primarie hanno un ruolo importante. Crede alle primarie all'italiana? 
«Le primarie sono un’idea giusta che in Italia è stata trasformata in una patacca mostruosa. Quelle fatte dal Pd hanno dimostrato di essere un meccanismo falloso, contorto, non affidabile. Basta pensare all’esclusione di Sergio Cofferati o alla incredibile vittoria di Renzi». 
Anche negli Stati Uniti le primarie creano problemi. 
«Ma lì il sistema per la scelta dei candidati funziona abbastanza bene, ed in fondo il vero obiettivo delle primarie è quello: capire quale sia il candidato migliore per un certo partito in un collegio uninominale. Gli altri compiti non li svolgono bene. Come metodo per la scelta del leader del partito le primarie non funzionano». 
Dunque non funzionerebbero nemmeno nel centrodestra italiano, per scegliere il successore di Berlusconi. 
«No, non credo proprio che funzionerebbero. E poi non le abbiamo mai fatte, dovremmo cominciare da zero. Tanto varrebbe provare con un sorteggio, a quel punto...». 
Lei non si unisce al coro di chi pensa che Matteo Renzi sia il nuovo Berlusconi. 
«No. Apprezzo l’eloquio del presidente del consiglio, che è bravissimo a presentare le proprie tesi in maniera convincente. È una dote importante, un leader deve saper comunicare».  
Però? 
«Però io non sono in sintonia con le sue idee politiche. E mi sembra anche abbastanza fisiologico, visto che non faccio parte della maggioranza». 
Come voterà al referendum istituzionale? 
«Voterò no, ovviamente». 
Lei dice che Forza Italia è ancora dipendente da Berlusconi. Ma che futuro può avere un partito così, il giorno in cui il fondatore lascerà? 
«Domanda importante, alla quale è difficile rispondere. Io non credo, per il modo in cui è nata e si è sviluppata, che Forza Italia possa avere un futuro senza Berlusconi. A meno che non riesca gradatamente a darsi una struttura interna in grado di selezionare i leader con criteri accettabili». 
In ventidue anni questa struttura non è stata creata. 
«Appunto. È un problema grave che deve essere risolto, ma non so da chi, come e quando». 
E lei che farà? 
«L’ho già detto a Berlusconi: di occuparmi direttamente di politica ne ho piene le tasche. Non mi va più, mi è passata la voglia».  
È un addio alla politica? 
«La politica è una malattia che non passa facilmente. Mi interessa ancora, anche se spesso provo disgusto e stanchezza per il modo in cui viene fatta». 
Quindi nella prossima legislatura… 
«No, non ci sarò. Non voglio più andare in Parlamento per vedere il mio Paese governato in questo modo».

di Fausto Carioti

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Commenti all'articolo

  • Leopard47

    28 Settembre 2016 - 08:08

    abbiamo tutt'ora governi che spendono e spandono e il debito con il BISCHERO e aumentato a dismisura da quando SILVIO e stato buttato fuori con sistemi molto "KattoKomunisti" e aumentato di circa 200 miliardi questi signori non si rendono conto perché tanto paga pantalone....BUFFONI

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  • oenne

    27 Settembre 2016 - 10:10

    nick2 sei un tririncoglionito _ nonostante tu caghi ove non puoi _ sei un sinistro sconosciuto con questo nominchiolo _ non dimenticare _ arbeit macht frei _ fai meno ombra possibile .... caghino

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    • ramadan

      27 Settembre 2016 - 12:12

      x oenne : perchè tante parolacce contro il povero nick2 che ha esposto i fatti esattamente come stavano all'epoca? dovremmo ringraziarlo per la chiarezza dell'esposizione- evidentemente sei un povero ignorante che non capisce nulla altrimenti avresti ribattuto con argomenti seri e non con invettive.

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  • nick2

    27 Settembre 2016 - 08:08

    1/3 I casi sono due: Antonio Martino è rincoglionito oppure in malafede. Vi spiego come si è arrivati al cambio lira euro. Sarei felice di ricevere smentite documentate. Nel 1992 la nostra moneta fu costretta ad uscire dallo SME. Si svalutò fino a raggiungere, nel marzo 95, il cambio di 1274,5 nei confronti del Marco. Quando si prospettò la possibilità di entrare nella moneta unica,

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  • nick2

    27 Settembre 2016 - 08:08

    2/3 …Prodi e Ciampi presero la palla al balzo perché il nostro debito pubblico era enorme e pagavamo interessi a doppia cifra che in pochi anni avrebbero portato il rapporto debito/PIL insostenibile. Grazie ad una finanziaria durissima, nel novembre 1996 rientrammo nello SME. Ci furono estenuanti trattative per fissare il cambio Lira/Marco e, di conseguenza, con le altre valute.

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